Il caso della cosiddetta “famiglia del bosco” di Palmoli, piccolo centro dell’entroterra abruzzese, sta alimentando un acceso dibattito pubblico che travalica i confini locali e investe direttamente il rapporto tra giustizia minorile, diritti dei bambini e libertà educativa delle famiglie. Una vicenda complessa e dolorosa che nelle ultime ore ha trovato nuove parole e nuove critiche nell’intervento di Giuseppe Colombo, dell’ANS Molise, sociologo di formazione e figura con una lunga esperienza nel mondo della scuola e delle istituzioni. Laureato in Sociologia nel vecchio ordinamento, Colombo ha conseguito la specializzazione biennale per il sostegno agli alunni diversamente abili e quella come docente di orientamento scolastico e professionale; è abilitato all’insegnamento di Psicologia sociale, di Discipline giuridiche ed economiche e di Filosofia, psicologia e scienze dell’educazione. Nel corso della sua carriera ha maturato vent’anni di esperienza come docente, altrettanti come dirigente scolastico e ha ricoperto anche il ruolo di provveditore agli studi di Campobasso per tre anni. Una traiettoria professionale che lo porta oggi a intervenire su una vicenda che, secondo lui, pone una domanda centrale: la giustizia sta davvero proteggendo i minori oppure sta reagendo a uno stile di vita percepito come non conforme? La storia ruota attorno a una famiglia che aveva scelto un modello di vita radicale e alternativo: abitare immersi nella natura, in una casa senza allacci elettrici o idrici, lontano dai ritmi e dalle convenzioni della società contemporanea. Una scelta che, secondo i genitori, rappresentava un tentativo di recuperare un rapporto più autentico con l’ambiente e con l’infanzia. Ma proprio questo stile di vita è finito al centro di un procedimento giudiziario che ha portato all’allontanamento dei figli e, negli ultimi sviluppi, alla separazione tra i bambini stessi. Secondo Colombo, ciò che colpisce non è soltanto la decisione finale, ma soprattutto la modalità con cui si è arrivati a quel punto. «Mentre il mondo guarda ai conflitti in Medio Oriente, tra le nostre montagne si consuma un dramma silenzioso», afferma. «L’allontanamento coatto dei figli della famiglia di Palmoli solleva una questione etica e giuridica profonda: stiamo proteggendo i bambini o stiamo punendo uno stile di vita non conforme?». Il caso nasce da un episodio sanitario e da un monitoraggio durato circa un anno. In una prima fase, il Tribunale per i minorenni aveva adottato un approccio graduale: prescrizioni ai genitori, affidamento formale ai servizi sociali e controlli periodici, mantenendo comunque i minori all’interno del nucleo familiare. Quando però alcune prescrizioni non sarebbero state rispettate, è arrivata la decisione di collocare i bambini in una struttura protetta insieme alla madre. La svolta è arrivata il 6 marzo, con un provvedimento che ha segnato una rottura drastica rispetto alla gradualità precedente. La madre è stata separata dai figli e, secondo quanto emerso, anche i fratelli sono stati divisi tra loro. Una scelta che, per Colombo, appare difficilmente comprensibile. «Separare la madre dai figli e, ancor più inspiegabilmente, separare i fratelli tra loro appare una decisione indecifrabile», sostiene. «È qui che il sistema rischia di fallire, perché si colpisce duramente proprio mentre erano in corso le indagini peritali sui bambini». Le immagini dell’intervento delle autorità – con i bambini che gridavano mentre la madre veniva allontanata – hanno rapidamente fatto il giro dei social e dei media locali, alimentando un’ondata emotiva e una polarizzazione crescente. Da un lato c’è chi difende l’operato della magistratura, sottolineando il dovere dello Stato di garantire condizioni di vita adeguate ai minori. Dall’altro c’è chi parla di una risposta sproporzionata e di un trauma inflitto proprio ai bambini che si intendeva tutelare. Colombo insiste soprattutto sull’aspetto umano e psicologico della vicenda. «Qualcosa di profondamente turbante è entrato nelle nostre case: l’immagine di tre bambini che urlavano mentre la madre veniva allontanata», afferma. «Una scena raccapricciante che ha impresso segni indelebili e danni inestimabili nell’animo di creature innocenti». Il cuore della sua riflessione riguarda il modo in cui le istituzioni interpretano i comportamenti delle famiglie coinvolte in procedimenti minorili. «I sociologi dell’interazionismo simbolico parlano di role-taking, la capacità di immaginare se stessi nella posizione dell’altro per comprenderne emozioni e reazioni», spiega. «In questa vicenda il role-taking sembra essere stato completamente assente». Secondo Colombo, la reazione della madre – definita “ostile” in alcuni passaggi del procedimento – potrebbe essere letta anche come una risposta difensiva a una situazione di forte stress. «Qualsiasi esperto dovrebbe conoscere i meccanismi di difesa che scattano naturalmente in queste circostanze: isolamento, regressione, proiezione, ritiro dell’io», osserva. «Sono dinamiche umane, non prove di inadeguatezza». Un altro punto critico riguarda il funzionamento stesso della giustizia minorile, in particolare il ruolo dei giudici onorari che affiancano i magistrati togati. Colombo non usa mezzi termini: «Troppo spesso si assiste a una certa supponenza, a un atteggiamento di superiorità che ostenta titoli ma fatica a entrare davvero nei panni dei genitori o dei bambini». La questione, tuttavia, non riguarda soltanto le decisioni dei tribunali. Nelle ultime ore la vicenda ha attirato anche l’attenzione della politica e di diversi movimenti di opinione, con prese di posizione che rischiano di trasformare il caso in un simbolo ideologico. «L’ingresso della politica è un elemento estremamente preoccupante», avverte Colombo. «Trasformare dei bambini in simboli di battaglie ideologiche danneggia la terzietà del giudice e, soprattutto, i bambini stessi». La sua riflessione nasce anche dall’esperienza maturata negli anni. «Dopo quindici anni di lavoro tra Tribunale per i minorenni e Corte d’Appello, la lezione è una sola: il bambino non è mai un caso, un simbolo o uno strumento di pressione», sottolinea. «Non lo è per i genitori, non lo è per le istituzioni e non lo deve diventare per la politica». Per questo motivo Colombo richiama alcuni principi che dovrebbero restare centrali in ogni procedimento minorile. «I tre bambini di Palmoli hanno diritti che vanno oltre i codici», afferma. «Il diritto a crescere con i propri genitori, se possibile. Il diritto a imparare, socializzare e svilupparsi in modo adeguato. Il diritto a una giustizia che li veda come persone, non come fascicoli». La domanda finale, però, resta sospesa e riguarda le conseguenze di decisioni che possono lasciare segni profondi nella vita dei minori coinvolti. «Chi pagherà per questi danni?» si chiede Colombo. «La giustizia non può essere immune da una riflessione critica pubblica». Il caso Palmoli continua, intanto, a dividere l’opinione pubblica tra chi vede nell’intervento dello Stato una necessaria tutela dei minori e chi, al contrario, teme che il sistema abbia perso di vista la dimensione umana della vicenda. In mezzo restano tre bambini e una famiglia spezzata, simbolo di una domanda che attraversa tutta la giustizia minorile: fino a che punto lo Stato può intervenire nella vita privata senza trasformare la protezione in trauma? Per Colombo la risposta dovrebbe partire da un principio semplice ma spesso dimenticato. «È ora di rimettere l’essere umano al centro del diritto».



















