Otto ore di confronto serrato, tecnico e a tratti anche aspro, per provare a fare chiarezza su una morte che, a oltre tre anni di distanza, continua a sollevare interrogativi profondi. Si è svolto giovedì 26 febbraio, davanti al gip del Tribunale dell’Aquila Marco Billi, l’incidente probatorio nell’ambito della nuova inchiesta sulla morte della giudice molisana Francesca Ercolini, trovata senza vita nella sua abitazione di Pesaro il 26 dicembre 2022.
Un’udienza lunga e complessa, che ha visto sfilare davanti al giudice i componenti del collegio peritale e i consulenti di parte, chiamati a confrontarsi su uno dei nodi centrali dell’inchiesta: la ricostruzione delle condizioni del corpo della magistrata e la compatibilità della scena del ritrovamento con l’ipotesi del suicidio, formulata nella primissima fase delle indagini e mai accettata da sua madre.
Ad aprire l’audizione è stato il professor Vittorio Fineschi, luminare della medicina legale incaricato della seconda autopsia dopo la riapertura del fascicolo da parte della Procura della Repubblica dell’Aquila. La sua relazione, insieme a quelle degli altri esperti, ha dato luogo a un confronto serrato, segnato anche da momenti di forte tensione tra le diverse impostazioni tecnico-scientifiche.
Al centro del dibattimento, la dinamica del decesso: il corpo della giudice venne trovato con un foulard stretto al collo e legato alla ringhiera della scala interna dell’abitazione. Un quadro che, all’epoca, portò all’archiviazione del caso come suicidio, ma che da subito sollevò dubbi nella famiglia, culminati in una lunga battaglia giudiziaria per ottenere ulteriori accertamenti.
La nuova inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Roberta D’Avolio, ha progressivamente allargato il perimetro investigativo. Oggi risultano indagati il marito della giudice, l’avvocato Lorenzo Ruggeri, il medico legale che eseguì la prima autopsia e alcuni appartenenti alle forze dell’ordine. Le ipotesi di reato, a vario titolo, vanno dal depistaggio al falso ideologico, fino alla violazione del segreto istruttorio. Si tratta, va ribadito, di ipotesi tutte ancora al vaglio della magistratura.
L’incidente probatorio non si chiude qui. Il giudice ha infatti aggiornato l’udienza al prossimo 9 marzo, quando sarà ascoltata la relazione dei carabinieri del Ris di Roma, che hanno eseguito nuovi accertamenti scientifici nell’appartamento di Pesaro. L’obiettivo è verificare la compatibilità tra la scena del ritrovamento e quanto riferito, all’epoca, dal marito e dal figlio della magistrata, allora minorenne.
Nel frattempo, la salma di Francesca Ercolini – riesumata nel giugno 2025 dal cimitero di Riccia, paese d’origine della sua famiglia – resta custodita presso il Policlinico Umberto I di Roma e non sarà restituita ai familiari fino alla conclusione dell’incidente probatorio. Un’attesa dolorosa, che si aggiunge a quella, ancora più lunga, di una verità definitiva.
A distanza di oltre tre anni da quel 26 dicembre, il caso Ercolini continua a interrogare la giustizia e l’opinione pubblica. L’udienza di giovedì non ha fornito risposte immediate, ma ha confermato un dato: la vicenda è tutt’altro che chiusa e ogni passaggio viene ora scandagliato con un livello di approfondimento che segna una netta discontinuità rispetto alle prime indagini. La verità, qualunque essa sia, dovrà passare da qui. ppm

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