Fino all’anticamera dell’Aula consiliare probabilmente prima d’ora non era arrivata nessuna proposta di riforma elettorale.
Ieri, invece, la I Commissione ha licenziato una buona parte del ddl firmato da Vincenzo Niro, Cristiano Di Pietro e Giuseppe Sabusco. Un primo passo che soddisfa molto l’ex presidente del Consiglio: «È un evento», dice. Era stato lui a fare appello a Frattura quando ancora era in campo l’ipotesi che la giunta elaborasse un altro ddl, riassuntivo della posizione della maggioranza: partiamo dal mio testo, aveva detto Niro, il lavoro di stesura e verifica costituzionale è già fatto.
I primi 14 articoli, tra cui la ripartizione del territorio in un’unica circoscrizione e l’eliminazione del voto disgiunto, hanno avuto via libera ieri. Oggi pomeriggio, un’altra seduta. Potrebbe essere quella in cui il testo viene spedito per intero all’Assemblea. Comunque, ormai ci siamo.
Le polemiche sono subito divampate proprio sul collegio unico. Lunedì scorso l’organismo presieduto da Domenico Di Nunzio decise che si parte dalla proposta Niro-Di Pietro-Sabusco perché è la più trasversale, condivisa da esponenti di partiti e schieramenti diversi (Popolari per l’Italia, Molise di tutti, Udc). Ed è questo il punto che rimarca il governatore Paolo Frattura. Quel testo è la base di discussione. In Aula ci sarà un ddl, potrà essere modificato. Ma sarà approvato.
Il Pd, a maggio in assemblea, definì la sua proposta di riforma elettorale per le regionali: un impianto su tre collegi. «Come nella prima seduta – spiega il presidente della Regione al termine della direzione nazionale dem a Roma – io ho riportato la posizione del mio partito secondo il mandato dell’assemblea. Rispetto a questa mia posizione, in quanto eletto del Pd, la Commissione si è espressa in modo diverso».
Frattura non è componente dell’organismo e non ha diritto di voto. Contro il ddl Niro si è espresso solo l’ex governatore Michele Iorio. D’altro canto, in I Commissione su sei componenti tre sono i firmatari della legge. A favore si sono espressi anche Filippo Monaco e Domenico Di Nunzio (del Pd). Il capo dell’esecutivo non ne fa una questione dirimente. «Da più parti si chiede e a più riprese che la legge elettorale non sia solo una questione di stretta maggioranza, di parte. Bene, proprio per questo io auspico che tutti i partiti prendano posizione. Come è avvenuto con il Rosatellum. In modo che sul testo che sarà all’esame dell’Aula si intervenga nella maniera più condivisa possibile».
Intanto, sottolinea, non ci sono più quattro o cinque testi tra cui fare sintesi. Ma un testo base. Frattura sa bene che sul collegio unico troverà le barricate dei territori (in particolare di Isernia che ha chiesto a più voci di mantenere il collegio e anzi che sia stabilito che a quella circoscrizione saranno assegnati 6 seggi). Dai consiglieri uscenti l’opposizione sarà meno radicale. Ma indica l’Assemblea legislativa come luogo in cui comporre gli interessi e le esigenze politici e dei rappresentanti territoriali. Da quando il testo sarà licenziato a quando comincerà l’esame dell’Assise, perciò, si augura un confronto fra i partiti – non solo di maggioranza – che coinvolga gli eletti di via IV Novembre. Anche chi, come Ioffredi, Monaco e Ciocca, pur non aderendo ai partiti che compongono la maggioranza tuttavia la rappresentano e stanno dando il loro fattivo contributo.
«La cosa più importante è che il testo arrivi in Consiglio, lì si aprirà la discussione. Come è accaduto di recente per la legge utile al rinnovo della cassa integrazione della Gam – conclude Frattura – i dubbi avanzati da alcune forze politiche sono stati approfonditi e chiariti e quella norma è passata all’unanimità».
M5S, invece, accusa: «Una legge elettorale fatta per premiare le grandi ammucchiate, rendere determinanti i piccoli partiti e dimenticarsi delle richieste di rappresentatività da parte dei territori. Qui non è più un discorso di democrazia, ma di vera e propria premeditazione».
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