Vetrina ‘impietosa’, nel finale una piccola fiammella di speranza. Il Molise sul Corriere della Sera per l’assai poco lusinghiero secondo posto in Europa (e più in là visto che il primo gradino è occupato da una colonia francese che si trova fra il Mozambico e il Madagascar) per disoccupazione di lunga durata.
Lo ha certificato Eurostat qualche mese fa, ieri nell’articolo di Monica Guerzoni l’approfondimento con numeri e voci della XX Regione. Un posto da dove «i giovani se ne vanno» e dove «i migranti non arrivano perché il lavoro non c’è». Come incipit, non c’è male. D’altro canto, i numeri e i fatti sono quelli che sono. La disoccupazione di lunga durata, scrive il Corriere rimarcando che è un dato che deve interrogare la politica, è al 72%.
Non basta quindi il marketing, il Molise che ‘non esiste’. Non è bastato Checco Zalone che ha girato ‘Sole a catinelle’ tra Petrella Tifernina e Provvidenti – «Io sono andato sulla cartina geografica e ho detto, qual è la terra che non si è mai cagato nessuno? Il Molise. Ed eccomi qua!» – perché cinque anni dopo «tra Campobasso e Isernia gli abitanti sono diminuiti ancora – nota il Corriere – e l’occupazione pure».
Antonio Di Pietro, uno dei molisani illustri (Robert De Niro, per le origini, e Fred Bongusto gli altri due ricordati dal Corsera), riconduce tutto agli anni ’50, quando la Dc «occupa il Molise manu militari» e poi nel 1963 il distacco dagli Abruzzi: «Ci siamo ritrovati dalla sera alla mattina con una Regione grande come un piccolo quartiere di Roma». I suoi tre nipoti gemelli di 15 anni gli dicono: «Nonno, dopo il liceo devi portarci a studiare fuori, perché qua non ci vogliamo stare».
Allora forse non aveva torto Bastianich quando qualche mese fa chiese a una concorrente dove fosse Campobasso aggiungendo che gli sembra un posto sfigato. «Frase infelice e polverone doveroso – commenta Guerzoni – perché il Molise è una terra meravigliosa. Ma come si fa industria senza un porto e senza un’autostrada? Come si trasportano le merci senza i treni?».
Sul Corriere approda anche il progetto del Pilla di Campobasso che ha offerto un ettaro di terra coltivabile a operai espulsi dal settore edile e famiglie senza reddito. Ma – le parole della preside Gianfagna – nessuno ha accettato. Pasquale Marinelli, erede della dinastia che dall’anno Mille fonde campane per il Papa, dice le cose come stanno: «Da noi c’è la cultura del non fare. Non è solo la burocrazia a frenarci, è la difficoltà di fare rete. Dobbiamo toglierci il mantello dell’invidia».
Eppure c’è chi riesce a diventare e restare eccellenza (la stessa fonderia Marinelli è un esempio): Alessio Di Majo Norante che produce «vini di pregio nell’antico feudo di famiglia, i marchesi Norante di Santa Cristina». E La Molisana, quinto operatore della pasta in Italia. Da 16 a 100 milioni di fatturato, presente in 80 Paesi: «Il segreto? Lavorare duro e cercare profili specializzati». Giovani del posto, specifica la responsabile Marketing Rossella Ferro.
Lo fa La Molisana, lo fanno altre aziende che nonostante tutto resistono. Il Molise – 308mila abitanti e ogni anno almeno mille in meno, reddito medio 19.674 euro – può ancora sperare. No, meglio: il Molise può ancora sperare?

r.i.

Un Commento

  1. Michele Rocco scrive:

    Nel Molise si fanno tante statistiche senza accorgersi che da noi bastano poche unità per far aumentare o diminuire una percentuale anche con numeri a due cifre. Aumento di export ed altro non sono sufficienti a creare occupazione. Quello certificato da Eurostat è l’unico dato certo, che già conoscevamo, anche se non a questi livelli di confronto.

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