Come affrontare la morte di un familiare? La domanda delle domande. Chi oggi vi scrive ha la fortuna di non aver perso mamma, fratelli e papà. Il sol pensiero di dover sopravvivere ad un trauma del genere mi fa tremare mentre premo i tasti sulla tastiera. Eppure persone care, nella famiglia più allargata, ne ho perse. E diverse affrontano la malattia. Oggi, con la consapevolezza che l’argomento della morte non debba essere un tabù ma vada affrontato, abbiamo deciso di dare spazio su questa pagina ad una specialista, la presidente dell’ordine degli psicologi del Molise, Alessandra Ruberto. Durante le festività natalizie diverse tragedie hanno colpito direttamente o indirettamente il nostro Molise. E in qualche modo hanno travolto tutti, soprattutto i giovani adolescenti.
Soffermiamoci sul lutto che ha colpito Pietracatella. Sono morte una figlia quindicenne e sua mamma. Sara frequentava il liceo classico Mario Pagano di Campobasso, come sua sorella, Alice, attualmente all’ultimo anno. Che impatto può avere questa tragedia sui ragazzi? E come, chi rimane, può affrontare il senso di vuoto?
«Dobbiamo considerare che per gli adolescenti la morte non è un pensiero presente nella mente; l’adolescenza è fase dello sviluppo in cui sono presenti sensazioni di onnipotenza, di immortalità. Il cervello adolescenziale non conosce il rischio, il limite o il calcolo delle conseguenze. Entrare a contatto con traumi così importanti come la morte di un coetaneo, compagno di classe, rappresenta una frattura nell’identità del ragazzo che per la prima volta percepisce la sua finitezza. Quel banco vuoto urla diversi pensieri che possono generare vissuti di ansia, di depressione ma anche identificazione (potevo essere io; perché lei e non io) la paura e il senso di colpa del sopravvissuto. È importante che si creino spazi reali e simbolici all’interno dei quali i ragazzi possano esprimere e comunicare il loro malessere senza mai sminuire o normalizzare i vissuti di dolore: nulla di tutto quello che è accaduto è “normale”. Allo stesso modo la tragedia di Pietracatella oltre che colpire la comunità intera lascia anche la figlia più grande che sopravvissuta si trova adesso ad affrontare oltre al trauma della perdita della madre e della sorellina più piccola anche il vuoto di una casa che dovrebbe rappresentare un porto sicuro mentre invece è sinonimo di dolore e sofferenza. La richiesta di aiuto e il supporto possono fare in modo che accanto a quel grosso buco che questa tragedia ha costruito nella mente di queste persone si possa con il tempo ricostruire e tornare a fiorire».
Dottoressa, c’è un altro argomento di strettissima attualità ed è quello delle baby gang. A Santa Croce di Magliano l’ultimo caso eclatante. Secondo lei cosa stiamo sbagliando?
«Io credo che la vicenda di Santa Croce di Magliano vada inserita all’interno di un contesto molto più ampio che purtroppo spesso leggiamo nelle cronache nazionali e che forse ingenuamente pensavamo non potesse toccare noi e la piccola realtà molisana. Diverse sono le questioni che vanno toccate rispetto agli eventi di Santa Croce di Magliano; senza dubbio ciò che è accaduto va condannato e senza voler assolvere dalla responsabilità soggettiva i ragazzi che hanno compiuto l’aggressione e coloro che hanno assistito e filmato, bisogna fare una riflessione su come oggi sia sempre più facile superare il limite della violenza verbale e fisica. Io ho una personale visione: in un mondo dove siamo tutti più connessi paradossalmente siamo anche più soli. La nostra esistenza spesso non prescinde dal riconoscimento social; ed è proprio qui che assistiamo ad una slatentizzazione del confine tra ciò che è etico, empatico, rispettoso e anche legale da ciò che non lo è. Lei mi chiede cosa stiamo sbagliando e io le rispondo sottolineando come molto spesso dinanzi ad episodi così importanti e drammatici sono proprio gli adulti a commentare violentemente e pubblicamente ciò che accade. Immagino spesso gli stessi discorsi all’interno dei nuclei familiari, immagino padri e madri che con la stessa violenza e veemenza con la quale commentano sui social affrontano il discorso a casa con i loro figli. In quest’ottica, in un contesto dove viene sdoganata e normalizzata l’aggressività verbale per il mondo adulto non è strano che l’adolescente lo applichi senza filtro. L’adulto deve ricostruire e ritrovare il suo ruolo di educatore emotivo, di regolatore e di contenitore».
Il disagio giovanile a cosa è dovuto maggiormente? E’ in aumento nella nostra regione?
«Purtroppo il Molise non è esente da quella che è la media nazionale. Le nuove generazioni, i nostri figli, sono sempre più esposti, sempre più soli. Non è un caso che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è largamente spopolata fra gli adolescenti; non è un caso che sempre più ragazzi si rivolgono all’intelligenza artificiale per consigli, rassicurazioni, cura. Non è affatto un caso che aumentano le relazioni virtuali a discapito delle relazioni reali. L’utilizzo della tecnologia e degli strumenti di socializzazione virtuale sono assolutamente delle risorse ma non possiamo non domandarci “chi sta colonizzando chi”. È sicuramente importante occuparsi delle nuove generazioni attenzionando l’utilizzo degli strumenti digitali ristabilendo i confini e i limiti di ciò che è legale e ciò che non lo è, di ciò che riguarda il mondo adulto e di ciò che invece non deve riguardare il mondo degli adolescenti, ristabilire i limiti e i confini di quelle che sono le relazioni umane. Rieducare all’empatia, al riconoscimento dell’umano e delle emozioni».
Chiudiamo questa intervista sperando di stimolare la riflessione. L’invito è soprattutto a non sprecare la propria vita: nonostante le intemperie c’è sempre un motivo per sorridere e andare avanti.
Noemi Galuppo















