Un collega scomparso troppo presto che, evidentemente, aveva imparato a conoscerlo subito glielo diceva: le cerimonie tradizionali, troppo tradizionali, per inaugurare l’anno accademico non sono nel tuo stile.
Chissà se quando ha deciso, insieme alla squadra che lo affianca nel governo dell’ateneo, di rinviare al prossimo anno (accademico e non solare) la celebrazione rituale puntando in questi mesi su momenti di confronto e migliore conoscenza reciproca (dentro l’ateneo e, al di fuori, con il territorio), Giuseppe Vanoli ha ripensato a quelle parole di Gianni Capobianco. Parole che di sicuro gli sono rimaste dentro, traccia per un’apertura che sia più nelle sue corde.
«La Conferenza di Ateneo che si è svolta il 10 e l’11 febbraio ha rappresentato un’occasione di riflessione e analisi sulla nostra condizione. Il nostro Statuto prevede che nella cerimonia di apertura dell’anno accademico il rettore tracci anche lo stato dell’arte dell’Università. Nella Conferenza, lo abbiamo fatto e insieme. E poi l’inaugurazione è un momento solenne, mi vede un po’ in difficoltà il fatto di realizzarla a marzo, quando l’anno si sta concludendo… Con la comunità accademica ho condiviso per quest’anno di rimandarla e al contempo realizzare eventi che fanno riflettere: guardarsi dentro e comprendere chi siamo e cosa vogliamo fare».
In anticamera un drappello di prorettori, funzionari e dirigenti amministrativi lavorano con lo staff del magnifico, aspettano di dare a lui informazioni al volo o ricevere qualche indicazione: è il caos tipico che anima il pre “open day” al quinto piano del II Polifunzionale. Venerdì Unimol si svela di nuovo al territorio, nell’ambito dell’iniziativa promossa dalla Crui.
Parte da questo appuntamento il colloquio con il rettore, insieme a lui c’è la vicaria Stefania Scippa. Poi il ragionamento vira sul contributo dell’ateneo alla sanità molisana – alle dichiarazioni di inizio mandato Vanoli sta dando un seguito solido – e sul futuro dell’Università.
20 marzo, Unimol si svela anche quest’anno.
«Abbiamo scelto di continuare nel solco dell’anno scorso, ovvero di cogliere questa opportunità per aprirci alla relazione con gli studenti. Nell’orientamento puro, che realizziamo nelle scuole e con le scuole, orientiamo lo studente in generale, al di là dei corsi che ci sono in questa università. L’open day, nell’ambito di Università svelate, è invece un momento di presentazione dell’ateneo, delle sue capacità, dei servizi che offre e dei suoi corsi di studio. È un contatto più mirato fra noi e gli studenti, realizzarlo insieme alle scuole e farli venire qui è significativo».
Non sarà una giornata dedicata solo agli studenti però.
«Ci sono anche famiglie che hanno prenotato. Per loro stiamo pensando a una prossima iniziativa dedicata. Inoltre, l’open day sarà l’occasione per visitare laboratori nuovi con strumentazione all’avanguardia che abbiamo realizzato con i finanziamenti del Pnrr. La collega Silvia D’Andrea, che si sta occupando direttamente dell’organizzazione, sta cercando di rivedere alcune cose che, in base all’esperienza dello scorso anno, possono essere migliorate».
Ultimi ritocchi ma ci siamo. Quali sono invece le novità nell’offerta formativa?
«Abbiamo consolidato quello che avevamo e aperto tre nuovi corsi. La magistrale in Scienze e tecniche psicologiche e Ingegneria informatica che attiviamo a Termoli in interateneo con la sede della D’Annunzio. Partirei da queste due scelte, non obbligate ma consequenziali al nostro assetto generale. Avevamo già la triennale di Scienze e tecniche psicologiche e, terminato il primo ciclo, c’era una forte richiesta degli studenti per la magistrale. Per quanto riguarda Informatica, abbiamo deciso di virare sull’intelligenza artificiale e l’automazione. Speriamo di avere il supporto delle aziende molisane perché il tema dell’automazione, e a breve anche quello dell’intelligenza artificiale, in qualunque comparto industriale è molto presente e c’è un discreto interesse. Attivare il percorso con la D’Annunzio ci consente anche di seguire un solco che, io credo, sarà quello che le Università in genere dovranno seguire: gemellaggi e relazioni interateneo. Il terzo nuovo corso è la triennale in Tecniche di Fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare che vede la collaborazione della nostra Cardiologia e fra i partner il gruppo sanitario Gvm Care & Research».
Nel periodo post pandemico c’è stata un’espansione dell’offerta, non solo in questa università. Ora c’è una fase diversa che vi spinge quindi a rivedere le cose?
«La crescita va rivalutata. Va compreso se per questo territorio, per il numero di abitanti, per il nostro punto di caduta finale, che è essere attrattivi anche fuori regione, è l’offerta migliore».
Mi accennava della Conferenza di Ateneo con un focus proprio sulla didattica.
