Ha sempre lavorato. Dal momento in cui ha saldato il suo conto con la giustizia ha ricostruito se stesso. La sua vita. E quella della sua famiglia.
Antonio C., 57 anni, vive a Campobasso in una palazzina popolare ma è nato e cresciuto a Foggia.
Sulle sue spalle il presente e il futuro di cinque persone: la moglie, due figlie (di cui una appena adolescente), due nipoti.
È per loro che – dopo aver trascorso buona parte della sua vita nelle carceri di massima sicurezza di tutt’Italia -, ha cambiato radicalmente il percorso della sua esistenza.
Ha chiuso con tutto quello che – racconta – «mi apparteneva quando ero ragazzo… anche se fino ad un certo punto. Perché quando nasci e poi cresci in certi posti è come se tu fossi un predestinato: i rischi sono maggiori e le possibilità che tu cada in errore vanno di pari passo».
Ma Antonio in carcere ha lavorato e studiato.
Si è diplomato e racconta che avrebbe voluto continuare anche con gli studi universitari. Poi, però, ha preferito continuare ad imparare il lavoro, quello manuale, perché già contemplava la vita che avrebbe voluto fare una volta fuori da quella cella «tre metri per tre».
Venuta meno un certo tipo di esigenza cautelare, Antonio finisce la sua detenzione a Campobasso.
Qui, una volta fuori, ricostruisce da zero la vita (che avrebbe sempre voluto) con sua moglie e le sue due figlie.
È una persona nuova. Rinata. Consapevole di aver pagato per quell’errore commesso e pronto dunque a 45 anni (l’età in cui è stato dichiarato un uomo libero) a rimettersi in discussione per garantire un futuro alle «mie ragazze».
Così è stato per un po’.
Diplomato, autista di camion, eccellente manualità… fuori dalle mura carcerarie comincia a fare di tutto. Magazziniere, portinaio, aiuto cuoco, artigiano, muratore, giardiniere, camionista. Ogni proposta di lavoro lo vedeva pronto, sull’uscio della porta, primo a rispondere «Ci sono. Eccomi. Pronto a lavorare».
Non è tossicodipendente. Non ha problemi di alcolismo. Ne è un ‘ragazzo’ inconsapevole.
È invece un padre di famiglia che lotta «contro il pregiudizio. Quando dico – e io lo dico perché sono onesto – che ho pagato un conto con la giustizia lungo 27 anni, mi guardano tutti con diffidenza anche se poi, lavorando e palesando l’umiltà che comunque caratterizza la mia persona, ho sempre dimostrato l’affidabilità necessaria per riuscire a lavorare e quindi portare il pane a casa».
Cosa è successo allora? E perché ha scelto Primo Piano Molise per dire quanto sta per dire?
«Ho scelto Primo Piano perché amo leggere ed essere informato. E quindi seguo Primo Piano, non è di parte. È pulito. E nessuno più di me sa capire quello che è limpido da quello che non lo è».
Se parla di onestà intellettuale e irreprensibilità sociale, è chiaro che ha una disavventura da raccontare?
«Una disavventura? No. Magari fosse soltanto una disavventura. Quello che ho da raccontare è la disperata storia di un uomo, il sottoscritto, che vorrebbe lavorare ma che ormai da oltre due anni non trova neanche l’uscio di uno scantinato aperto. Tutti mi sbattono le porte in faccia e lo fanno con una tale disinvoltura che – mi creda – ammazza più del carcere».
Antonio, 57 anni, mani che filtrano i postumi dei lavori pesanti tra cemento, terra, rovi, martelli e chiodi, non abbassa mai lo sguardo.
Fiero anche nel portamento, i suoi occhi scrutano, osservano e ineluttabilmente per questo intascano subito fiducia. «Perché io non ho nulla da nascondere – dice severo -. Non sono io che mi devo nascondere. Io ho sbagliato e pagato, ma questi signori sbagliano tutti i giorni e sono lì, prendono fior di soldoni ma di contro non vedo un altrettanto sacrificio lavorativo. Sia chiaro: non chiedo soldi, non li ho mai chiesti, né chiedo l’elemosina. Io posso lavorare e dunque chiedo solo di lavorare. È un mio diritto. Quando io ho violato i diritti altrui sono stato condannato e in silenzio ho scontato le mie pene. Questi signori che violano tutti i giorni i diritti sui quali si fonda la Costituzione italiana come pagano? Quando pagano? Chi li condanna come i comuni mortali che devono lottare in mezzo alla bolgia che c’è li fuori? Io non credo che non esista in un qualunque comune o città un posto di lavoro per chi come me si adegua e sa fare ogni cosa. Non chiedo uffici d’oro, poltrone o gabbiotti. Qualunque cosa, purché sia lavoro retribuito. So che c’è. I lor signori lo sanno ma hanno altri da accontentare».
