La parte sana di un derby: il confronto acceso, il risultato in bilico, le emozioni in campo, il tifo, i gesti tecnici. E poi il risvolto negativo, l’altra faccia della medaglia, quella rossa di vergogna che sporca tutto il resto: l’indegna gazzarra che ha accompagnato i titoli di coda, le provocazioni, gli insulti, le liti in campo e sugli spalti tra gente che rappresenta la stessa regione. Senza voler entrare nel merito della vicenda per scegliere a chi assegnare la fetta più grande di torto o rischiare di sfociare nella retorica sottolineando che in quei concitati e barbari minuti hanno perso proprio tutti, sarebbe bastato alzare un istante lo sguardo verso la tribuna per capire che era il caso di smetterla. Lì, con le mani attaccate alla balaustra, c’era una bambina impaurita e in lacrime per quello che stava accadendo. Una volta che si sarà dissolta quella nuvola di rabbia che ha ieri avviluppato diversi cervelli e che non ha portato di fatto nessuno a prendere le distanze da quegli episodi, anziché nascondersi dietro un affrettato e vigliacco “sono cose che in campo possono accadere e non è neanche avvenuto nulla di così grave” come capita in genere, sarebbe preferibile riflettere sull’esempio che lo sport ha il dovere di veicolare. Quel pianto inconsolabile fa più male di cento ferite. Soprattutto se, come nel caso di Campobasso e Agnone, si punta sulle famiglie allo stadio. Doveva essere una festa di calcio ma è diventata una corrida. Ed è inaccettabile in qualsiasi categoria, figuriamoci nel dilettantismo.
Pari equo – La gara, invece, è stata appassionante. Il Campobasso ha avuto il demerito di non chiuderla e la faccenda si è complicata dopo l’espulsione di Benvenga. L’Olympia Agnonese, senza il penalty (da rivedere) in pieno recupero, starebbe invece a parlare dell’ennesima domenica stregata in trasferta per quel braccino corto in avanti che induce i granata a scagliare sulla rete (ma quella del tennis, non quella del calcio) anche la più semplice delle volèe. Sia chiaro: il punteggio è giusto, il pari fa giustizia. Ma di questo 1-1 si discuterà a lungo per decisioni arbitrali e polemiche varie.
Mossa a sorpresa – Di Meo, stravolgendo un assetto tattico consolidato ma in fin dei conti infruttuoso lontano dal Civitelle, ha scelto di giocarsela a specchio. O meglio. Il suo era più un 3-4-1-2 che un 3-5-2, con l’inversione del vertice di centrocampo (leggasi Ferraro più mezzapunta che mediano) voluta per provare a mettere in difficoltà Danucci. L’idea si è arenata sulla mancanza di spunti del numero dieci, ma non ha intaccato la solidità del resto con i tre esperti dietro, Guerra a pungere sulla mancina e Corso a dare qualità in mezzo al traffico. Sull’altro versante Foglia Manzillo ha preferito fare subito ‘all in’ con Kargbo, pur conscio che l’attaccante della Sierra Leone avrebbe potuto rischiare di non reggere l’intera partita. Il motivo? Di facile intuizione: cercare di acuire le fobie esterne dell’Olympia evitando una presa di coraggio degli avversari e, soprattutto, approfittare del terreno di Selvapiana nella prima parte, ovvero prima dell’inevitabile trasformazione in campo di patate. Una strategia che ha subito portato il Lupo all’incasso. Già, perché se l’incipit è stato granata – vuoi per un atteggiamento diverso e non rinunciatario, vuoi per il cambio di modulo – è pur vero che i rossoblù hanno capitalizzato al settimo giro di lancette con l’uomo più atteso, ovvero Augustus Kargbo, fermato solo con le cattive a Francavilla al Mare. Prima di descriverne il guizzo sotto il naso di Venturini è però necessario ricordare la stoccata larga di Corso (1’) e l’incursione a lato di Santoro (3’), segnali di un’Olympia Agnonese carica.
