Spettabile redazione ed egregio direttore,
Sarebbe bello avere udienza in merito a quello che stiamo per dire, ed è con un tale auspicio che le inviamo questa lettera.
E’ da qualche anno che si sente parlare di “pride”, così come è da qualche anno (possiamo dire che l’intensificazione sia avvenuta da una decina d’anni a questa parte) che essi si svolgono ripetutamente lungo lo stivale, dopo aver battezzato un periodo preciso, normalmente giugno e luglio.
Quello che vogliamo sottolineare è il modo con cui si sta trattando la materia. Se uno osserva bene, vedrà che c’è uno sbilanciamento a favore di questi eventi ed uno studiato occultamento di contro eventi o anche solo semplicemente di opinioni diverse, che possono essere espresse nei modi più diversi, anche da una missiva come questa.
Basta avere un minimo di spirito di osservazione per rendersi conto che, vuoi per le idee libertarie del ’68, vuoi per tutta una serie di cambiamenti nella sfera morale, spirituale e culturale del nostro Occidente, si sono venute a creare delle grandi casse di risonanza del pensiero veicolato dai pride, che risiedono in associazioni, intellettuali, un certo mondo scientifico, organismi internazionali, mass-media.
Fino a prova contraria, se si vuole capire realmente un evento, bisogna esaminarlo da tutte le prospettive possibili: nel caso di specie, quindi, sarebbe poco intelligente guardarlo solo dagli occhi del mondo Lgbt.
Per poter fare questo, occorre dialogare: “dia” in greco significa attraverso e “logos” significa parola. Il dialogo sta mancando in quasi tutte le narrazioni che si stanno facendo in Occidente, determinando uno squilibrio che si traduce in egemonia culturale.
Delle suddette narrazioni quella che ci lascia più perplessi è la sottolineatura ripetuta dei concetti di discriminazione e di diritti: figuriamoci, in un contesto moderno come il nostro parlare della prima è anacronistico ed inaccettabile, parlare dei secondi è sacrosanto! Queste sono le carte che si intendono maggiormente giocare per far presa sul pubblico, volutamente omettendo degli aspetti che, se vi foste recati ai pride di Trieste piuttosto che di Roma piuttosto che di Imola ed altro ancora, sono purtroppo presenti: in primis, il fatto che tali eventi sono gridati; in secondo luogo, che, proprio perché tali, degenerano in azioni o parole blasfeme nei confronti della fede cristiana (mai dell’Islam, però: chissà perché: eppure leggete che cosa dice il Corano sull’omosessualità), piuttosto che in atti osceni e presentazioni di sé in stile adamitico (poi ci si lamenta degli atti osceni in luogo pubblico quando si portano i bimbi al parco); infine, che si preferisce utilizzare gli umori della piazza come strumento di costruzione di consenso e banco di prova per ottenere quanto si reclama. Se ogni categoria discriminata battezzasse un mese all’anno in cui organizzare sfilate lungo lo stivale, ci dovremmo seriamente interrogare, perché a quel punto risulterebbe evidente che si punta alla pancia e non alla costruzione di un impianto normativo intelligente che li possa tutelare. Che ci risulti -e le stanno scrivendo persone che bazzicano nel mondo del volontariato- persone affette dalla sindrome di Down piuttosto che autistiche o colpite da malattie rare non utilizzano lo strumento della piazza per ottenere un trattamento più degno da parte dello Stato, ma interpellano le sedi legali e ministeriali opportune. Non fanno chiasso, insomma, perché non ce n’è affatto bisogno. Detto questo, alle poche esponenti politiche nostrane che non hanno perso tempo a rimarcare il concetto di diritti, diciamo: non abusate delle parole, perché, come ogni cosa inflazionata, perdono di valore.
Dal confronto può solo scaturire qualcosa di buono. Eppure questo non è ancora stato capito, pertanto, consapevoli di ciò, i sostenitori del mondo Lgbt ogni anno pensano di costruirsi il proprio esercito di adepti con manifestazioni che si coprono deliberatamente di colori, musica e affini per far passare il messaggio in modo “soft” alla gente che non ama documentarsi: il messaggio di chi dice che la sessualità è una scelta, un orientamento discrezionale e non un qualcosa che ci è stato dato dalla nascita, che i concetti di maschio e femmina sono stati un errore del Creatore e che ora ci pensa l’uomo a mettere a posto le cose; che non c’è nulla di male, in fondo, nel designare una donna alla “produzione” di un bambino, per poi darlo, come un pacco postale, a chi si dichiara omoerotico però vuole l’oggetto del suo desiderio; che ci sono vari tipi di famiglia e non ci si può più azzardare a pensare quest’ultima solo in termini di mamma, papà e figli.
Quando osserviamo il cielo stellato, vediamo che un baco da seta si trasforma in farfalla, che il sole sorge e tramonta, che c’è un’enorme distesa d’acqua che copre il nostro pianeta, che un bimbo nasce dopo un’unione copulativa tra maschio e femmina, capiamo quanto perfetto sia tutto questo, e quanto perfetto è l’Essere che lo ha pensato e messo in forma. Perché dovremmo essere così sadici nel rimescolare le carte e fare a modo nostro? Eppure a chi, come noi, afferma queste cose, viene decretato un ruolo marginale nel dibattito pubblico, perché si è creata una cappa opprimente improntata al monologo piuttosto che al dialogo.
Ecco perché riteniamo che solo mettendosi seduti a tavolino si può recuperare il filo spezzato, si può ritessere una trama il cui ordito, se conosciuto, ci lascerebbe a bocca aperta. Ma deve essere volontà di tutti arrivare a questo, non gridando la parola “diritti”, “autodeterminazione”, “discriminazione” a proprio uso e consumo. Si faccia tutti un passo indietro, si azzeri tutto e si recuperi quella dimensione. Lo dobbiamo a noi stessi.
Se ciò non avviene, anche un bambino si accorgerebbe che non possiamo più parlare di democrazia nella nostra società.
Grazie se vorrà accendere i riflettori su questo
Gennaro Castellitto
Carlotta Scognamiglio ([email protected])

Un Commento

  1. Carlotta Malagò scrive:

    Giuste osservazioni. Imbavagliati da una pericolosa tirannia ideologica, dobbiamo maggiormente uscire allo scoperto e difendere l’essere umano, aiutarlo a conoscersi meglio, a fare una seria introspezione di se stesso, e a non trovare scorciatoie (che possono essere anche affettive) in caso di problemi, che tutti abbiamo, chi più chi meno. Abbasso il relativismo e la sua forza distruttrice.

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