Non vedeva l’ora di tornare a Campobasso, racconta a Primo Piano, Luca Abete. Martedì alle 10 al II Edificio Polifunzionale dell’Università degli Studi del Molise la seconda tappa della campagna #NonCiFermaNessuno edizione 226. Il progetto è un laboratorio dei linguaggi, diretto dall’inviato di Striscia la notizia, e quest’anno ha come obiettivo di chiedere agli studenti: dimmi davvero come stai? Una domanda che mette al centro, coraggiosamente, il tema della salute mentale dei giovani.
Luca, la tua campagna nasce nel 2014. 12 anni sono tanti e in mezzo c’è stata la pandemia che ha inciso profondamente su giovani e adolescenti: come sono gli universitari di oggi rispetto a quelli del 2014?
«Nel 2014 trovavo ragazzi più spensierati, forse anche un po’ più leggeri nel modo di vivere l’Università. Oggi vedo studenti più consapevoli ma anche più esposti: alla pressione sociale, al giudizio continuo, alla necessità di dimostrare qualcosa. La pandemia ha lasciato un segno forte, soprattutto sul piano emotivo. Oggi gli universitari pensano poco al futuro, sono molto proiettati sul presente. Hanno più domande e meno certezze e proprio per questo hanno un grande potenziale: quello di cercare un senso vero in quello che fanno».
Quanto è difficile per questa generazione parlare, buttare fuori quello che non va, all’università come nella vita, e quindi andare oltre il “Come stai? Sto bene grazie”?
«È difficilissimo, perché viviamo nell’epoca della connessione ma non sempre della comunicazione. Siamo circondati da parole, ma spesso mancano quelle autentiche. Quest’anno con le studentesse e gli studenti mi sono ripromesso di battere un nemico: il “benegrazismo”. Cioè quella tentazione, fin troppo frequente, di rispondere “bene, grazie” a un “come stai?”. I ragazzi hanno paura di mostrarsi vulnerabili, perché pensano che sia un limite, mentre è esattamente il contrario. Quello che cerchiamo di fare con #NonCiFermaNessuno è proprio rompere questo schema: creare uno spazio dove si può dire “non sto bene” senza sentirsi sbagliati».
Misurarsi col successo e col fallimento e sopravvivere bene anche al successo: l’università dovrebbe insegnare anche questo oltre alle materie dei corsi di studio. Lo fa in Italia oggi?
«L’Università forma molto bene sulle competenze, ma meno sulla gestione delle emozioni. E invece il vero esame arriva dopo: quando sbagli, quando non vieni scelto, quando devi rialzarti dopo una delusione. Il fallimento non è una macchia, è una fase. E anche il successo va gestito, perché può confondere tanto quanto una sconfitta.».
#NonCiFermaNessuno è una campagna di successo: quanto è stato realizzato negli atenei grazie agli spunti emersi da questo format in tutti questi anni?
«In tanti atenei si è aperto un dialogo più diretto con gli studenti su temi come ansia, paura, solitudine. Non abbiamo la presunzione di cambiare tutto, ma sappiamo di aver acceso delle luci. Molti studenti, dopo gli incontri, hanno trovato il coraggio di chiedere aiuto o semplicemente di raccontarsi. E quando succede questo, qualcosa cambia davvero e noi possiamo ritenerci soddisfatti».
Torni a Campobasso, all’Università del Molise, dopo sette anni. Cosa ti aspetti di trovare martedì?
«Non vedevo l’ora di tornare. All’Università del Molise troverò sicuramente ragazzi diversi rispetto a sette anni fa, ma con lo stesso bisogno: essere ascoltati senza filtri. E io sarò lì per questo: ascoltare, raccogliere emozioni e restituire energia. Perché non cerco risposte perfette ma storie autentiche e alla fine il messaggio è sempre quello: non siamo soli, e soprattutto #NonCiFermaNessuno!».
rita iacobucci

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