Il piano operativo 2025-2027 arriva (si spera) al fotofinish. Non per distrazione, non per inefficienza tecnica, ma per una ragione molto più semplice e molto più grave: alla politica, a tutti i livelli, la bozza di quel piano non piaceva. O, meglio, non piaceva abbastanza da farlo proprio. E allora si è cincischiato, si è rinviato, si è corretto, si è rimaneggiato, nella speranza che a decidere fosse qualcun altro.
I commissari hanno fatto quello che potevano (fermo restando il merito delle scelte). Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo non sono lì per vocazione mistica, ma in virtù di una legge. Rispondono a Roma, non al bar sotto casa. E Roma dice una cosa semplice e brutale: in Molise avete troppi servizi rispetto ai numeri. Troppi punti nascita, troppe emodinamiche, troppa sanità pubblica per una regione che, nei fogli Excel ministeriali, è poco più di una variabile trascurabile.
Il Molise non è d’accordo. E fa bene. Perché il Molise non è una pianura lombarda, non è una città metropolitana, non è un territorio uniforme. È montagna, è distanza, è neve. Strade che diventano trappole d’inverno. È gente che, se chiudi un servizio, non ne trova un altro a dieci minuti, ma a un’ora e mezza. Quando va bene.
E allora si inventa la sperimentazione. Dodici mesi in più. Una proroga. Un cerotto su una frattura. Perché la verità è una sola: la coperta è troppo corta. Talmente corta che, qualunque lato copri, da un’altra parte resti scoperto.
In questo teatrino ognuno fa la sua parte.
I commissari applicano le norme.
La politica locale resiste, protesta, preme, supplica.
Roma ascolta, annuisce, poi fa come le pare.
E nel mezzo ci stanno i molisani. Tutti vittime. Di un sistema che ha deciso – da tempo, con la complicità anche locale – che la sanità pubblica è un costo inutile, un fastidio da ridurre, una voce di bilancio da asciugare fino all’osso.
La bocciatura dell’emendamento Lancellotta è l’ennesima prova. Non un incidente, non una svista: un messaggio chiarissimo. Al governo, al Parlamento, alle commissioni, del Molise non importa nulla. Zero. Nisba. Nada.
E non raccontiamoci la favola che “non c’erano i numeri” o che “è colpa dell’opposizione”. Su manovre da decine di miliardi, 100 milioni diventano improvvisamente un problema morale? Ma per favore.
Va dato atto a Roberti di aver detto la verità: è un problema serio. Talmente serio da creare “imbarazzo” al governo. Parole coraggiose, nel clima attuale. Ma fermiamoci qui: l’imbarazzo è un sentimento che il potere non pratica, soprattutto quando si parla di territori che non portano voti, non fanno notizia, non spostano equilibri.
Il Molise, per chi ragiona solo in termini elettorali, non è una risorsa: è un fastidio.
La responsabilità, però, non è astratta. Ha nomi e cognomi. È di chi nel 2022 è venuto qui a raccontarci che bastava poco, che i soldi erano “inezie”, che “cio’ metto io n’euro”. Vi ricordate? Noi sì. Gli archivi delle redazioni sono pieni di quei titoli, di quelle promesse, di quelle pose da salvatori della patria.
Oggi quegli stessi eroi tacciono.
Troppo facile dare la colpa a un emendamento.
Troppo comodo accusare l’ostruzionismo.
In Calabria il problema si è risolto con un decreto, in mezza giornata.
In Molise si rincorrono leggi, commi, proroghe, emendamenti che saltano sempre. Sempre. Da anni.
A questo punto diciamolo chiaramente, senza ipocrisie: qualcuno sta prendendo per i fondelli un’intera regione. E lo fa con metodo, con freddezza, con la tranquillità di chi sa che tanto non pagherà mai il conto.
Forse è davvero il momento di un’operazione verità. Spietata. Senza sconti. Senza retorica.
Dire che la sanità molisana non interessa a nessuno, se non a chi la vive ogni giorno sulla propria pelle.
Dire che le promesse elettorali erano fumo.
Dire che nessuno venga a raccontarci che medici, dirigenti e operatori non hanno fatto il loro dovere, perché altrove le cose non vanno meglio, anzi spesso vanno peggio.
E allora sì, viene voglia di dirlo senza filtri, senza educazione, senza diplomazia: andatevene affanculo, voi e chi vi ha creduto.
Abbiate almeno il coraggio finale: cancellate il Molise dalla carta geografica.
Così soffriamo una volta sola. E basta.
Questo, almeno, sarebbe onesto.
Luca Colella

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