ANTONIO SALVATORE
Malgrado del Generale Gabriele Pepe abbiano scritto e parlato uomini insigni come: Gino Capponi, Niccolò Tommaseo, Luigi Settembrini, Mariano d’Ajala, Giuseppe Ricciardi, Nicola Nisco e il francese Marc Monnier; ancor oggi, il Generale molisano viene spesso confuso, purtroppo, con altri due Generali Pepe, contemporanei ed entrambi calabresi, Guglielmo e Florestano.
Nato a Civitacampomarano il 7 dicembre 1779 da Carlo e Angelamaria Cuoco, Gabriele ricevette,fin dalla sua fanciullezza, un’istruzione dedicata alle discipline scientifiche e filosofiche, alle quali però, preferì seguire la vocazione per le arti militari. Il Sacerdozio di Marte fu dunque la sua prima e unica vocazione.
Lasciato il borgo natio, il 2 settembre 1797 si arruolò nel Reggimento di Fanteria “Real Farnese” indi, nell’ottobre dello stesso anno, grazie alla munificenza della famiglia che assecondò la sua naturale inclinazione verso la carriera militare e soprattutto a seguito del pagamento di 2.000 ducati (nel Regno di Napoli i gradi militari erano merce venale), ottenne il posto di Alfiere nel Reggimento di Cavalleria “Abruzzo 2°”. Sotto le insegne di Ferdinando IV di Borbone partecipò alla spedizione militare nello Stato Romano, ove cadde prigioniero dei francesi presso Velletri: «Ma gli riuscì di fuggire, e così, a piedi, lacero, scalzo, e furtivo se ne tornò di là a Civita, ove arrivò la sera del 21 dicembre a due ore della notte».
Nel 1799, travolto dal sentimento di Libertà celebrato dal movimento rivoluzionario, il giovane ufficiale napoletano abbracciò, come soldato semplice, il vessillo della Repubblica Napoletana, combattendo le armi dell’Armata della Santa Fede guidata dal Cardinale Fabrizio Ruffo, prima tra le file della “Legione Belpulsi” a Benevento, Nola, Marigliano, Torre Annunziata, Portici e Ponte della Maddalena, poi tra quelle della “Divisione Schipani” negli ultimi giorni della Repubblica, soffocata il 22 giugno 1799. Caduto prigioniero e condannato a morte, fu tradotto nelle prigioni di Castel Capuano a Napoli: «All’Albero democratico succedeva dopo poco tempo la Croce Monarchica, la cui santità fu orrorosamente contaminata da atrocità iniquità e delitti, altrettanto più abominevole in quanto commessi all’ombra di un vessillo che ci rammenta un Dio di pace e mansueto predicante la concordia e l’amore; ad alle armi che io aveva cinte al fianco, successero le catene or alle mani ed or al collo».
Dopo otto mesi di prigione, la condanna venne tramutata dal Tribunale Speciale all’esilio a Marsiglia; per ironia del destino seguì la stessa punizione combinata al padre Carlo, esiliato nel 1798 nella stessa città francese, dove morì per contagio pestifero.
Esule in terra straniera e ridotto in miserissima condizione, corse a iscriversi, facendo a piedi il viaggio da Marsiglia a Grenoble, nella “Legione Italiana”, un’unità militare voluta da Napoleone. Pepe riabbracciò così, per bisogno, quelle stesse armi che abbracciò anni prima per passione.
Successivamente, nel 1802, a seguito dell’avvenuta firma del Trattato di Firenze tra Napoleone Bonaparte e Ferdinando IV (28 marzo 1801) che prevedeva anche l’amnistia per i prigionieri politici, l’eroe molisano potette rientrare a Napoli, dove si dedicò agli studi di quelle materie scientifiche apprese da giovinetto; la penna successe alla spada: «Allora dissi un addio alle armi, ed intrapresi la carriera della Scienza». In questa nuova veste, a soli 24 anni pubblico il suo primo opuscolo dedicato all’analisi del disastroso terremoto del 26 luglio 1805 (“Terremoto di Sant’Anna”), che interessò l’area centro-meridionale italiana.
