Egregio direttore, sono titolare di una cartoleria/copisteria di Campobasso e vorrei approfittare di questa pagina per uno sfogo personale su una questione che, credo, condivideranno anche tanti papà e mamme di bambini che durante le chiusure delle scuole devono studiare su schede didattiche e documenti da scaricare dalle piattaforme, o direttamente inviate dagli stessi insegnanti. Queste schede vanno stampate, studiate e compilate dagli alunni che, il più delle volte devono reinviarle tramite mail finchè le scuole riapriranno e, personalmente, credo che il periodo di chiusura delle stesse sarà ancora abbastanza lungo. Le cartolerie rientrano tra le attività che in questo periodo di emergenza coronavirus devono restare chiuse ed io mi chiedo con quale strano criterio siano state scelte le attività commerciali che possono continuare a lavorare normalmente. Premesso che sono pienamente d’accordo sulla scelta che ha fatto il governo per limitare i movimenti delle persone che non siano obbligate ad uscire da motivi validi, perchè questo può limitare contagi, non mi riferisco certo ai commercianti di generi alimentari e alle farmacie, o comunque a quelle attività che sono assolutamente necessarie, ma mi chiedo come mai si dia la possibilità di continuare a tenere aperti:

  • Negozi di animali domestici
  • Negozi di ottica e fotografia
  • Negozi di articoli per l’illuminazione ed elettrodomestici
  • Negozi di ferramenta, vernici, vetro piano
  • Lavanderie

ed altre, e non si dia la possibilità di aprire anche alle cartolerie/copisterie che, mai come in questo momento, sono un supporto indispensabile ai genitori degli alunni, specie della scuola primaria. Non si è tenuto conto che non tutte le famiglie possiedono una stampante, uno scanner, e per le stampe e le trasmissioni via mail delle schede scansionate devono rivolgersi alle copisterie. Per non parlare poi delle Autocertificazioni che ognuno di noi deve stampare e portare con sè tutte le volte che è costretto ad uscire di casa e mostrare alle forze dell’ordine in caso si venga fermati per un controllo. A chi dovrebbero rivolgersi queste persone che non hanno attrezzature proprie per provvedere a questa necessità? Personalmente credo che ci sarebbe voluta un pò più di riflessione nella scelta delle attività commerciali autorizzate a continuare il loro lavoro.

23 Commenti

  1. Augusto De Benedetti scrive:

    Relativamente alle “tirate di giacca” che alcuni settori hanno fatto nei confronti del Governo, le ritengo immotivate ed irrispettose della circostanza. Penso in particolare a tutto il mondo della ristorazione, delle strutture ricettive, dello sport e dello svago. Un mondo che, per sua stessa natura, prevede l’uso promiscuo non solo e non tanto degli ambienti, ma anche degli oggetti. L’italiano medio e il variegato universo dell’informazione, affetti da una cronica memoria corta, omettono di pensare che le riaperture di tali settori erano state inizialmente previste il primo giugno. A seguito di richieste di anticipo spesso declinate con il tono della pretesa, il nostro esecutivo nazionale ha improvvisamente deciso di anticipare. Ma il problema c’è o non c’è? Ma ci si rende conto del tipo di locali che si sta decidendo di riaprire? Per non parlare del dietro front sulle distanze: dai quattro metri iniziali a uno soltanto. E secondo voi io vengo a rischiare per gonfiare il portafoglio di un ristoratore? Ristoratore che, nonostante l’allentamento, ha deciso nuovamente di protestare? Chiediamoci piuttosto se fosse sano quanto in essere prima del Covid: gente ammassata a pochi centimetri di distanza nei locali piuttosto che negli stabilimenti balneari, dove, prendendo il sole, si rischiava di mettere un piede sulla testa del vicino. Un momento di svago e di relax che si trasforma in stress perché qualcuno deve moltiplicare i suoi introiti. Un qualcuno poco controllato dal fisco che si arroga il diritto di emettere scontrini e ricevute quando e come gli va. Chiediamoci piuttosto se la legge sulla liberalizzazione del commercio sia stata giusta: laddove prima si stabiliva un tetto al numero di locali su una stessa strada, adesso questo tetto non c’è più. Ecco allora il proliferare di pizzerie, pub, ristoranti, centri estetici, palestre…. C’è gente che ha lasciato occupazioni precedenti per darsi a questi ambiti. Come infine è stato fatto notare, in un periodo di assottigliamento delle finanze familiari, se si ha un briciolo di coerenza, a tutto si pensa fuorché ad una pizza, una vacanza o un aperitivo. Dulcis in fundo: a differenza della tanto nominata e altrettanto odiata Germania, l’Italia non ha posticipato né tantomeno tagliato bollette e oneri fiscali. L’importante è piangere lacrime di coccodrillo per i migranti che lavorano in agricoltura. Disgustoso.