Kargbo armato – Dicevamo dell’1-0. Il lancio dalla distanza di Benvenga è di quelli sontuosi. Il cuoio taglia metà squadra altomolisana come una lama calda nel burro. All’altezza dell’area piccola, tra l’inerme La Bua e Rullo, è Kargbo a spingerla dentro con un colpo da arti marziali del pallone. Uno a zero. L’Agnonese barcolla, Kargbo è imprendibile, sfugge ancora una volta a sinistra e serve Gerardi, la cui girata è imprecisa. E’ un fuoco di paglia. Perché l’Agnonese sta per prendere in mano la partita mentre il Campobasso lascia intendere di voler solo mettere in cassaforte il ‘golletto’ come all’andata. Corso suona la carica con una sventola alta. Poi Benvenga rilancia sui piedi di Giglio, ma il pallonetto del centravanti ex Cassino è leggero e Landi può ripiegare. A provarci è anche Di Lollo con una rasoiata mentre nel finale l’Agnone ha due chance clamorose. Sulla prima Santoro è in posizione millimetrica di fuorigioco sul lancio di Corso e la rete viene annullata. Sulla seconda Landi e Capozzi ripiegano due volte sull’ex Corbo a botta sicura. Nel frattempo non manca qualche discussione in tribuna laterale dove è addirittura costretta a intervenire la polizia per riportare la calma.
Imprecisione – Il Campobasso capisce che non è una scelta saggia pensare di limitarsi a contenere gli avversari. E così dopo l’intervallo il Lupo cambia registro. Gerardi non trova il bersaglio da fermo. Poi è lo stesso numero otto ad aprire per Kargbo. Il classe 1999 rientra dalla destra e pesca Balistreri, ma il palermitano è ancora solo la brutta copia del bomber che Selvapiana ha ammirato in Lega Pro. Gerardi è invece ispirato. Da altri palcoscenici il lancio d’esterno in profondità che innesca Karbgo. L’autore del vantaggio aggira l’uscita disperata di Venturini ma viene fermato da un beffardo palo interno. L’Agnonese non riesce a reagire e l’errore di Giglio è di quelli clamorosi: su un traversone di Di Lollo, il colpo di testa a botta sicura termina a lato.
L’episodio chiave – L’espulsione di Benvenga scompagina i piani del Lupo. Il difensore, già ammonito, lamenta un fallo non ravvisato dal direttore di gara. Il numero cinque indugia nelle proteste, mostra più volte la mano insanguinata fin quando non rimedia il secondo giallo. L’Agnonese, che dietro era già passata a quattro, può affrontare il finale con un 4-2-4 molto offensivo e – soprattutto – con l’uomo in più. All’improvviso la gara viene sospesa perché un cane entra dal cancello dietro la porta dell’Agnone e avanza verso la panchina granata. Il tecnico ospite Di Meo – che poi spiegherà di averne quattro a casa – prende l’animale per il collo e lo trascina al di là della linea laterale salvo poi accarezzarlo. Si scatena un primo parapiglia. Il gesto viene letto come una provocazione o, forse, non si aspettava altro da entrambe le parti per scoprire ancor di più i nervi. L’Agnonese è però sempre alla ricerca dell’1-1 e il tempo non è ancora scaduto. Gomes interviene a vuoto, Corbo affonda sulla destra e dispensa un altro pallone invitante per Santoro che, però, sbaglia. Al novantesimo, su un cross di De Stefano, è Mady in sforbiciata a far battere il cuoio sotto la traversa. Il Grifo sembra quasi rassegnato. Ma, nel cuore dei cinque minuti di recupero, Bolzan tocca con una mano dopo un rilancio di Marzano. Difficile stabile se ci sia la volontarietà. L’arbitro non ha dubbi e indica il dischetto. De Stefano si prende la responsabilità di spiazzare Landi e regalare un punto prezioso alla sua squadra. Quello che accade sul ring dopo il triplice fischio e per diversi minuti è inutile ripeterlo. Non si può neanche parlare di pugilato perché quello è uno sport nobile e leale. Questa è più una “fagiolata” (cit. Gialappa’s Band) da campetti di periferia sudamericani. E il peggio è che nessuno ha stigmatizzato, ma sono stati addirittura alzati toni che andavano stemperati. Peccato.

Mario Colalillo

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