La storia del piccolo Domenico non è solo una tragedia. È un avvertimento.
Un bambino di due anni e mezzo. Un cuore partito da Bolzano per salvargli la vita. Un errore durante il trasporto: conservazione sbagliata, ghiaccio secco al posto di quello “naturale”. Un organo danneggiato che, una volta impiantato, non ha mai funzionato. Sei indagati, un’inchiesta aperta, il ministero della Salute che accende i riflettori.
Ma il punto non è soltanto stabilire chi abbia sbagliato. Il punto è capire perché un sistema che dovrebbe essere impermeabile all’errore abbia mostrato una crepa così grave.
La sanità è una macchina complessa. Funziona solo se ogni ingranaggio è al posto giusto: procedure, formazione, controlli, clima interno, responsabilità condivise. Quando uno solo di questi elementi si indebolisce, il rischio aumenta. E quando il rischio si materializza, il prezzo è altissimo.
La domanda allora è inevitabile: se può accadere in una grande realtà strutturata come quella campana, cosa può succedere in una regione piccola e fragile come il Molise?
Qui non siamo davanti a una singola emergenza. Siamo davanti a una fragilità strutturale che dura da anni.
Carenza cronica di medici e infermieri. Concorsi che vanno deserti. Professionisti che vincono un posto e dopo pochi mesi chiedono trasferimento o si dimettono. Non sempre per lo stipendio. Spesso per il clima.
Perché il clima conta. Conta eccome.
Nei nostri ospedali circolano racconti ricorrenti: tensioni interne, reparti dove le dinamiche gerarchiche sono rigide, primari ben oltre l’età pensionabile che non intendono fare un passo indietro e che finiscono per bloccare qualsiasi crescita delle nuove generazioni.
E poi c’è un tema ancora più delicato, ma che non può più restare sottotraccia: reparti in cui lavorano mogli o mariti dei direttori, situazioni che – anche quando formalmente legittime – generano squilibri evidenti e un senso diffuso di disparità. In una realtà piccola come il Molise, dove tutti si conoscono, queste dinamiche pesano il doppio. E quando il merito appare subordinato ai legami personali, la fiducia crolla.
Non è una caccia alle streghe. È una questione di trasparenza e di credibilità del sistema.
Perché quando un giovane medico vede che non c’è spazio, che le carriere sono bloccate, che il contesto è dominato da equilibri consolidati, semplicemente va via. E ogni medico che va via dal Molise è una perdita enorme.
Non è solo un turno scoperto. È un reparto che si indebolisce. È una lista d’attesa che si allunga. È un servizio che arretra. È un investimento pubblico che si disperde. È una sconfitta collettiva.
Nel caso di Napoli si parla di errori tecnici nella conservazione di un organo ma anche di un clima tossico nel reparto di cardiochirurgia pediatrica («Le tensioni nell’équipe del Monaldi che operò Domenico, la denuncia di 11 infermieri: «Da Oppido umiliazioni e urla, clima di lavoro tossico», così ieri il Corriere della Sera).
In Molise gli errori sono meno eclatanti, ma non meno pericolosi: organizzazione fragile, personale sotto pressione, clima interno che logora, assenza di ricambio reale.
La sanità non è un laboratorio teorico. È fatta di persone. E quando le persone lavorano in un ambiente teso, disfunzionale o percepito come ingiusto, la qualità inevitabilmente ne risente.
Il caso di Domenico è un monito nazionale. Ma per il Molise dovrebbe essere qualcosa in più: un momento di autocritica.
Non possiamo permetterci di perdere altri medici per stanchezza o frustrazione. Non possiamo permetterci reparti chiusi o ridimensionati mentre chi resta è costretto a coprire turni impossibili. Non possiamo permetterci zone d’ombra nei rapporti professionali.
La sanità non può reggersi solo sulla dedizione individuale. Serve organizzazione. Serve ricambio. Serve chiarezza nei ruoli. Serve il coraggio di dire che alcune dinamiche vanno corrette.
Perché la salute non è una voce di bilancio. È il fondamento di una comunità.
E un sistema fragile non produce solo inefficienze. Produce rischi.
Il Molise è già una terra precaria sotto tanti aspetti. Se anche la sanità diventa terreno di logoramento interno, allora il confine tra criticità e crisi vera si assottiglia pericolosamente.
La tragedia di Domenico ci ricorda che in sanità non esistono errori piccoli. E che la qualità di un sistema si misura non quando tutto va bene, ma quando qualcosa si incrina.
È il momento di guardare dentro le nostre corsie, senza ipocrisie. Prima che sia troppo tardi.
Luca Colella





