  2. Adolfo Mangiapane scrive:

    È molto sconsolante rilevare che Campobasso sta ragionando con lo spirito di sempre, quello individualista. Impariamo dal Veneto, magari facciamoci un salto quando i decreti lo renderanno possibile: lo spirito di squadra che vige in buona parte del territorio ha reso quest’ultimo civile ed avanzato e gli consente, puntualmente, di risollevarsi da problemi di varia natura.

  3. Massimiliano Carli Bentivoglio scrive:

    Proprio non capisco la narrazione di questi giorni: insistenza sulle riaperture di bar, ristoranti, estetisti, hotel, agriturismi, scarsi cenni ad un tessuto industriale che sta realmente soffrendo e che rischia il venir meno di tanti dei suoi affiliati. Ci dobbiamo sorbire servizi sulle misurazioni dei centimetri nei locali e non parliamo di un imprenditore napoletano che si è tolto la vita a causa di questa maledetta pandemia. Dobbiamo stare dietro alle bizze del presidente della regione Calabria sui tavoli all’aperto e tacciamo sulle baracche in cui vivono in tanti nell’hinterland calabrese. Vedo che la missiva è del 31 marzo, nel pieno dell’epidemia, dei decessi, delle ambulanze a sirene spiegate, delle famiglie del bergamasco e del bresciano decimate: il rispetto per tutto questo dov’è? Ma secondo voi, con più di mezza Italia in cassa integrazione, si pensa ad andare ad un ristorante piuttosto che comprare articoli per bambini piuttosto che andare da un estetista? In inverno ci si veste col cappotto e non con il marsupio per ripararsi dal freddo, o no? Senza un operaio o un impiegato non c’è un consumatore, non perdiamo di vista questo assunto!
    Relativamente alle due signore che hanno mostrato avversione nei confronti del ripristino delle Messe, le invito gentilmente a pronunciarsi a seguito di un’approfondita conoscenza della materia.

  4. Carlotta Pietrantoni scrive:

    Egregia autrice dell’articolo, sono un’impiegata presso un’azienda manifatturiera che, a seguito del DPCM del 23 marzo, ha chiuso i battenti per riaprirli solo il 4 maggio, quando il Governo ha dato il suo benestare anche a quelle attività industriali non facenti parte della lista da loro autorizzata a rimanere aperta nella cosiddetta fase uno. Non ci abbiamo pensato neanche lontanamente a chiedere ridicole deroghe sulla riapertura al prefetto, consci che non producevamo beni di natura essenziale. Siamo tuttora in cassa integrazione perché, come forse potrà immaginare, prima che gli ordinativi ritornino ai fasti di un tempo, ne passeranno di giorni. Per ora l’azienda si sta facendo carico di questo sussidio integrativo perché l’Inps arranca su tempi e modi, quindi oltre al danno, la beffa. In tutta onestà, mi sento di dirle che lo stile della sua missiva non ha per nulla incontrato il mio gradimento. Per un semplice motivo: denota l’astrarre da situazioni di gravità economica in cui versano milioni di lavoratori italiani e presenta un fatto personale in veste di “captatio benevolentiae”. Ieri vedevo un servizio realizzato dal nostro corregionale Domenico Iannacone su situazioni sconcertanti in cui versano alcuni abitanti della campagna calabrese: è proprio il caso di dire che non c’è limite al peggio, ma una cosa la voglio aggiungere: siamo tutti sulla stessa barca e, se non remiamo UNITI, il natante sarà destinato ad affondare con tutti i suoi passeggeri.
    Poi mi consenta (e mi rivolgo anche alla signora Maria che le è venuta in soccorso): una Messa è infinitamente più importante di un articolo di cartoleria!! Consiglio di rimettere mano al libricino di catechismo.

