Si chiude dopo tre anni una vicenda giudiziaria complessa e, per certi versi, emblematica. Il Giudice dell’udienza preliminare di Roma ha disposto il non luogo a procedere nei confronti dell’architetta molisana accusata di calunnia e diffamazione, stabilendo che “il fatto non sussiste”. Una decisione che mette la parola fine a un caso che aveva già fatto discutere per i suoi risvolti legati alla discriminazione sul lavoro e alla tutela della maternità.
La storia affonda le radici nel 2023, quando la giovane professionista, originaria di Campobasso, aveva vinto un concorso pubblico bandito dal Comune di Monte Argentario, in Toscana. Tutto sembrava pronto per l’assunzione, ma al momento della convocazione per la firma del contratto la situazione cambiò improvvisamente. La donna comunicò la necessità di usufruire di un periodo di astensione facoltativa per maternità, essendo madre di un neonato. Da lì, secondo quanto ricostruito anche nelle sentenze civili successive, l’iter si bloccò.
Ne nacque un contenzioso che, sul piano del lavoro, ha già visto affermarsi con chiarezza le ragioni della professionista. Prima il Tribunale e poi la Corte d’Appello di Firenze, nel 2025, hanno riconosciuto il comportamento dell’amministrazione comunale come discriminatorio, condannando l’ente al risarcimento dei danni patrimoniali e morali. I giudici hanno ritenuto determinante proprio la condizione di maternità nella mancata assunzione, sottolineando come la candidata sarebbe stata regolarmente assunta se non avesse esercitato il proprio diritto al congedo parentale.
Parallelamente, però, si è aperto un secondo fronte, quello penale. Dall’amministrazione toscana, infatti, era partita una denuncia nei confronti dell’architetta per calunnia e diffamazione, in relazione alle dichiarazioni rese dalla donna sulla vicenda. Un passaggio che aveva ulteriormente aggravato il peso della situazione per la professionista, già alle prese con una battaglia legale per vedersi riconosciuti i propri diritti.
È proprio su questo versante che arriva ora la decisione definitiva. Il Gup di Roma ha accolto integralmente le tesi difensive, sostenute dagli avvocati molisani Giorgio Barletta e Antonio Mancini, escludendo la sussistenza dei reati contestati. In altre parole, secondo il giudice, non vi sono elementi per sostenere l’accusa in giudizio.
Una pronuncia che assume un significato che va oltre il singolo caso. Dopo aver ottenuto giustizia in sede civile per la discriminazione subita, la donna vede cadere anche le accuse penali, chiudendo così un percorso giudiziario lungo e complesso, definito dagli stessi legali “kafkiano”. Una vicenda in cui, alla lesione iniziale dei diritti lavorativi, si era aggiunta la necessità di difendersi in un processo penale.
Soddisfazione è stata espressa dai difensori, che sottolineano come la decisione ristabilisca pienamente la posizione della loro assistita. «Si chiude con un lieto fine una storia che ha rappresentato una grave ingiustizia – evidenziano –. La nostra assistita, dopo essere stata vittima di una discriminazione, ha dovuto affrontare anche un procedimento penale. Oggi viene finalmente riconosciuta la totale infondatezza delle accuse».
ppm

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*