Ragazze molestate alla stazione, droga nel Cat e un accoltellamento nei bagni della scuola: i recenti fatti di cronaca, accaduti a Isernia, hanno riacceso i riflettori sul tema dell’accoglienza e, più in generale, sulla gestione del fenomeno migratorio. Quello dell’immigrazione resta uno dei temi ‘caldi’ per la comunità pentra: il diverso, l’altro, suscita sempre sentimenti di sospetto. Gli psicologi sociali parlano di ‘outgroup’ nell’ambito della teoria dell’identità sociale: gli individui si identificano con il gruppo del quale si sentono membri, manifestando sentimenti negativi e trattamenti ingiusti verso coloro che non ne fanno parte. Chiunque viene da fuori è percepito come qualcuno che minaccia le risorse che per gli italiani sono a rischio, come l’occupazione.
«L’insicurezza degli italiani in campagna elettorale si è manifestata anche e soprattutto rispetto al tema dell’immigrazione – ha affermato Fabio Serricchio, docente dell’Unimol, in occasione della presentazione del libro Vox Populi –. Stanno emergendo altri temi che sconfinano nel razzismo e che non mi aspettavo da un popolo civile e moderno come quello italiano. Immaginavo e speravo che l’accoglienza, l’apertura, la tolleranza fossero temi di dominio comune, i temi fondanti della nostra comunità, che poi sono anche valori cristiani e fanno parte della nostra cultura. I sentimenti di odio, come quelli che sono stati espressi sul caso Emma Marrone, esistevano già e hanno trovato l’occasione per venire fuori – ha puntualizzato il professore –. Sono sorpreso e lo dico come cittadino, non come studioso, con molto rammarico».
La tendenza a spingere il diverso ai margini della società nasce dalla paura di essere ancora più impoveriti rispetto alla povertà che c’è.
«Alcuni ceti medi si sono impoveriti a causa della crisi, non certo degli immigrati – ha affermato Matteo Luigi Napolitano – docente di storia all’Unimol, lasciando ampio respiro a una riflessione di carattere antropologico –. È una percezione in parte comprensibile, ma del tutto sbagliata se pensiamo che alcuni aspetti dell’integrazione potrebbero arricchire la cultura italiana, purché l’integrazione venga fatta nel vero senso del termine. C’è sempre la paura dell’ignoto, dello sconosciuto, che potrebbe derubarci di qualcosa. ‘Aiutarli a casa loro’ è una frase che non consente di comprendere la complessità del tema: è finita la leggenda dell’Africa che ha grandi risorse, come cinquant’anni fa, perché gliele abbiamo portate via noi. Il colonialismo non è solo un concetto ottocentesco: c’è un fenomeno definito come neocolonialismo che consiste nell’affitto delle terre dei Paesi poveri da parte di società private che appartengono ai Paesi ricchi per garantire loro lo sfruttamento delle risorse agricole e minerarie. Non abbiamo gli strumenti per integrare, la cultura dell’incontro si basa su una conoscenza reciproca. Ripabottoni, ad esempio, è una comunità molisana che è stata un’esempio di integrazione, che ha ricevuto una menzione d’onore nell’ambito del premio ‘Chiara Lubich’ – ha continuato il professore Napolitano –. Questo riconoscimento è l’esempio di come si possa fare integrazione, infatti molti cittadini di Ripabottoni si sono opposti alla chiusura del centro di accoglienza e alla partenza dei migranti con cui era nato un rapporto solido, che significa reciproca accettazione delle regole di vita. Questo potrebbe essere un tentativo moltiplicato di avviare un’accoglienza. I luoghi comuni si svotano attraverso la conoscenza dei popoli. Dobbiamo capire che l’Europa dovrebbe contribuire a modificare e migliorare le istituzioni di alcuni Paesi africani per migliorare anche la loro struttura socio-economica – ha concluso il docente –. Senza questa operazione di accoglienza non sarà possibile procurare alcun tipo di aiuto e i Paesi in via di sviluppo resteranno sempre su una strada con le quattro frecce d’emergenza in attesa che qualcuno li aiuti».
Valeria Migliore

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