  5. Mara Iapoce scrive:

    Ma la signora Maria e la signora Annamaria da dove hanno estrapolato il “dogma” di fede che con tanta sicurezza menzionano in questa sede? Da un muezzin affacciato dal balcone di un minareto? Dove siamo arrivati…

  6. Carlotta Pietrantoni scrive:

    L’italia è un Paese di clown e lo sappiamo. Chi ha studiato bene i vari DPCM a cui Giuseppe Conte ci ha abituato dallo scoppio della pandemia, in particolare di quello del 23/03, rafforzato il 25/03 con un elenco più restrittivo voluto dai sindacati, noterà che i codici Ateco non parlano di materiale scolastico e da libreria. Per quanto la scuola, con decisione funesta e di pancia da parte di un ministro dell’istruzione messo lì per caso, sia andata avanti attraverso l’inconsistente didattica a distanza, non ha imposto l’utilizzo massiccio di prodotti di cartoleria, ve lo conferma una che ha dei figli. Tutti avrebbero dovuto sollevarsi a seguito delle chiusure, in primis la Chiesa poiché era stato violato il Concordato e la libertà di culto sancita dalla Costituzione, venendo meno al concetto di stato di diritto, ed i dipendenti del tessuto industriale, perno attorno a cui ruota tutta l’economia di un Paese. Ci sono state aziende, come quelle ceramiche e dei mobili, che hanno trovato l’escamotage di farsi dare il benestare da prefetti compiacenti pur di continuare a spedire, con la scusa di avere ordini precedenti al decreto del 23 marzo che andavano evasi, ed in alcuni casi facendo la furbata (sempre approvata dai prefetti) di spostare la merce presso magazzini che, appartenendo alla logistica, ritenuta essenziale, avevano il codice ATECO rientrante nella lista stilata dal Governo. Furbata inutile perché poi, data la diffusione del virus in tutto il mondo, i Paesi a cui quella merce era destinata non la accettavano perché le loro manovalanze erano in quarantena. In California, tanto per fare un esempio, è stato imposto per settimane lo “Shelter in place”. Allora a che serve trovare l’escamotage? Poiché siamo tutti, ahimè, interconnessi, se un settore si ferma, se ne ferma anche un altro, se un importatore estero chiude, l’esportatore italiano non può spedire, se un tribunale o una scuola sono chiusi, una copisteria piuttosto che una cartoleria non hanno ragione di rimanere aperte. Bastava decretare una chiusura seria per qualche settimana e se ne sarebbe usciti con meno difficoltà, come è stato notato da più di un epidemiologo. Invece abbiamo dovuto assistere a scene patetiche in tutta Italia. Campobasso non si è smentita con i blocchi della Polizia in via Mazzini, dove automobilisti incoscienti continuavano a circolare come se niente fosse. C’è stata e continua ad esserci poca serietà, o la si è voluta applicare solo a settori che hanno fatto comodo e verso i quali c’è un infantile pregiudizio. Triste pensare che se questa lezione non è servita a ridimensionarci e a farci percepire tutta la nostra finitezza, di fronte ad una testardaggine del genere e alla mentalità di sempre, faremo la fine del Faraone d’Egitto ai tempi di Mosè che, dopo nove piaghe pesanti inviate sul suo Paese, si è convinto a liberare il popolo ebraico solo alla decima piaga, che credo qualcuno sappia cos’è. Scrolliamoci di dosso l’arrivismo, il particolarismo e il senso di onnipotenza: non andremo da nessuna parte.

