La rimodulazione del servizio di continuità assistenziale – la ex guardia medica – continua ad alimentare un acceso dibattito in Molise. Sindaci, amministratori locali e anche l’Anci Molise hanno espresso in queste ore una posizione netta di contrarietà alla riorganizzazione avviata dalla struttura commissariale della sanità regionale, denunciando il rischio di un arretramento dei servizi, soprattutto nelle aree interne.
In un clima segnato da preoccupazioni diffuse e da una comprensibile tensione sociale, interviene il consigliere regionale Roberto Di Pardo con una nota che si distingue per equilibrio, rigore e chiarezza informativa, riportando la discussione su un piano di responsabilità istituzionale e di coerenza normativa. Un intervento che non minimizza i timori dei territori, ma invita a leggere la riforma per ciò che realmente è: l’applicazione di disposizioni nazionali in un contesto regionale fragile sul piano finanziario e strutturale.
Al centro della riorganizzazione c’è il decreto commissariale 9 di gennaio, che non rappresenta – sottolinea Di Pardo – un intervento episodico o improvvisato, ma una scelta politico-programmatica coerente con le decisioni assunte a livello nazionale. Il provvedimento si inserisce infatti nel solco tracciato dalla Conferenza Stato-Regioni del settembre 2025 e, soprattutto, dal DM 77, il decreto che ha ridisegnato in maniera strutturale l’assistenza territoriale in tutta Italia.
Uno dei nodi principali del dibattito riguarda l’equivoco, spesso alimentato anche nel confronto pubblico, tra continuità assistenziale ed emergenza-urgenza. La guardia medica – chiarisce Di Pardo – non è mai stata concepita per sostituire il pronto soccorso o il servizio 118. La sua funzione è diversa: presa in carico, filtro clinico, orientamento del cittadino e integrazione con la rete dei servizi territoriali. Confondere i piani significa caricare la continuità assistenziale di aspettative che non le competono e che nessuna riforma potrebbe realisticamente soddisfare.
La direzione intrapresa dalla riorganizzazione va invece verso un modello moderno e integrato, che supera la logica del presidio isolato per costruire una vera rete territoriale. Un sistema fondato sulle Case della Comunità, sulla telemedicina, su équipe multiprofessionali e su un collegamento strutturato con la rete dell’ASReM. Un cambiamento profondo che non elimina l’assistenza, ma la riorganizza secondo criteri di appropriatezza, sicurezza e sostenibilità.
Elemento cardine del nuovo assetto sarà l’attivazione del numero 116/117, contestualmente all’apertura delle Case della Comunità. A rispondere sarà un medico di medicina generale, incaricato di guidare il cittadino verso il percorso più appropriato: dalla semplice gestione in attesa alla prescrizione terapeutica, dall’invio di un medico a domicilio fino, nei casi necessari, all’attivazione immediata del 118. Un sistema pensato per garantire coordinamento, presa in carico e sicurezza, senza sovrapporsi all’emergenza-urgenza ma integrando tutti i livelli assistenziali.
Nel modello delineato, la Casa della Comunità hub & spoke diventa il punto di riferimento riconoscibile per i cittadini e il fulcro delle relazioni con l’intera rete territoriale: Aggregazioni Funzionali Territoriali, ospedali per acuti, poliambulatori, consultori, Ospedali di Comunità, Centrali Operative Territoriali, Unità di Continuità Assistenziale, farmacie dei servizi e Punti Unici di Accesso. Un sistema che, a regime, garantirà assistenza H24, sette giorni su sette, superando definitivamente il limite storico di un servizio confinato alle sole ore notturne e ai festivi.
Non si tratta solo di una riorganizzazione amministrativa. Secondo i dati richiamati nella nota, circa il 70% degli accessi ai Pronto Soccorso riguarda patologie di competenza territoriale, i cosiddetti codici bianchi e verdi. La piena attuazione della riforma consentirebbe quindi di ridurre in modo significativo la pressione sugli ospedali e i ricoveri impropri, migliorando l’efficienza complessiva del sistema.
Di Pardo non ignora la dimensione emotiva della protesta, soprattutto nelle aree interne, dove la presenza di un servizio sanitario rappresenta anche un presidio simbolico. Ma richiama la politica al dovere di guardare oltre l’immediato consenso, scegliendo modelli sostenibili e coerenti con le normative nazionali. Difendere l’esistente a prescindere può apparire rassicurante, ma rischia di essere irresponsabile in una regione che, sul piano dei conti sanitari, non ha margini per mantenere assetti non più compatibili.
Il vero nodo, conclude il consigliere, non è tornare indietro, ma accompagnare la riforma con informazione, ascolto e monitoraggio. Probabilmente – ammette implicitamente – una comunicazione più chiara e preventiva avrebbe evitato parte delle tensioni esplose in queste ore. La sfida ora è dimostrare, con i fatti, che la nuova organizzazione non sottrae diritti ai cittadini molisani, ma li rende più strutturati, più esigibili e più sicuri nel tempo.
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