«Da Statuto, la Conferenza è un punto di sintesi e non di partenza. Si tiene mediamente ogni due anni e i rettori la indicono per tracciare lo stato dell’Università. La scelta che ho condiviso con i colleghi è stata, al contrario, di cercare di capire chi siamo e dove vogliamo andare. Individuare, attraverso il confronto interno, le azioni utili a migliorare l’offerta formativa attuale. Seguirà poi confronto con il mondo industriale, quello libero professionale, vogliamo ad esempio ospitare i cosiddetti “cacciatori di teste” per comprendere cosa si aspetta il mondo del lavoro dagli studenti. Ancora, ci sarà un tavolo con gli Its, la scuola, la Regione e l’Università e un “tavolo del lavoro” in Molise, con organizzazioni di categoria, ordini professionali. Quindi, la sintesi finale: chi siamo e cosa si aspetta il mercato».
E chi è, oggi, Unimol?
«L’Università del Molise continua a essere un’università generalista, continua a essere un ottimo presidio culturale per questa regione, deve e può diventare un riferimento anche extraregionale. Ci siamo dati l’obiettivo di aumentare del 30% gli immatricolati. Una parte può arrivare dal territorio, il resto da fuori regione. Mi fa piacere citare un lavoro che stanno portando avanti i colleghi, di cui sono molto orgoglioso, in termini di placement. Ricostruire, da un lato, la storia di questa Università anche dal punto di vista dei laureati: chi sono, dove sono, dopo quanto tempo hanno trovato lavoro. Dall’altro lato, un placement office, che aiuti realmente gli studenti a collocarsi nel mercato del lavoro».
Rettore, lei a inizio mandato ha dichiarato la volontà dell’ateneo di contribuire di più e meglio alla programmazione della sanità molisana. Una reingegnerizzazione, per utilizzare un linguaggio a lei familiare. Qualcosa si è mosso davvero.
«Intanto ribadisco: vogliamo essere sempre più di aiuto alla sanità molisana. Con la collaborazione dei commissari, del presidente della Regione e del direttore generale Asrem abbiamo intrapreso questo percorso, sono aumentati i nuovi medici in assistenza ad esempio. Chiaramente si può fare meglio anche dal punto di vista organizzativo. In questa direzione, abbiamo chiesto l’attivazione del Dipartimento assistenziale integrato universitario, ai sensi del Protocollo firmato a fine ottobre.
Dal mio punto di vista, la collaborazione si esplica in tre modi, se si vuole che sia efficace. Con un coordinamento tra il reclutamento portato avanti dall’Università in termini di settori scientifico disciplinari e quello di cui ha realmente necessità l’azienda sanitaria. Con la disponibilità dell’azienda e nostra a far sì che i medici lavorino all’interno degli ospedali. E con il fattore organizzativo. I protocolli precedenti citavano la necessità di attivare il Dai, ma non era stata mai formalizzata la richiesta. Io l’ho fatto e siamo nella fase di condivisione di un regolamento fra il rettore e il dg dell’Asrem. Una volta approvato il regolamento, verrà individuato un direttore e verrà “popolato” il Dai, che è di natura mista, vi afferirà personale sia universitario che ospedaliero».
Lei sa bene che esiste, nel dibattito, il tema del reale apporto del personale universitario ai reparti e più in generale alla sanità pubblica molisana.
«Rispetto a qualunque tipo di valutazione, di merito e di capacità che naturalmente attengono al singolo, le rispondo intanto che un professore di Medicina è tenuto a svolgere attività didattica, di ricerca e assistenziale. E che su questo c’è la sorveglianza innanzitutto del direttore dell’Asrem. Questo per dire che noi siamo attenti e vigili riguardo al contributo che realmente un professore universitario può dare. Va fatta molta attenzione invece quando si parla di costi, perché attualmente l’utilizzo del personale universitario all’interno dell’azienda sanitaria rappresenta un reale risparmio, soprattutto quando si riesce a individuare una figura che possa ricoprire un ruolo apicale».
100mila euro all’anno risparmiati per ogni primario universitario, se non sbaglio. Comunque, ci abbiamo girato intorno. C’è un elefante in questa stanza, magnifico. L’integrazione, chiamiamola come vogliamo. O per dirla diversamente, il luogo in cui questa collaborazione, che si è rafforzata e consolidata dall’inizio del suo mandato e che vedrà nel Dai un primo step, si può svolgere al meglio: l’edificio della Cattolica. C’è un tavolo di confronto al lavoro, non era scontato.
«Innanzitutto sono grato a tutti coloro che hanno dato disponibilità a sedersi e parlarne in maniera condivisa e concorde. Io credo che non ci siano soluzioni diverse, il pubblico deve immaginare di acquisire quell’immobile. La mia idea, da persona che non ha ancora studiato nel merito questa parte perché si è concentrata finora sull’opportunità o meno di utilizzare un immobile – che ho visitato ed è oggettivamente di pregio, di qualità, costruito per questa finalità –, la mia idea dicevo è che invece di parlare di coabitazione, condominio o integrazione è che l’immobile dovrebbe auspicabilmente diventare pubblico e il pubblico poi darà una parte di questo immobile al privato, qualunque esso sia, e oggi è Responsible».
rita iacobucci
