  7. Donato Autieri scrive:

    Desidero fare arrivare tutto il mio sostegno al signor Buffaldi e a coloro che hanno espresso sagge opinioni su queste strane riaperture, su queste tirate di giacchetta da parte degli esercenti, su questa cura dell’orto personale. Ma come? Se noi dipendenti aziendali siamo in cassa integrazione a causa di questa maledizione venuta dalla Cina, nessuno si solleva, nessuno si indigna, e si deve tessere solo ed esclusivamente l’elogio del commerciante piuttosto che del ristoratore piuttosto che dell’esercente? (Tra l’altro, fra i minori contribuenti dell’erario pubblico per via di scontrini non battuti o battuti solo a metà). Un lettore ha espresso in modo forte quanto io direi in altre parole, ma con lo stesso orientamento: siamo un popolo da curare.

  8. Piersilvio Buffaldi scrive:

    Il Governo, che ha già commesso l’errore di fare decreti progressivi senza prendere subito di petto la situazione, con moduli di autocertificazione cambiati quattro volte, sta procedendo sulla strada sbagliata. A parte la non essenzialità di alcuni beni (quindi, mi dispiace per la signora, anche per gli articoli di cartoleria e di copisteria), si sta semplicemente riaprendo le attività, senza fissare alcuna regola sul COME farlo, ossia: obbligo di mascherine e guanti per tutti gli avventori, entrata uno alla volta, lavorare per appuntamenti, ecc. Lo stesso dicasi per le imprese. Il Governo sta ricevendo pressione sulle riaperture: nessuno è contro queste ultime, ma esse vanno ripensate totalmente, in un’ottica di CONTROLLO SERRATO e di SANZIONE, termini a cui noi italiani siamo stati sempre allergici. Poi, si riaprono attività non essenziali e si continua a vietare le celebrazioni liturgiche: un enorme controsenso. Anche per le chiese vanno pensate regole ferree come l’obbligo di disinfezione, l’obbligo di indossare mascherina e guanti, l’obbligo di distanza di due-tre metri (più di quanto prescritto da virologi e Protezione Civile), impossibilità di somministrare la Santa Comunione e di scambiarsi il segno di pace. Fatto questo, vedrete che andrà bene. Trovatemi la differenza rispetto ad un contingentamento di ingressi in un supermercato. Trovatemi l’errore nel ragionamento. Ripeto: è il COME che va studiato nei minimi dettagli per non commettere grossolani errori e ritrovarci peggio di prima, non il quando!

  9. Augusto De Benedetti scrive:

    Trovo sconcertanti determinate affermazioni. Dispiace che l’economia domestica si stia assottigliando a causa di questa piaga -ci sono in mezzo anch’io-, ma qui bisogna decidere qual è la vera priorità: la salute dei cittadini o gli introiti. Poiché ci troviamo e ci troveremo ancora per mesi davanti ad un perfetto sconosciuto, direi che è opportuno non rischiare. Piuttosto, il Governo eroghi sempre più bonus e sussidi di solidarietà. Non mi sembra, infine, che un articolo di cartoleria piuttosto che di copisteria sia un bene essenziale, e che quindi possa rientrare nella lista dei codici Ateco stilata dal Governo. Per non parlare del fatto che molti articoli del settore si possono trovare nel reparto cancelleria di vari supermercati. Riaprire, infine, queste tipologie di esercizi commerciali e continuare a vietare le celebrazioni liturgiche festive (con tutti i sacrosanti accorgimenti e distanziamenti del caso) è un enorme controsenso. Questa società cambierà quando ritornerà il Re dei Re, non c’è che dire.

