Per anni, il viaggio da casa al lavoro per Nicola D’Angelo è durato sette chilometri. Da oggi, diventano 70. Il magistrato che per otto anni ha diretto la Procura di Campobasso, ufficio requirente territoriale e Distrettuale antimafia con sguardo quindi su tutto il Molise, è ufficialmente da oggi a capo della Procura di Benevento.
Ieri mattina ha incontrato colleghi, dirigenti e funzionari amministrativi, vertici delle forze dell’ordine in una cerimonia di commiato in Tribunale. I saluti sono sempre un’occasione inevitabile per tracciare un bilancio.
Quello del procuratore D’Angelo è un bilancio da pm, da rappresentante delle istituzioni e anche, fondamentalmente, da uomo: «Se guardo ai numeri, lascio un ufficio che funziona. Ogni quattro anni il Ministero effettua ispezioni ordinarie per testare il funzionamento degli uffici, le Procure come i Tribunali. E nelle due ispezioni che abbiamo avuto durante il mio mandato non ci è stato formalizzato alcun rilievo, siamo risultati anche la Procura con i tempi medi più veloci». Ma, aggiunge, la sua riflessione mentre “idealmente” ha riempito gli scatoloni in ufficio si è soffermata sulla realtà fuori dal Palazzo di Giustizia. «E le cose non sono cambiate come speravo», ammette.
L’attività di contrasto allo spaccio di droga è stata incessante, ma non solo in termini di repressione. Con D’Angelo alla guida, la Procura ha realizzato campagne di sensibilizzazione nelle scuole, gli studenti hanno partecipato alla realizzazione di video di lotta alla tossicodipendenza. Il procuratore ha creato una rete di collaborazione interistituzionale che ha visto protagonisti gli organi di informazione. Eppure, la gravità della situazione è ancora sotto gli occhi di tutti. Smantellati pericolosi sodalizi e sequestrati ingenti quantitativi di droghe, alcuni assuntori rimasti “orfani” hanno cominciato loro stessi a viaggiare per acquistare le sostanze e poi hanno cominciato a loro volta a rivenderle.
Questa la parte amara del bilancio di un uomo, sottolinea D’Angelo, che «sperava anche di rendere migliore la qualità della vita e rendere le persone più fiduciose» rispetto alle istituzioni e al futuro.
La droga, peraltro, è il veicolo principale di infiltrazione dei clan campani nel medio Molise. Un riscontro è arrivato con l’arresto di un personaggio di notevole calibro criminale «che operava il totale controllo di tutta la droga che si vendeva a Bojano, ma stava già iniziando a controllare tutta la droga che si vendeva a Campobasso. Lui ci ha dichiarato in maniera molto serena che appena avesse fatto questo, e sicuramente ci sarebbe riuscito se non l’avessimo arrestato, il suo obiettivo successivo era di operare il controllo e quindi fare, diciamo così, le estorsioni sull’edilizia. Una volta intervenuto sull’attività edile, sarebbe intervenuto nella ristorazione. Quindi bloccare la droga ha permesso di bloccare questo ingresso della criminalità. Purtroppo invece sul fronte del basso Molise la situazione non è questa, nel senso che già siamo andati un bel po’ oltre». Lì, la criminalità foggiana è presente e c’è anche una minore propensione alla denuncia. Il che rende sempre attuale la sua convinzione che la Procura di Larino vada rafforzata.
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