Richiesta di deroga sul punto nascite di Isernia annunciata, ma che resta un giallo (ci sarà? È stata inviata? È scomparsa nel nulla?). E poi l’atto aziendale che declassa la Ginecologia del Veneziale a unità semplice dipendente da Campobasso, il primo passo per una cancellazione vera e propria. Non è tutto. C’è pure la questione di Pediatria svuotata di medici e servizi e quella delle mamme che scelgono di partorire fuori regione. Un fiume di neonati (circa 200) che non viene alla luce al Veneziale, ma in cliniche private: potrebbero essere la possibilità di salvezza per il punto nascite a Isernia. Eppure nulla da fare, si nasce ancora altrove. Il quadro che si profila dietro l’angolo sembra peggiore delle aspettative.

Intanto in reparto lottano, anche se con le armi spuntate. E fanno i conti ogni giorno con un nuovo ostacolo, perdendo sempre più terreno a favore di Campobasso, ma anche (e soprattutto) di Termoli. L’atto aziendale pubblicato qualche giorno prima di Natale mette nero su bianco il declassamento della Ginecologia di Isernia ma non di quella di Termoli, che mantiene una propria autonomia anche se quest’anno potrebbe non raggiungere il limite minimo di 500 parti l’anno. Uno schiaffo per il capoluogo pentro.

«Nell’atto aziendale non s’è fatto il discorso di Hub e Spoke per i punti nascita. Non è più nemmeno il problema di Campobasso al vertice, con Isernia e Termoli alla base. No. Adesso sono Termoli e Campobasso in cima e Isernia declassata. Con 501 parti Termoli viene considerata sullo stesso livello di Campobasso mentre noi, per 30 parti di differenza, scendiamo di due livelli di autonomia. E’ una scelta. Che ha motivazioni ben presentateci dai vertici, ma qual è la vera ragione?» spiega il direttore dell’Unità operativa di Ostetricia e Ginecologia di Isernia, il dottor Flavio Giannini (nella foto).

«Noi continuiamo a combattere, ci siamo. E manteniamo la guardia alta nonostante i mille sacrifici. La nostra è una situazione che l’azienda dice formalmente di voler affrontare, ma in realtà perdiamo l’autonomia. Ormai la via è tracciata verso la nostra disattivazione. Chi la può cambiare? Un passo importante sarebbe la richiesta di deroga al limite dei 500 parti imposto dal ministero. Altre realtà che l’hanno fatta, l’hanno anche ottenuta. Ma deve essere presentata, il ministero non la concede di sua spontanea volontà».

Che succederà quindi alla Ginecologia di Isernia?

«Il problema adesso è l’intenzione che ha l’amministrazione, perché l’atto aziendale stabilisce che noi e la Pediatria saremo unità semplici, il che vorrà dire che non avremo più un’autonomia, ma saremo dipendenti da Campobasso. Questo tipo di decisione non è mai stata positiva da nessuna parte, è vista da tutti come il primo passo per un accorpamento. Si tratta di una decisione strategica aziendale che viene da lontano e che va ancora più lontano, ovvero per l’applicazione si arriverà probabilmente all’inizio del 2018».

Oltre all’atto aziendale ci sono anche altre questioni da risolvere: molte mamme lamentano l’assenza di una Terapia intensiva neonatale al Veneziale.

«La mancanza di Tin è un qualcosa a cui non si potrà ovviare perché la terapia intensiva neonatale prevede una quantità di bambini da assistere che non è numericamente presente probabilmente in tutto il Molise. Campobasso si fa forte del ricevere bambini dalle regioni vicine e per questo si configura come una Tin vera e propria. Ma non è pensabile che ci sia una Tin in ospedali che abbiano un numero di parti come quello di Termoli o Isernia.

Diverso è il caso di un’assistenza neonatologica adeguata: è un nostro diritto, ma finora non c’è stata. Dall’inizio di gennaio dovrebbero arrivare due colleghi in Pediatria (sempre con contratti precari, però) che integreranno la dotazione di personale. Sono professionisti in gamba con i quali abbiamo già lavorato e grazie ai quali sistemeremo un po’ la situazione.

Nel frattempo si continua a intervenire con i pediatri di Campobasso, con qualche contratto. Non esiste un’équipe e non c’è la possibilità da parte del responsabile di Pediatria di fornire una guida. La conseguenza è che non c’è una condotta omogenea e ne risentono tutti quanti, dalle mamme alle infermiere. E’ una cosa che si risolverà solamente quando ci sarà una squadra di pediatri stabili sulla quale lavorare, da poter preparare e formare. Finché l’amministrazione non farà una cosa del genere non sarà possibile migliorare la nostra offerta. Già aver istituito il rooming-in è stata una grande battaglia che ha comportato un anno di lavoro. E’ una grande cosa, però. Dall’inizio di gennaio, quindi, ci sarà qualche passo in avanti anche sull’assistenza pediatrica ai neonati».

Quanto influisce sulle possibilità di salvare il reparto il fatto che tante mamme scelgono di partorire altrove?

«Incide tanto. I dati Istat dicono che nella provincia di Isernia ci sono tra i 600 e i 700 nati all’anno complessivamente. Storicamente il reparto ha registrato tra i 400 e i 500 parti. Ci sono 200 nati l’anno che vengono alla luce fuori. Se già raggiungessimo Termoli come numero di parti, allora sarebbe molto più difficile sostenere la necessità di chiudere».

E’ un cane che si morde la coda: meno servizi, meno mamme che scelgono il Veneziale. Meno bimbi nascono qui e ancor meno servizi verranno lasciati…

«E’ una spirale negativa, che per il bene di Isernia bisogna interrompere. Le motivazioni alla base sono la precarietà del personale e le infrastrutture. Se non si offrono servizi di qualità alle mamme è inevitabile che alcune di esse andranno fuori. L’azienda d’altro canto non investe, a causa del basso numero di parti e di conseguenza ci saranno sempre meno risorse. Continuando così non avremo più neanche un punto di pronto soccorso ostetrico a cui rivolgersi in caso di necessità. E bisognerà andare a Campobasso, Capua o altrove anche per le urgenze. Sperando che per strada non succeda nulla».

Il declassamento del punto nascita di Isernia è il primo grande passo. A quando gli altri?

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