  10. Adolfo Mangiapane scrive:

    La signora è stata accontentata: il 14 aprile riapriranno le cartolerie, note per distribuire beni essenziali. E le liturgie in chiesa, seppur con i dovuti accorgimenti, ancora no. Siamo un Paese di malati mentali.

    • Annamaria scrive:

      Gentile signore, è vero, gli articoli di cartoleria non sono assolutamente beni essenziali, ma è pur vero che altre attività che hanno continuato a lavorare normalmente non trattavano articoli indispensabili (vedi animali domestici o lavanderie, giusto per fare un esempio). Se ho esternato le mie considerazioni è dipeso anche e soprattutto dalle numerose telefonate che ricevevo dai miei clienti che avevano bisogno di stampe per far si che i figli di coloro che non possiedono stampante e pc potessero continuare a studiare. Non dimentichiamo che le strutture scolastiche sono chiuse, ma l’attività didattica non si è mai fermata. La sua considerazione finale, comunque, dimostra in maniera lampante il suo animo cristiano. Complimenti.

      • Donato Autieri scrive:

        La smetta con queste frasi ipersemplificatrici della realtà e che denotano semplicemente mancanza di conoscenza. Il cristiano è una sorta di sentinella che osserva ciò che va e ciò che non va, le incongruenze e le contraddizioni della società, nella quale vive e all’interno della quale è chiamato a pronunciarsi alla PARI di chiunque altro. “Sia invece il vostro parlare sì sì e no no”: le sovviene qualcosa? Se no, si legga il capitolo 5 del vangelo di Matteo.

      • Adolfo Mangiapane scrive:

        Signora Annamaria, come dicevano i nostri illustri progenitori, “excusatio non petita, accusatio manifesta”. I complimenti li può riservare a coloro i quali abbracciano la strana ideologia della fede fai da te. Quanto allo “spirito cristiano” di cui lei parla, le suggerisco di leggere le lettere di uno dei Padri della Chiesa, San Paolo (sono nel Nuovo Testamento).

    • scusi, le cartolerie sono necessarie per chi studia e lavora da casa, la chiesa non è necessaria per unire il fedele a Dio, può pregare da casa, non sono le mura a fare la differenza

      • Annamaria scrive:

        Giusta osservazione, sono pienamente d’accordo con lei.

      • Donato Autieri scrive:

        Ma dove ha letto queste baggianate, signora Maria? È andata a catechismo? Se non ci è andata, le dico quanto dovrebbero dire tutti gli insegnanti di religione: la fede NON È UN FATTO PERSONALE, è un insieme di principi che si vivono in comunità. “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sarò con loro”: l’ha mai sentita questa frase? Il protestantesimo ha volontariamente perso pezzi di testi sacri per strada, sminuendo la fede a un accessorio del tutto personale, e dunque passibile di interpretazione (di qui tutte le degenerazioni sull’uomo, come la politica del gender, di qui lo scendere a patti con il mondo, di qui il rivisitare a proprio uso e consumo canini indiscutibili come l’Eucaristia, che per i protestanti è una semplice commemorazione di un evento storico che però non si incarna tutte le volte che lo riviviamo, come per noi cattolici). Il terzo comandamento le dice qualcosa? “Ricordati di santificare le feste”. Se poi lei vuol santificare il suo portafoglio, faccia pure, ma non pronunci frasi inesatte sulla fede. Studi.

      • Donato Autieri scrive:

        La Chiesa (innanzi tutto con la maiuscola in quanto è un’istituzione: lei scriverebbe mai Governo con la minuscola?) Non è necessaria, è INDISPENSABILE per unire i fedeli a Cristo: è Lui che l’ha fondata, le sfugge anche questo particolare? Si rilegga (o legga ex novo, a questo punto ho dei dubbi che l’abbia mai letto) il Vangelo, nella parte in cui parla dell’Ultima Cena.

