Sono trascorsi più di sei anni dalla tragedia che, in una calda giornata di agosto nelle campagne di Frosolone, costò la vita a Manuel Colantuono, giovane centauro isernino. Aveva solo 19 anni. Per quel dramma è stato aperto un procedimento penale, il cui secondo grado si è chiuso nelle scorse settimane con una nuova assoluzione delle due persone finite sotto processo per omicidio colposo.
«Per noi – ha affermato dopo la sentenza Valentina, la sorella della vittima – Manuel è stato ucciso due volte».
Un dramma rimasto impresso nella memoria collettiva. Il ragazzo mentre era a bordo della sua moto da cross, in una tranquilla passeggiata nei boschi dell’agro di Frosolone, si trovò di fronte un cavo di acciaio teso tra due alberi, posto a misura d’uomo, che per il suo aspetto, arrugginito e soprattutto in alcun modo segnalato, si mimetizzava tra la vegetazione. «Inutile tentare alcuna manovra di emergenza – ricorda la sorella della vittima -, Manuel rimase senza vita, quel maledetto cavo gli funse da ghigliottina».
La procura della Repubblica di Isernia aprì un’indagine che durò circa due anni. A maggio 2013 infatti, partì il giudizio di I grado per padre e figlio titolari di un’impresa boschiva del luogo, che in quel momento era l’unica affidataria di quella porzione di terreno, per il taglio della legna. Nessun altro risultò essere chiamato a rispondere per quella tragedia. Il processo in Tribunale a Isernia si concluse a settembre 2016, con l’assoluzione in formula piena degli imputati.
Sulla base delle motivazioni rese dal magistrato di prime cure, sia la procura che la parte civile costituita, il 30 dicembre del 2016, proposero appello «in quanto – spiega ancora Valentina Colantuono – la sentenza di primo grado nulla dice circa i numerosi indizi a carico degli imputati resi all’interno del dibattimento, ma bensì focalizza il suo non convincimento solo su alcune delle testimonianze raccolte».
Si arriva così al 7 dicembre scorso. La Corte di Appello di Campobasso, per motivazioni ancora non note ha rigettato sia l’appello della Procura che quello della parte civile, condannando quest’ultima anche al pagamento delle spese processuali, sebbene sia nel giudizio di primo grado che in grado di appello il pm aveva concluso con una richiesta di pena di 4 anni ciascuno di reclusione.
«Trattandosi di omicidio colposo – afferma ancora la sorella di Manuel -, lo stesso è soggetto a prescrizione, pertanto, con i tempi della “nostra” giustizia, si avrebbe comunque un’assoluzione in Cassazione. Con questo andamento della giustizia, favoriamo la criminalità, quindi oggi chiunque può svegliarsi la mattina e sbarrare una qualsiasi strada sapendo di uccidere o comunque di fare del male a qualcun altro senza che gli succeda niente. Nessuno di noi è più libero di passeggiare tra la natura perché potrebbe trovare simili scempi.
Ma la considerazione finale e quella più triste, nessuno più ci darà il nostro Manuel questo è certo, ma il 7 dicembre 2017 , per noi che credevamo nella giustizia, è morto due volte».

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