Il distacco dal mestiere delle armi durò in verità solo 5 anni, il 23 giugno 1806 infatti, a seguito della conquista francese del Regno, decaduta e fuggita la Corte borbonica per la seconda volta in Sicilia e insediatosi trionfalmente a Napoli Giuseppe Bonaparte (15 febbraio 1806, inizio del “Decennio francese”), Pepe, su istanza di parte, venne richiamato in servizio con il grado di 1° Tenente nel 1° Reggimento di linea; fu promosso Capitano il 16 aprile 1807 dopo essere stato impiegato nelle colonne mobili inviate in Terra di Lavoro e Molise per la lotta al brigantaggio.
Trasferito nella guarnigione di Bergamo, fece parte del Corpo militare nella spedizione di Spagna, distinguendosi per il coraggio in diverse battaglie tra queste, per il particolare valore dimostrato, si ricordano l’attacco a Torre Marittima di Moncat, difesa da 7.000 soldati ed 11 cannoni, che gli valse la Croce di Cavaliere dell’Ordine delle Due Sicilie (9 giugno 1809); e la battaglia sul fiume Ebro dove, con la sua compagnia, salvò l’intero Reggimento dalla disfatta; per questo atto di assoluta audacia riscosse l’ammirazione di tutta l’armata e la proposta sul campo, rimasta al momento inascoltata, della promozione a Capo Battaglione: «Le Capitaine Pepe mérite, pour sa bravoure et son intelligence, et pour avoir toujours donné des preuves de son courage et de son intrépidité, un avancement. Il deviendrait un excellent Officier Supérieur. Je vous demande pour ce brave Officier le grade de Chef de Bataillon».
Rientrato a Napoli e promosso meritatamente a Capo Battaglione (2 aprile 1813) partecipò, nel 1815, in qualità di Aiutante di Campo della 2a Divisione comandata dal Generale Principe Francesco Pignatelli, alla campagna militare in Romagna e Marche, dove venne ferito per ben quattro volte, di cui una gravissima al cranio: «Il suo confidente Francesco Jorio, vistolo caduto, fu sollecito a raccoglierlo, e, caricatoselo sulle spalle, lo trasportò fuori dalla mischia ferocissima. La ferita del cranio era gravissima, sì che ne furono estratte 22 schegge di osso, e si temeva la morte; ond’è che, per ordini superiori, fu posto in una Portantina, ed, accompagnato da un Chirurgo militare a cavallo, fu trasportato in Civita, ove arrivò a 12 di maggio 1815».
Malgrado i diversi tentativi politici e militari di Gioacchino Murat per salvare il Regno, con la firma del trattato di Casalanza (in agro di Pastorano, a pochi chilometri da Capua) del 20 maggio 1815, si concludeva l’esperienza francese nel Meridione d’Italia; un periodo che segnò, di fatto quella profonda e irreversibile frattura con la vecchia impalcatura politico-sociale di origine feudale, ponendo le basi per una nuova organizzazione e modernizzazione dei territori provinciali, spesso disattesa dal restaurato governo borbonico.
Richiamato in servizio nei ranghi dell’esercito napoletano, Pepe venne promosso Colonnello il 21 dicembre 1815. Tra i tanti incarichi ricoperti si ricordano quello di Comandante militare della provincia di Capitanata, della Calabria Ultra e del 6° Reggimento Cavalleggeri di Siracusa.
Mutato lo scenario politico e promulgata la Costituzione il 7 luglio 1820, Pepe fu uno dei quattro deputati molisani eletti nel nuovo Parlamento del Regno, fino all’ingresso a Napoli delle truppe austriache il 23 marzo 1821 e la successiva cancellazione della Costituzione. Condannato a morte, pena tramutata poi in esilio perpetuo, Pepe venne inviato a Brunn (Repubblica Ceca) fino al marzo 1823, quando gli fu concessa la possibilità di trasferimento a Firenze, dove visse in un profondo stato d’indigenza economica ma non culturale, unica àncora di salvezza spirituale.
Proprio a Firenze infatti, si consumò il duello che fece di Gabriele Pepe, uno dei primi semi della risorgenza nazionale.
