La sindaca di Morrone del Sannio, Stefania Pedrazzi, ha trasmesso alla Struttura Commissariale per il Piano di Rientro una diffida formale che rappresenta uno dei documenti più articolati e severi prodotti da un’amministrazione delle aree interne contro il DCA n. 9 del 14 gennaio 2026. Nel testo, firmato “nella sua qualità di Autorità sanitaria locale ai sensi dell’art. 50 del D. Lgs. 267/2000”, la prima cittadina contesta l’intero impianto del decreto che ridisegna la rete della continuità assistenziale, accusandolo di violare i principi di equità territoriale, coerenza programmatoria, adeguatezza istruttoria e tutela del diritto costituzionale alla salute. Pedrazzi ricorda che il Dca 46/2018 aveva programmato investimenti per rafforzare la rete territoriale, mentre il nuovo decreto, con la ricollocazione dei presidi nelle Case della Comunità e l’individuazione di sole tre sedi esterne, produce un arretramento strutturale che “penalizza in modo evidente le aree interne, montane e strutturalmente più isolate della Regione Molise”, ignorando distanze chilometriche, tempi di percorrenza, condizioni della viabilità, fragilità infrastrutturali e la presenza di una popolazione anziana e fragile superiore alla media regionale. La sindaca parla apertamente di “carenza istruttoria”, denunciando che il decreto è stato adottato senza criteri tecnici, orografici o demografici che giustifichino le scelte operate, senza analisi comparativa tra territori omogenei e senza motivare l’esclusione delle sedi storicamente operative. Una mancanza che, secondo Pedrazzi, integra violazione dell’art. 3 della Legge 241/1990 e configura eccesso di potere per travisamento dei fatti, illogicità e disparità di trattamento. Il provvedimento viene inoltre definito contraddittorio rispetto alla precedente programmazione regionale: non è conforme all’art. 97 della Costituzione, osserva la sindaca, programmare investimenti per rafforzare la rete territoriale e poi ridimensionarne le funzioni senza una nuova e motivata istruttoria tecnica. La diffida richiama anche gli obiettivi nazionali e regionali sulla montagna, fondati sulla prevenzione dello spopolamento e sulla valorizzazione dei territori fragili, obiettivi che il decreto disattende “smantellando la rete di assistenza territoriale e negando un’assistenza sanitaria di prossimità”. Pedrazzi sottolinea inoltre che la Conferenza dei Sindaci aveva espresso un giudizio di non conformità, ma il decreto non ha fornito alcuna controdeduzione tecnica, configurando un grave deficit partecipativo e un mancato confronto istituzionale su un tema che incide direttamente sui livelli essenziali di assistenza. La sindaca avverte che il modello delineato dal DCA 9/2026, con sospensioni dei presidi non coperti per almeno l’80% dei turni, riduzione della flessibilità operativa e accorpamenti territoriali, rischia di generare “vuoti assistenziali nelle aree più isolate”, aggravando il ricorso improprio al 118 e ai Pronto Soccorso, con costi maggiori e un aumento della mobilità passiva verso le regioni confinanti. Una scelta che, secondo la diffida, non è coerente con i principi di prossimità e medicina territoriale del D.M. 77/2022 né con l’obiettivo di riequilibrio territoriale. Per tutte queste ragioni, Pedrazzi chiede alla Struttura Commissariale il ritiro in autotutela del decreto ai sensi degli artt. 21‑quinquies e 21‑nonies della Legge 241/1990, sollecita l’apertura immediata di un confronto istituzionale effettivo e trasparente con i territori e invita la Regione Molise a vigilare affinché siano garantiti i livelli essenziali di assistenza, anche ricorrendo ai rimedi giurisdizionali. La diffida si chiude con un avvertimento netto: in assenza di riscontro, “saranno attivate le azioni amministrative e giurisdizionali previste dall’ordinamento” a tutela della comunità rappresentata.
























