Nella vicenda della morte di Andrea Costantini, l’attenzione degli inquirenti e della famiglia si concentra ora su un elemento specifico che, più di altri, sta incrinando la tenuta dell’ipotesi iniziale: il presunto biglietto di addio rinvenuto nei pressi del corpo. Un dettaglio che, lungi dal chiarire la dinamica dei fatti, sta alimentando nuovi interrogativi e rafforzando i dubbi già emersi sulla ricostruzione di un gesto volontario. È su questo foglietto, sul suo contenuto e soprattutto sulla sua autenticità, che si gioca una parte decisiva dell’inchiesta.
Il biglietto, inizialmente interpretato come una sorta di messaggio finale, è stato considerato in un primo momento un tassello compatibile con l’ipotesi del suicidio. Ma col passare del tempo, e con l’analisi più attenta del contesto, quella lettura appare sempre meno solida. La famiglia di Andrea Costantini ha da subito manifestato forti perplessità, sostenendo che quel messaggio non rispecchierebbe né il modo di esprimersi del 38enne né il suo stato emotivo nelle ore precedenti alla morte. Non si tratta di un dubbio generico o emotivo, ma di una contestazione precisa: il biglietto, così come è stato presentato, non convince sotto il profilo formale, materiale e logico.
Uno degli aspetti più controversi riguarda la calligrafia. I familiari, affiancati dai loro consulenti, ritengono che la grafia non sia riconducibile con certezza ad Andrea. Da qui la richiesta di approfondimenti tecnici, a partire da una possibile perizia grafologica che possa confrontare il testo del biglietto con scritti certi dell’uomo. A questo si aggiunge la questione delle modalità di rinvenimento: quando è stato scritto, dove si trovava esattamente, chi potrebbe averlo maneggiato prima che fosse repertato. Domande tutt’altro che marginali, perché da esse dipende il valore probatorio del messaggio.
Il punto centrale è che, allo stato attuale, il biglietto rischia di essere un elemento ambiguo più che risolutivo. In un’indagine delicata come questa, un messaggio di addio non può essere considerato automaticamente una prova dirimente senza una verifica rigorosa della sua autenticità. Proprio per questo la Procura sta valutando ulteriori accertamenti sul foglietto, inclusi controlli su impronte digitali, eventuali tracce biologiche e segni di manipolazione, per capire se sia stato effettivamente scritto da Andrea e in quale momento.
Il sospetto, avanzato dal legale della famiglia, Piero Lorusso, è che quel biglietto possa essere stato attribuito frettolosamente a una funzione esplicativa che non gli appartiene. In altre parole, invece di essere la chiave di lettura dell’accaduto, potrebbe rappresentare un elemento estraneo o quantomeno non decisivo rispetto alla reale dinamica della morte. È una posizione che si inserisce in un quadro più ampio di contestazioni, già emerse nei mesi scorsi, sulla ricostruzione temporale degli eventi e sulle condizioni in cui il corpo è stato ritrovato.
Il nodo del biglietto, dunque, non è solo tecnico ma anche investigativo. Se quel messaggio non fosse attribuibile con certezza ad Andrea Costantini, cadrebbe uno dei pilastri su cui si è inizialmente retta l’ipotesi del suicidio. Ed è per questo che la famiglia insiste: ogni dettaglio deve essere verificato, ogni scorciatoia interpretativa evitata. In un caso così complesso, un foglietto di carta non può chiudere la vicenda, ma semmai aprire nuove domande.
La sensazione è che proprio da questo elemento apparentemente secondario possa arrivare una svolta. Il biglietto di addio, invece di spiegare la morte di Andrea Costantini, sta diventando il simbolo dei dubbi irrisolti che ancora avvolgono la sua fine. Dubbi che chiedono risposte tecniche, non supposizioni, e che rendono inevitabile un ulteriore approfondimento giudiziario.

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