Quella che ci siamo appena lasciati alle spalle è stata una settimana durissima per la sanità molisana. I commissari hanno adottato il nuovo Programma operativo 2026-2028 e, con esso, una serie di scelte che hanno riacceso paure, rabbia e sfiducia: il declassamento del Caracciolo di Agnone da presidio di area particolarmente disagiata a ospedale di comunità; la previsione di chiusura di una sala di emodinamica e di un punto nascita tra Isernia e Termoli; la soppressione di numerose sedi di continuità assistenziale, la vecchia guardia medica.
Senza entrare nel merito delle singole decisioni, va detto un dato di realtà: Bonamico e Di Giacomo hanno applicato ciò che da anni chiedono i Ministeri affiancanti, Salute e Finanze. Al Molise viene imposto di rientrare dal disavanzo e di non spendere più di quanto lo Stato trasferisce annualmente attraverso il Fondo sanitario nazionale. Punto.
Se si leggono con attenzione i numeri riportati nello stesso Programma operativo – ad esempio quelli sugli accessi al Pronto soccorso di Agnone – diventa persino difficile, sul piano strettamente tecnico, smontare le scelte compiute. Fermo restando, però, un principio che non dovrebbe mai essere aggirato: il diritto alla cura non può essere ridotto a una semplice equazione statistica. Le persone non sono percentuali, e i territori non sono fogli Excel.
Anche sul versante della continuità assistenziale, le scelte appaiono ponderate, razionali, coerenti con i parametri normativi vigenti. Ed è qui che iniziano le considerazioni inevitabili.
La prima riguarda la reazione degli amministratori locali. Oggettivamente sproporzionata. Non perché illegittima o infondata, ma perché frasi come «ci avevano promesso», «ci avevano assicurato», «ci avevano detto» equivalgono, nella migliore delle ipotesi, a un esercizio di autoassoluzione. Ammesso e non concesso che qualcuno, nel frastuono quotidiano della politica, abbia davvero garantito qualcosa, nessuna promessa può scavalcare un procedimento legislativo e normativo. Su questo terreno non esistono scorciatoie.
È legittimo discutere perché Agnone e non Isernia, perché il Veneziale e non il San Timoteo. Ma i commissari non hanno fatto altro che applicare regole già scritte. Ciò che poteva – e doveva – essere fatto era altro: una revisione della normativa che disciplina la materia, o quantomeno un provvedimento in deroga, motivato dalla specificità di un territorio piccolo, montano, fragile come il Molise. Questo non è stato fatto. E cadere oggi dalle nuvole significa offendere l’intelligenza dei molisani.
La seconda considerazione è un’amara constatazione: se nessuno ha avuto la forza o la volontà di cambiare le regole del gioco, è evidente che a Roma del Molise non importa nulla. Non importa il territorio, non conta la sua marginalità, non pesa la sua classe politico-dirigente. Il Molise resta una nota a piè di pagina.
Il terzo aspetto è forse il più grave. La reazione al Programma operativo non è solo politica. È sociale. È emotiva. È di pancia. I provvedimenti vengono percepiti come l’ennesima mannaia sulla sanità pubblica regionale perché i molisani, semplicemente, non si fidano più.
Non ci sarebbe alcuna ragione, in teoria, di dubitare che una riorganizzazione ben attuata possa portare benefici. Ma è esattamente ciò che venne raccontato quando, in passato, furono svuotati gli ospedali di Venafro e Larino, ridimensionati quelli di Campobasso, Termoli, Isernia e Agnone, trasformati in mezzi ambulatori i poliambulatori di Montenero e Bojano. Anche allora si parlava di modernità, efficienza, sanità del futuro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Chi può davvero credere che entro il 30 giugno saranno operative 13 nuove Case della salute, capaci di offrire servizi che oggi nemmeno gli ospedali più strutturati riescono a garantire? Il Molise, nonostante fondi stanziati, progetti, varianti e annunci, non ha ancora visto posata la prima pietra della Torre Covid. Eppure doveva essere il simbolo della rinascita post pandemia.
Di cosa stiamo parlando, allora?
Lo scoramento diffuso che attraversa la popolazione non è isteria collettiva. È la fotografia di una sconfitta. I molisani sono stanchi, esausti, avviliti. Hanno smesso di credere, e soprattutto hanno smesso di sopportare.
La misura è colma. E pretendere ulteriori sacrifici da un territorio che da decenni porta pesi enormi sulle spalle è come chiedere a un vecchio mulo da soma di continuare a camminare promettendogli, ancora una volta, una vita migliore domani.
Il mulo è allo stremo. E oggi non chiede miracoli: chiede solo di non essere preso in giro un’altra volta.
Luca Colella

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