A chi ha chiesto un aiuto. O meglio: un posto di lavoro?
«A tutti. Al sindaco Antonio Battista, al senatore Roberto Ruta, a consiglieri, assessori e dirigenti dei vari enti…»
Cosa le hanno risposto?
«Loro? Da loro ho ricevuto solo porte in faccia. Fingono di ascoltarmi, di capirmi, sembrano quasi partecipare alla mia disperazione. Sembra. Perché poi dopo che mi dicono “Antonio tranquillo che adesso troviamo una soluzione per te e la tua famiglia”, la telefonata per fare il muratore, il camionista, il carpentiere o il falegname, l’imbianchino, il giardiniere o qualunque altra cosa… non arriva mai. Mi raggirano. Perché sono passati anni e io – a parte qualcosa di saltuario che riesco a guadagnarmi grazie a persone perbene che mi conoscono e mi chiamano per piccoli lavori di carpenteria o giardinaggio – da parte di questa amministrazione comunale, degli onorevoli senatori e deputati non ho avuto alcun sostengo. Alcun interessamento. Niente di niente».
Non si fidano di lei?
«Sono io che non mi fido di loro. Questa gente non ha umanità. E io sono certo che i disperati come me per queste persone siano banale merce di scambio. Numeri da liste. Cifre elettorali. Lo so per certo. Posso dimostrarlo».
Chiuso nel suo k-way che espande profumo di Marsiglia, Antonio ogni tanto si blocca. Il respiro si spezza quando ricorda che tutto quello che sta facendo lo fa solo per le sue figlie. Quando pensa a loro, è quello l’unico momento in cui i suoi occhi pur restando fissi su quelli di chi intervista si riempiono di lacrime. Ma non piange. Non lo fa mai.
Nasconde il più piccolo crollo emotivo. E invece trasmette bene la rabbia che alimenta il suo stato d’animo.
La sua, alla fine, è la storia di un uomo normale precipitato all’inferno dal quale è riuscito a risalire e nel quale adesso quelle istituzioni locali – e non – che parlano (parlano!) di reinserimento sociale e sostegno alle fasce deboli rischiano di farlo precipitare di nuovo.
Lei non si arrende…
«No. Mi sono presentato nei giorni scorsi di nuovo al Comune perché speravo in un mio eventuale operato in occasione della raccolta differenziata ma mi hanno servito un ennesimo ‘due di picche’ e nel frattempo ho visto tanti nuovi volti assunti».
Insomma solidarietà nessuna e politiche sociali men che meno?
«Ma io non voglio solidarietà. Non mi interessa la solidarietà di queste persone perché loro per solidarietà sa cosa intendono?»
No, cosa?
«Elemosina. Soldi. Sguardi pietosi. Io non voglio questo. Non voglio soldi né compassione. Io voglio lavorare. Voglio fare qualunque cosa perché so di saperla e di poterla fare. Che se li tengano i loro soldi, che se li portino pure all’altro mondo ma in questo, almeno, rispettino gli italiani che permettono loro di guadagnare tutte quello che hanno. E quindi si impegnino seriamente per chi, come me, a questo Stato, a questo Comune, a questa Regione paga tasse e imposte. Ragionino con oculatezza: scendano tra la gente, vengano in strada a conoscere la disperazione di quelli come noi, perché dai ‘troni’ dei palazzi non si lavora. Quello io lo chiamo bivaccare non lavorare. Io invece voglio lavorare».
Come pensa di cavarsela?
«Ho davanti poche vie d’uscita. Una ho pensato di percorrerla raccontando a voi la mia storia e sperando che voi quale mezzo di informazione sempre attento a tematiche sociali e di approfondimento facciate conoscere a tutti l’altra faccia della medaglia di questi nostri amministratori: vanagloriosi, millantatori e fanfaroni. Attenti alle loro tasche e solo a quelle. L’altra strada che mi resta quale è? Commettere un reato. Ma in questo caso, questa volta, denuncerò il Comune di Campobasso e tutti gli enti e le istituzioni correlate per istigazione a delinquere».
Perché?
«Perché se tutti ti sbattono la porta in faccia non restano alternative».
Cristina Niro

Un Commento

  1. Pio BARTOLOMEO scrive:

    Qualunque padre di famiglia, non può che riconoscersi nello sforzo di dignità che quest uomo esprime. Ma da padre di famiglia, spero che qualcuno sappia usare la propria poltrona per dare dignità ai nostri figli….. speriamo che la prossima campagna elettorale faccia il miracolo.

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