«La legge elettorale è l’inizio del male». Parte da qui il duro affondo del Movimento 5 Stelle sulla scelta del governo Frattura di non andare a votare il 4 marzo ma – con un margine di certezza sempre più massiccio – il 22 aprile. A ridosso delle politiche «alimentando quindi – dicono i pentastellati – non dubbi bensì evidenze su quelle che saranno le manovre tra coalizioni, spartizione di poltrone, stratagemmi studiati a tavolino tra centrodestra e centrosinistra».
I 5 Stelle della Regione e quelli di Palazzo San Giorgio incontrano la stampa sotto il Palazzo del Governo. Una conferenza stampa convocata «per un argomento di cui ormai si parla da tempo che è appunto l’election day ma soprattutto per illustrare i passaggi del perché siamo convinti che non c’è stata alcuna volontà di far risparmiare soldi ai contribuenti e rispettare i principi basilari di una democrazia».
Antonio Federico, capogruppo in Consiglio regionale, apre la conferenza parlando della nuova legge elettorale «approvata a fine legislatura con la cognizione che tempi così ridotti avrebbero creato il caos. Perché è naturale che una riforma così importante oltre a cambiare regole del gioco faccia subentrare problemi di carattere giuridico impugnabili nelle sedi opportune». Aspetti che i pentastellati hanno sollevato più volte in Consiglio senza avere da Frattura alcuna apertura rispetto alla possibilità di discutere della nuova legge elettorale nella prossima legislatura vista la ristrettezza dei tempi e l’esigenza invece di prudenza e impegno che una tale riforma richiedeva.
Hanno spiegato che in conferenza dei capigruppo otto consiglieri regionali hanno sottoscritto una richiesta di convocazione straordinaria dell’Assemblea per dibattere sul voto del 4 marzo. Ma anche questa è stata negata.
«Ho chiesto al presidente Cotugno – ha detto Federico – di convocare il prima possibile una seduta di Consiglio e la data utile sarebbe stata quella di venerdì 15 gennaio ma Frattura sarebbe stato assente e quindi se ne poteva parlare soltanto il martedì successivo. Ho spiegato che poco importava perché a parte la presenza del presidente della Regione, il Consiglio avrebbe comunque potuto dare un indirizzo, nulla da fare. E questo ci fa capire che anche il presidente dell’Assise Vincenzo Cotugno ha fatto il palo del governatore. Perché siamo convinti che andare al voto il 22 aprile a questo punto significherebbe rafforzare anche eventuali accordi con Patriciello».
Per Patrizia Manzo la legislatura finisce «nel peggiore dei modi». E non è soltanto un problema di costi ma anche di democrazia «perché i cittadini che lavorano o studiano fuori regione saranno costretti a tornare due volte nel giro di poco tempo aprendo ad una percentuale di astensionisti oltremodo alta». Ritorna la certezza, cioè che non c’era alcuna volontà politica di andare al voto con l’election day. E torna nuovamente anche il perché di questa convinzione: «Fa comodo andare a ruota delle politiche per chiarire meglio le idee in termini di spartizione di poltrone, nomine e future coalizioni che uniranno ancora una volta centrodestra e centrosinistra».
È Roberto Gravina (capogruppo a Palazzo San Giorgio) a sottolineare che a questo ‘incidente’ «avrebbero potuto rimediare ma c’è stata invece una volontà diversa». Lui personalmente – era il 5 gennaio scorso – ha contattato un viceprefetto del Ministero dell’Interno che si occupa di materia elettorale per chiedere informazioni in merito al ‘caos molisano’. Il dirigente del Ministero in quella telefonata ha però ammesso che «nulla sapeva dal punto di vista tecnico di problemi che la Regione Molise poteva avere dal punto di vista elettorale – ha detto Gravina -. E, soprattutto, che nulla era stato chiesto a quell’ufficio per organizzare comizi e quanto altro».
Insomma per i pentastellati i «vergognosi giochi elettorali sono cominciati da un pezzo. Noi lo avevamo capito perché abbiamo imparato a nostre spese a non fidarci, volevamo soltanto raccontarlo agli elettori».

CN

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