Questa non è una storia triste. È una storia bella. La storia della prima “campanella di guarigione” suonata al Responsible di Campobasso.
Martina Di Stefano ha scoperto di essere malata alla fine di agosto dello scorso anno. La diagnosi: linfoma di Hodgkin, un tumore che spesso colpisce persone giovani. Da quel momento è iniziato un percorso lungo e difficile: sei mesi di cure, 12 immunoterapie e 12 chemioterapie.
Eppure oggi non è il momento della tristezza. Oggi è il momento della campanella.
Quando Martina è arrivata nel reparto di Oncoematologia del Responsible di Campobasso guidato dal dottor Vincenzo Fraticelli, quella campanella non c’era ancora. È stata donata recentemente al reparto da una paziente e Martina è stata la prima ad inaugurarla. La chiedeva spesso, racconta, perché quella campana segna qualcosa di importante: la fine di un percorso durissimo e l’inizio di una nuova speranza.
«Ci sono battaglie che non si vedono. E ferite che fanno rumore solo nel silenzio. Ma anche questa volta, a testa alta, con alti e bassi, sono riuscita a portare a termine un percorso difficilissimo», racconta Martina. «A metà strada avevo pensato di mollare», aggiunge. La fatica, la paura, i momenti difficili. Ma non era sola. Accanto a lei c’erano i medici, gli infermieri, la psicologa, gli operatori e le ragazze del servizio civile che, come spiega lei stessa, ogni volta che entrava da quella porta automatica le prendevano la mano e la accompagnavano un passo alla volta. «Mi hanno accolta e mi hanno raccolta», sottolinea la giovane donna dalla voce dolce e dal sorriso straordinario. «Per me sono stati una famiglia. Ogni volta mi hanno fatta sentire preziosa, la loro “stellina”», un nome che le è stato attribuito in maniera affettuosa non essendoci molti giovani nel reparto di Oncoematologia.
«Senza di loro non ce l’avrei mai fatta quindi dico grazie, grazie e ancora grazie e, come mi disse una mia cara amica, qui non sarai mai un numero, sarai Martina e così è stato! Grazie a Vincenzo Fraticelli, Cristiana Gasbarrino, Valeria Amico, Antonietta D’Aveta, Rosalba Fatica, Michela Stro, Orietta Cusano, Paolo Ricchetti, Mariacristina Arienzale, Angelina Di Blasio, Domenico Di Iorio, Francesco Ail, Giovanna Mantegna».
Accanto a Martina anche il compagno Fabio, la sua famiglia, la sorella e gli amici. Persone che non l’hanno lasciata sola neanche per un momento in questi mesi difficili. Neanche durante il rito simbolico che si fa in molti reparti di oncologia, quello della “campanella” che viene suonata per celebrare la conclusione delle cure, la speranza e la rinascita. Un gesto semplice, ma carico di significato.
«Il suono di quella campanella, l’emozione nelle parole di chi compie quel gesto liberatorio al termine di un percorso di speranza e angoscia, – commenta il primario del reparto, Vincenzo Fraticelli – rappresenta la ricompensa più grande per tutti noi, medici, infermieri ed ausiliari, che lavoriamo ogni giorno nel reparto di ematologia del Responsible, condividendo ogni singolo momento nel viaggio verso la guarigione dei nostri pazienti».
Prima di suonare la campanella Martina ha letto le parole dedicatele dal personale del reparto. «La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza respiro. Sorridi! Questo è uno di quei momenti! Il tuo percorso di cura si è concluso ed è giusto annunciarlo al mondo attraverso il suono di questa campana. Falla suonare una volta per ciò che hai attraversato. Suonala ancora per celebrare il presente. E poi ancora una volta per augurarti un futuro radioso e ricco di gioia».
E Martina l’ha suonata. Una volta. Due volte. Tre volte. E poi ancora. Perché l’emozione, gli applausi e i battiti del cuore erano troppo forti per riuscire a fermarsi.
«Sono onorata di averla suonata per prima e spero che tanti altri lo facciano ancora», chiude così Martina. Tra un mese ci sarà la pet e noi le auguriamo dal profondo del cuore che vada tutto bene.
Noemi Galuppo

























