Cinque i medici indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Campobasso sulla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, decedute a poche ore di distanza tra il 27 e il 28 dicembre scorsi all’ospedale “Cardarelli” del capoluogo, in seguito a una grave e devastante presunta tossinfezione.
Si tratta di tre sanitari in servizio al Pronto soccorso del Cardarelli – Maria Balbo, Ramon Aldo Olivieri (entrambi venezuelani) e Pietro Vuotto – e di due medici della Guardia medica, Angela Maria Castelluzzo e Michele Formichella. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo, sono omicidio colposo plurimo, lesioni personali colpose e responsabilità medica. Secondo quanto emerso finora, madre e figlia sarebbero state dimesse e rimandate a casa in due diverse occasioni, nonostante la presenza di sintomi, prima del drammatico peggioramento culminato nel cedimento multiorgano.
Nella giornata di mercoledì, 31 dicembre, si sono svolte le autopsie sui corpi delle due donne. L’esame medico-legale, iniziato alle 9.30 all’obitorio dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, è durato circa sette ore. Per la Procura era presente il medico legale pugliese Benedetta Pia De Luca, affiancata dal gastroenterologo abruzzese Francesco Battista Laterza; per la famiglia Di Vita, assistita dagli avvocati Arturo Messere e Paolo Lanese, ha partecipato l’anatomopatologo Marco Di Paolo.
Al termine dell’accertamento irripetibile non è stato possibile stabilire una causa di morte certa.
«La mera esecuzione di un’autopsia non fornisce elementi immediati», ha dichiarato all’Ansa il procuratore Nicola D’Angelo, ribadendo la necessità di attendere gli esiti degli esami chimici e tossicologici. Anche secondo il consulente della famiglia, allo stato è possibile parlare soltanto, in termini generici, di una tossinfezione di natura alimentare: non è stata individuata alcuna sostanza specifica e nessuna ipotesi può dirsi esclusa.
Le risposte decisive sono ora affidate agli esami di laboratorio sui numerosi campioni prelevati, che richiederanno tempi tecnici lunghi: dagli inquirenti si parla di un arco temporale che potrebbe arrivare fino a 60-90 giorni, anche se non si esclude la possibilità di primi riscontri anticipati.
Alcuni campioni di sangue sono stati inviati anche presso i laboratori di Pavia.
Parallelamente, proseguono gli accertamenti sugli alimenti sequestrati nelle abitazioni della famiglia Di Vita a Pietracatella, tuttora sotto sequestro. Il fulcro delle indagini resta la giornata del 23 dicembre, quando a tavola erano presenti solo il padre Gianni Di Vita, la moglie Antonella e la figlia minore Sara. La figlia maggiore, Alice, non era con loro. Un elemento ritenuto significativo dagli investigatori, soprattutto se confrontato con la cena della Vigilia di Natale, alla quale avevano partecipato circa quindici persone, nessuna delle quali ha poi accusato malori.
Sono 19 gli alimenti repertati, rinvenuti nelle credenze, nel frigorifero e anche tra i rifiuti: un preparato con funghi e peperoni, olive verdi, olive nere, polpette, formaggio con pistacchio, mozzarella di latte vaccino, salsa di pomodoro, funghi presumibilmente del tipo “pleurotus ostreatus”, vongole cotte con guscio, baccalà gratinato con pinoli, uva e patate, torta con pandispagna e crema al pistacchio, pesto, due tipi diversi di marmellata, polenta condita con funghi presumibilmente champignon, due tipi di formaggio spalmabile, funghi alla contadina, giardiniera autoprodotta.
I prodotti erano custoditi in parte nell’abitazione di Gianni Di Vita e in parte in quella della madre, situata al primo piano dello stesso stabile.
Le analisi sui cibi sono state delegate all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Abruzzo e Molise. Nelle ultime ore si è fatta strada anche l’ipotesi che possano essere stati consumati funghi congelati e regalati nei mesi precedenti, ma si tratta al momento di una delle tante piste al vaglio.
Gli accertamenti hanno invece escluso una contaminazione accidentale delle farine con veleno per topi: le verifiche eseguite nel mulino di famiglia non avrebbero evidenziato elementi utili a confermare questa ipotesi. Resta sullo sfondo, come possibilità residuale, anche quella di un avvelenamento da parte di terzi, pista che la Procura non intende formalmente escludere, pur considerandola allo stato remota.
Intanto, arrivano notizie più rassicuranti dall’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. Gianni Di Vita, padre di Sara e marito di Antonella, è stato trasferito dal reparto di Rianimazione a un reparto ordinario, «vista l’evoluzione favorevole del quadro clinico», come si legge nell’ultimo bollettino ufficiale diffuso. L’uomo aveva manifestato gli stessi sintomi delle due familiari ed era stato inizialmente ricoverato al Cardarelli, prima del trasferimento nella Capitale.
Sia lui sia la figlia maggiore Alice, ricoverata a scopo assistenziale e precauzionale, continuano a essere seguiti dall’équipe medica e supportati dal team di psicologi dell’Istituto.
Conclusi gli accertamenti autoptici, si attende ora il nullaosta della Procura per la restituzione delle salme, passaggio necessario per poter fissare la data dei funerali. Pietracatella, il Molise e tutto il Paese, intanto, restano sospesi nell’attesa di risposte: quelle che una famiglia e un’intera comunità chiedono alla scienza e alla giustizia per trasformare un sospetto in una verità.
Lu.Co.

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