      • Carlotta Pietrantoni scrive:

        Signora Maria, innanzitutto i messaggi vanno letti bene: il signor Mangiapane parla di LITURGIE, non di preghiera! In seconda analisi, le sfuggirà -forse consapevolmente- che Gesù nell’ultima cena (il famoso Giovedì Santo) ha istituito due sacramenti imprescindibili: l’Ordine e l’Eucaristia. Ha scelto di designare dei “tecnici” (i presbiteri= sacerdoti) che, per formazione teologica, portino il Vangelo al mondo e celebrino la Parola di Dio attraverso la messa, appuntamento in cui si rinnova il sacrificio di Gesù sulla croce. Come vede, non c’è proprio modo di vivere la fede in modo spicciolo, a proprio uso e consumo e secondo una visione del tutto personale. E alla signora Annamaria dico: le categorie penalizzate sono state tante, inutile stare a sollevare polveroni inutili, pensi piuttosto a prendersela con la globalizzazione che ci ha portato questo virus e alla stupidità di noi occidentali che abbiamo comprato cinese, mangiato cinese e sfruttato le produzioni cinesi piuttosto che locali pur di risparmiare un po’ di euro sulla manodopera. Ci si faccia un serio esame di coscienza prima di parlare a vanvera. I complimenti, inoltre, li lasci nel cassetto: lo spirito cristiano è quello di colui che nota le incongruenze della società e la loro mancata rispondenza a ciò che dice il Vangelo, che non abbiamo scritto né io né lei, bensì Qualcuno di decisamente più importante. Invito entrambe le signore, data quella che mi sembra essere una confusione dogmatica, a leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica, scritto da Papa Joseph Ratzinger. Con una buona spiegazione da parte di un sacerdote. Il giudizio nasce dalla CONOSCENZA, mai viceversa.

      • Adolfo Mangiapane scrive:

        E questo dove l’ha letto? Sul canone pali buddista?

  11. Enzo scrive:

    Condivido al 100% il suo sfogo! Sono titolare di una copisteria e non ha idea a quanti studenti ho dovuto rifiutare i lavori per via della chiusura dell’attività, causa decreto! In tantissimi mi chiedono l’attivazione della consegna a domicilio o spedizioni, ma penso non è possibile attivarli. Dico bene? Se l’attività deve essere categoricamente chiusa non sussiste qualsiasi altro mezzo di consegna dei lavori poiché questo servizio implica emettere scontrino! Però i tabacchi fanno fotocopie, i negozi di vendita di prodotti di informatica fanno fotocopie, i negozi di vendita di cartucce per stampanti fanno fotocopie, e così tanti altri negozietti che si sono reinventati ed inserito questo servizio! E non mi sembra giusto!

  12. Mara Iapoce scrive:

    Abito a Modena: lavanderie e ferramenta sono tassativamente chiusi, così come in tutta la regione. Non so perché l’autrice dell’articolo li abbia citati fra gli esercizi aperti, forse in Molise vige qualche ordinanza locale? Relativamente alle cartolerie, non le lascerei aperte per il materiale da cancelleria, ma piuttosto per i libri, che stanno diventando nostri buoni amici in questo periodo in cui dobbiamo reinventare il nostro tempo e dare spazio a cose di spessore, più o meno volutamente trascurate in periodi normali. Con aperture scaglionate ed accessi contingentati, naturalmente. In ogni caso, non va mai perso di vista il concetto di bene e servizio essenziale. Un libro, un foglio di carta, un evidenziatore non lo sono. Dispiace che si stia stringendo la cinghia a causa di questo maledetto virus, ma credo i sacrifici non risulteranno vani.

  13. Rebecca scrive:

    Sono una delle persone che avrebbero bisogno di una copisteria, essendo una studentessa, e vorrei riprendere la tua domanda, se c’è qualcuno che riesce a darmi una risposta: a chi mi devo rivolgere per provvedere alla mia necessità di stampare materiale didattico?

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.