Questo l’epilogo di una gloriosa pagina di storia italiana scritta con la spada di un molisano: in un poemetto che voleva essere un seguito del “Giovane Aroldo” di Byron, Alfonso Lamartine, Segretario della Legazione francese a Firenze, fece pronunciare ad Aroldo una sequenza di ingiurie definendo gli italiani: «come assassini buoni a dar solo pugnalate di notte ed a tradimento» e l’Italia: «terra di morti». Offese che vennero raccolte dal Pepe il quale, eludendo la censura granducale, rispose attraverso un articolo dantesco del racconto di Ugolino: «Di tale goffaggine sarebbe stato capace solo un poetastro come quel rimatore dell’ultimo canto di Childe Harold, il quale si sforza di supplire all’estro, onde è vacuo, ed ai concetti degli dell’estro, con baie contro l’Italia, che chiameremmo ingiurie, ove, come diceva Diomede, i colpi dei fiacchi e degli imbelli potessero mai ferire».
Il dado era tratto, la spiegazione tra i due non poteva risolversi che attraverso un duello d’armi, consumatosi a Firenze alle ore 11.00 del 19 febbraio 1829 fuori Porta San Frediano. Grazie a una missiva che Gabriele spedì al fratello Raffele il 21 marzo 1826, oggi sappiamo con precisione sia il prologo del confronto, con il presentarsi senza arma, senza padrino e con la scelta dell’arma più corta, che l’evolversi del duello: «Dopo pochi secondi di battimento, l’avversario aveva una stoccata al braccio destro. Chiestogli se fosse pago, e risposto che lo era, buttai la spada, e gli fasciai la ferita col mio fazzoletto. Ciò fatto rientrammo in città, ed ognuno tornò a casa sua». Ma soprattutto sappiamo della meravigliosa reazione della città alla notizia del duello e dell’immediato arresto di Pepe: «Però formidabilissima, mio caro Raffaele, è la potenza dell’opinione. In un momento si sparse la nuova per Firenze con tutti i particolari; e tutta Firenze prese caldissima parte per me. Molti Signori Toscani, quasi tutti i Ministri Esteri, tutta la Legazione Francese, e molti forestieri pregando il Governo onde mi facesse menoma molestia. Le circostanze del non aver voluto compromettere alcuno de’ miei compatrioti; dell’essermi affidato solo fra tre incogniti, e della scelta della spada più corta, stordirono tutti. Lo stesso ambasciatore di Francia, il Marchese La Maisonfort mi mandò la carrozza facendomi sapere che era essa a mia disposizione per condurmi in casa sua, come in luogo di sicurezza, qualora mi si volesse o imprigionare o cacciare […] S.A. il Gran Duca, ebbe la generosa benignità di ordinare che si concedesse come non avvenuto quel duello; ed il Presidente di Polizia, nel comunicarmi questa Sovrana decisione, mi sciolse degli arresti complimentandomi gentilmente sul modo con cui mi era condotto, e quasi quasi chiedendomi scusa di avermi poche ore innanzi accolto aspramente».
La notizia rapidamente si diffuse per tutta l’Italia risollevando gli spiriti depressi e in ogni parte il generoso molisano venne elevato quale purissimo difensore dell’onore nazionale. Cosi scrisse Carlo Troja da Roma il 26 febbraio 1826: «Noi siamo tutti ai tuoi piedi, mio troppo caro e stimato Gabriele. Tu ci hai vendicato, e il tuo trionfo è compiuto».
Gabriele Pepe rientrò nella sua Civitacampomarano nel settembre 1836.
Fu promosso Generale della Guardia Nazionale il 2 aprile 1848 nel corso dei moti rivoluzionari.
Morì nella sua casa natale alle ore 17 del 26 luglio 1849.
Del soldato, del patriota, dell’eroe molisano Gabriele Pepe, oggi rimangono: il nome della Caserma dell’Esercito sita in Via Verdone a Campobasso, a lui intitolata il 7 dicembre 1899 su delibera del Consiglio Comunale di Campobasso e accolta all’unanimità; un monumento bronzeo realizzato dallo scultore Francesco Jarace, inaugurato e apposto nell’omonima Piazza Pepe il 27 luglio 1913; alcune divise e spade appartenute all’eroe, conservate oggi in una teca presso il Palazzo Magno, sede della Provincia di Campobasso.
(Bibliografia: M. Pepe, Elementi Biografici
intorno al Generale Gabriele Pepe,
Stab. Tip. Colitti, Campobasso, 1897)




























