Lo scorso 17 novembre a Campobasso si è tenuta l’assemblea costituente del Circolo Matteotti D.A.R.E. (Democrazia Autonomia Riforme Europa), associazione di cultura politica indipendente e non partitica. Dopo la prima assemblea operativa del 9 febbraio, il Consiglio direttivo ha eletto Nicola Messere presidente del Circolo e Luciano Poleggi tesoriere.
Così Messere su obiettivi e prospettive della nuova realtà associativa. Del consiglio direttivo fanno parte anche Diego Florio, Maria Mastandrea e Carmine Trematerra.
Presidente Messere, partiamo dall’inizio: cos’è il Circolo Matteotti e perché nasce proprio ora?
«Il Circolo Matteotti nasce come associazione di cultura politica indipendente e non legata a partiti. Abbiamo scelto questo nome con l’autorizzazione degli “Amici del Manifesto” del Circolo Matteotti D.A.R.E. di Milano. L’idea nasce dalla consapevolezza che in questa fase storica gli equilibri delle democrazie liberali stanno diventando più fragili. Al loro posto rischiano di affermarsi modelli oligarchici che mettono in discussione libertà costituzionali e separazione dei poteri. Il nostro obiettivo è riportare nel dibattito culturale e politico italiano i principi fondamentali della democrazia liberale: libertà individuale, stato di diritto, solidarietà sociale ed europeismo».
Nel vostro manifesto c’è una forte attenzione all’Europa. Che ruolo dovrebbe avere oggi l’integrazione europea?
«Per noi l’Europa politicamente unita rappresenta il più forte argine contro derive autocratiche, nazionaliste e populiste. Crediamo che il processo di integrazione europea debba riprendere con decisione. Serve un’Europa più forte, capace di sostenere la propria economia attraverso investimenti comuni, come indicato anche dal Rapporto Draghi, e di garantire sicurezza ai cittadini con una difesa condivisa. In questo quadro riteniamo giusto sostenere il diritto dell’Ucraina a difendersi dall’aggressione e il dovere dell’Europa di sostenere la sua resistenza».
Accanto a questo però ponete come temi centrali anche la pace e il diritto internazionale.
«Sì, perché crediamo che la politica debba tenere insieme fermezza sui valori e impegno per la pace. Sosteniamo politiche di dialogo che possano favorire la fine dei conflitti e delle tragedie umanitarie ovunque si verifichino, a partire da Gaza e dalla Cisgiordania. È fondamentale rafforzare il ruolo degli organismi internazionali e indipendenti che pongono al centro il rispetto del diritto internazionale».
Il Circolo si propone anche come luogo di promozione di idee per il futuro dell’Italia. Su quali temi intendete intervenire?
«Vogliamo contribuire alla diffusione di una cultura politica più europea anche attraverso la modernizzazione delle istituzioni italiane. Pensiamo a una pubblica amministrazione più snella, a meno burocrazia e a un sistema economico più dinamico, con più concorrenza e mercato. Servono riforme strutturali per fermare il declino del Paese e rilanciare produttività e crescita, nell’interesse sia delle imprese sia dei lavoratori. Un’attenzione particolare va ai giovani, all’innovazione tecnologica e alla libertà della ricerca scientifica, che sono strumenti decisivi anche per affrontare la crisi climatica».
Tra i principi c’è anche quello dell’uguaglianza. In che modo intendete difenderlo?
«Oggi in molte parti dell’Occidente vediamo politiche restrittive che colpiscono categorie già vulnerabili. Noi vogliamo difendere con forza i principi di uguaglianza e non discriminazione. Significa tutelare i diritti delle donne, delle persone LGBTQIA+, degli stranieri e delle nuove generazioni. Il Circolo nasce proprio per promuovere un dibattito culturale e politico aperto e rigoroso su questi temi, mantenendo però una natura chiaramente non partitica».
Molti esponenti dell’area riformista del Partito Democratico si stanno esprimendo a favore del sì al prossimo referendum sulla giustizia. Lei come voterà?
«Assolutamente no. In passato sono stato favorevole alla separazione delle carriere, ma oggi la crisi della magistratura e le ricadute che produce sui cittadini non si risolvono con questa riforma. Non ha nulla a che vedere né con la velocizzazione dei processi né con il miglioramento dell’impianto requirente della giustizia italiana. Anzi, il possibile sdoppiamento del Csm, con un organo dedicato esclusivamente ai pubblici ministeri, rischia di creare un vulnus ulteriore. Non sono un giurista, ma l’impressione è che si tratti di una riforma pensata soprattutto per mettere sotto controllo la magistratura, con uno schiaffo al Presidente della Repubblica e come preludio a un disegno presidenzialista che rischia di spingere l’Italia verso una deriva di autarchia e di subordinazione dei giudici alla politica».

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*