Dieci anni di attesa possono trasformarsi in silenzio, rassegnazione, abitudine. Oppure in un atto politico netto, capace di rompere l’inerzia e rimettere al centro una questione che riguarda dignità, diritti e tenuta sociale di un territorio. Colletorto sceglie la seconda strada. E lo fa con una decisione che segna un salto di livello: disertare, in forma unanime, il voto per il rinnovo del Consiglio provinciale del prossimo 12 aprile per denunciare, ancora una volta, il mancato avvio della Residenza sanitaria assistenziale, una struttura completata da oltre un decennio ma mai entrata in funzione. Non è solo una protesta. È una dichiarazione politica. È il punto di arrivo di una battaglia che viene da lontano, che ha attraversato amministrazioni, interlocuzioni, promesse e rinvii, e che ha visto in prima linea il sindaco Cosimo Mele, tra i più determinati nel rivendicare l’attivazione della Rsa come priorità non negoziabile. Una vertenza portata avanti con insistenza, rilanciata più volte nei confronti degli enti competenti, sostenuta pubblicamente come una questione di giustizia territoriale prima ancora che di programmazione sanitaria. Perché qui non si parla di un’opera da progettare, ma di una struttura già realizzata, pronta, ferma. Un presidio che avrebbe dovuto rappresentare un punto di riferimento per l’assistenza agli anziani e alle persone fragili, per le famiglie costrette oggi a cercare risposte altrove, spesso lontano. E invece è rimasto chiuso, sospeso in una dimensione paradossale dove l’infrastruttura esiste ma il servizio no. Il Consiglio comunale, compatto, ha deciso di trasformare questa frustrazione in un atto concreto. La scelta di non partecipare al voto provinciale non è una fuga dalle istituzioni, ma un modo per chiamarle in causa con maggiore forza. È un segnale indirizzato a chi ha responsabilità decisionali: non si
può continuare a ignorare una vicenda che dura da oltre dieci anni, non si può chiedere fiducia senza restituire risposte. Nel linguaggio istituzionale usato dall’assemblea emergono parole pesanti: «grave disservizio», «situazione non più tollerabile». Ma dietro queste espressioni c’è molto di più: c’è la percezione di un territorio lasciato ai margini, di una comunità che ha visto accumularsi promesse senza mai arrivare al punto decisivo, quello dell’apertura, dell’attivazione, dell’utilizzo reale di una struttura pubblica. La battaglia portata avanti dal sindaco Mele si inserisce proprio in questo contesto. Non una rivendicazione isolata, ma una linea politica coerente che ha cercato di mantenere alta l’attenzione su un tema troppo spesso scivolato in secondo piano. Incontri, sollecitazioni, prese di posizione: un lavoro continuo per evitare che la RSA diventasse uno dei tanti simboli di incompiutezza che segnano le aree interne. E oggi quella battaglia trova una nuova forma, più incisiva, più visibile. La protesta istituzionale assume il valore di un atto collettivo, condiviso da tutto il Consiglio comunale, che si fa interprete di un sentimento diffuso nella comunità. Non è una chiusura al dialogo, che resta formalmente aperto, ma è la richiesta esplicita di cambiarne le condizioni: non più interlocuzioni indefinite, ma tempi certi, atti concreti, decisioni operative. La questione della Rsa di Colletorto diventa così paradigmatica di un problema più ampio: la distanza tra programmazione e attuazione, tra investimenti e servizi, tra annunci e risultati. In un territorio che già sconta fragilità strutturali, la mancata attivazione di un presidio sanitario rappresenta un vulnus profondo, che incide sulla qualità della vita e sulla possibilità stessa di restare. Per questo la scelta del Consiglio comunale non può essere letta come un gesto isolato o meramente simbolico. È un tentativo di spostare gli equilibri, di costringere le istituzioni sovraordinate a prendere posizione, di riaprire una partita che rischiava di restare bloccata in un limbo amministrativo. Colletorto alza la voce, dunque. E lo fa con la consapevolezza di chi sa che, oltre una certa soglia, il tempo dell’attesa deve lasciare spazio a quello delle decisioni. Perché una RSA chiusa non è solo un edificio inutilizzato: è una promessa mancata, un diritto negato, un pezzo di futuro che resta fermo. E questa volta, il paese non sembra più disposto ad accettarlo.
























