Come il gioco dell’oca: un passo, tre, cinque. Ma poi si torna alla casella iniziale. Al problema principale. C’è un problema principale nella vertenza della filiera avicola del Molise, solo che i protagonisti lo individuano in maniera diversa, in note dissonanti differenti.
A Mosciano Sant’Angelo ieri l’incontro dei sindacati molisani dell’agroalimentare (Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil) e l’azienda Amadori. In estrema sintesi viene fuori, ancora una volta, una «grande preoccupazione». E non riguarda l’incubatoio, dove pure qualche pensiero in più per le organizzazioni sindacali si è materializzato dopo l’informativa. Riguarda il macello.
La ripresa della produzione è il tassello principale della filiera che riparte. I dubbi su questo punto sono sempre stati tanti: dal reale interesse dell’acquirente a realizzare un polo produttivo poco più giù di Mosciano dove da pochi anni ha costruito un impianto innovativo (Bojano diventerà l’hub del biologico, sostengono da Cesena, non senza nascondere che ci vuole tempo), alle ormai famigerate interferenze fra la parte di edificio acquisita dal gruppo romagnolo e quella, confinante e ancora invenduta del lotto 2.
Amadori ha presentato istanza a Invitalia per il contratto di sviluppo, la Regione ha nominato i suoi referenti al tavolo nazionale di trattativa, dall’Ue i fondi arriveranno. Ma per l’azienda quella porzione invenduta (come incubatoio, macello e centri allevamento la parte più nota dello stabilimento di Bojano, dove sono esposti i marchi, è di società fallite) è una spada di Damocle. «Non si capisce – commenta Florinda Di Giacomo (Flai Cgil) – perché a distanza di due anni ancora non viene messa in vendita. C’è la proprietà di un lotto che sconfina nell’altro. Rischiamo di avere gli incentivi e non il sito». Anche Raffaele De Simone, segretario della Fai Cisl, chiede «un bando di vendita del lotto 2 o la separazione fisica». E chiede di far subito perché questo intoppo «potrebbe compromettere la situazione» mentre ci sono «tutte le condizioni per la ripartenza». Dalla firma del contratto di sviluppo, Amadori stima 3-4 anni per riaprire il macello. Non sarebbe comunque una cosa rapida, secondo i sindacati se non si rimuovono le interferenze non sarà neanche facile. L’intenzione dei sindacati è chiedere a breve un incontro al neo governatore Toma per fare con lui il punto della situazione.
Quanto all’incubatoio, i lavori di smantellamento sono conclusi. A giugno dovrebbero arrivare i nuovi macchinari, alla ristrutturazione la Regione partecipa con 2,5 milioni del Psr. Sarà un impianto «super tecnologico», all’avanguardia in Europa: questa l’informativa ricevuta dai responsabili delle relazioni sindacali e del personale. All’inizio (un inizio che potrebbe slittare da fine 2018 a inizio 2019 secondo fonti sindacali) lavoreranno in 30: contratto di avventiziato per 110 giornate annue, 3 giorni a settimana. Ma più la ‘macchina’ è evoluta e meno serve l’uomo. Perciò De Simone avverte: «Ben venga l’automazione, ma vanno garantiti i livelli occupazionali sottoscritti nell’accordo».

r.i.

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