Dopo quasi trent’anni, il caso dell’omicidio di Nada Cella conosce una verità giudiziaria. La Corte d’Assise di Genova ha condannato Anna Lucia Cecere a 24 anni di carcere per l’uccisione della giovane segretaria, massacrata il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari. Una sentenza arrivata al termine di una camera di consiglio durata quasi sette ore, che chiude – almeno in primo grado – uno dei cold case più noti della cronaca italiana.
La pm Gabriella Dotto aveva chiesto l’ergastolo. La Corte ha riconosciuto l’aggravante dei futili motivi ma escluso quella della crudeltà. Condannato anche Soracco a due anni per favoreggiamento, mentre dovrà affrontare un ulteriore processo per l’accusa di false informazioni al pubblico ministero. L’ex insegnante, oggi 59enne, non era presente in aula. Vive da tempo a Boves, nel Cuneese. In attesa dell’appello, la pena resta sospesa.
«Ce l’abbiamo fatta». Le parole della madre di Nada, Silvana Smaniotto, arrivano al telefono dell’avvocata Sabrina Franzone e si spezzano nel pianto. Trenta anni di attesa, di dolore, di battaglie giudiziarie che hanno portato nel 2021 alla riapertura dell’inchiesta grazie a una rilettura minuziosa degli atti da parte della criminologa Antonella Delfino Pesce. Senza una prova scientifica risolutiva, la Procura ha ricostruito movente e dinamica puntando su testimonianze, indizi e su un contesto che, secondo l’accusa, raccontava un delitto d’impeto maturato per gelosia e rivalità.
Stando all’impianto della pm, Cecere avrebbe visto in Nada un ostacolo: sul lavoro e nel rapporto con Soracco, di cui si era invaghita. Una lite violenta nello studio, poi l’aggressione con un oggetto mai ritrovato. A inchiodarla anche il bottone rinvenuto sotto il corpo della vittima, compatibile con una giacca riconducibile all’ambiente frequentato dalla donna.
Ma il processo ha riportato alla luce anche un passato lontano, che in molti a Venafro ricordano ancora con nitidezza. Un passato che affonda negli anni Settanta e Ottanta, in una casa segnata dalla violenza. È qui che la storia di Anna Lucia Cecere incrocia il Molise.
A raccontarla in aula è stato il fratello Maurizio. Cinque figli, una madre, un padre alcolista e violento. Botte quotidiane, maltrattamenti, fino a una sera in cui quell’uomo tentò di ucciderli tutti, dando fuoco alla casa. Si salvarono, ma il fuoco e le percosse lasciarono segni indelebili sui corpi e nelle vite. La famiglia venne smembrata: quattro figli dati in adozione, uno, reso disabile dalle violenze subite, affidato ai nonni (e che oggi vive – o dovrebbe vivere – ancora a Venafro in una struttura che accoglie disabili).
A Venafro quella storia non è scritta nei libri, ma vive nella memoria di chi ha almeno cinquant’anni. Nitido il ricordo dei nonni, dei ragazzi, di uno dei fratelli che lavorava in una sala giochi su Corso Campano, quando era ancora il cuore pulsante della cittadina. Una tragedia mai davvero elaborata, rimasta ai margini della cronaca nazionale, ma che oggi torna come un’ombra lunga nel processo per l’omicidio di Nada Cella.
«Se mia sorella ha sbagliato deve pagare», ha detto Maurizio nei mesi scorsi davanti ai giudici. Parole nette, accompagnate da un ritratto duro: una donna incapace di gestire la rabbia, violenta, pericolosa quando contraddetta. Un racconto che non assolve, ma prova a spiegare. Senza giustificare.
Il padre, quell’uomo che aveva tentato di cancellare la propria famiglia col fuoco, morì anni dopo investito da un’auto. Anche su quella morte, in paese, circolarono voci mai chiarite. Un altro frammento di una storia spezzata.
Sul banco degli imputati è finita una figlia di quella violenza. Accusata di aver tolto la vita a una giovane donna che aveva davanti a sé il futuro. Due esistenze lontane, unite da un delitto che ha attraversato tre decenni e mezzo Paese.
Nada non tornerà. Ma per la sua famiglia, per chi non ha mai smesso di cercare la verità, questa sentenza rappresenta una risposta. Parziale, discutibile, appellabile. Ma finalmente pronunciata. E dentro quelle carte, oltre al nome di una vittima, resta anche il peso di una storia che da Chiavari riporta indietro nel tempo, fino a Venafro, dove tutto – forse – era già cominciato.
LuCo

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