Non è un messaggio legato a una ricorrenza né a un periodo particolare dell’anno. È una storia che nasce molto prima e che continua ancora oggi, con la stessa intensità, la stessa sofferenza e la stessa ostinata speranza. Una vicenda umana complessa, affidata alla parola scritta come ultimo strumento per provare a ricucire un legame spezzato da anni.
A rivolgersi alla redazione di Primo Piano Molise è una donna che si presenta come madre di due figli ormai adulti, dai quali vive separata da oltre quindici anni. Una separazione non scelta, ma subita, che – secondo quanto racconta – affonda le radici in una storia familiare segnata dalla violenza domestica, dall’alcolismo e da decisioni prese contro la sua volontà.
La donna si chiama Oana, è di origine rumena e vive nel Regno Unito da diciassette anni. Racconta di essere stata sposata per dieci anni con il padre dei suoi figli, in un matrimonio definito “infelice e violento”, culminato in un tentativo di omicidio avvenuto davanti ai bambini, allora molto piccoli. Dopo la fuga e il divorzio, la custodia dei figli – Corneliu Lucian Cosmin e Mihail Gabriel – le viene affidata quando avevano rispettivamente quattro e sei anni.
Per un periodo, Oana racconta di aver vissuto serenamente insieme ai figli e ai propri genitori. Poi la scelta, maturata con l’idea di garantire un futuro migliore alla famiglia: un contratto di lavoro temporaneo nel Regno Unito. I bambini vengono lasciati ai nonni, assicurandosi – scrive – che «tutte le misure legali fossero rispettate».
La frattura si consuma nell’estate del 2009. Il padre porta i figli in vacanza per un mese, come previsto, ma non li riporta più indietro. Da quel momento iniziano anni di tentativi falliti, di richieste e di silenzi. Oana parla apertamente di una manipolazione psicologica nei confronti dei bambini, ai quali sarebbe stato fatto credere di essere stati abbandonati dalla madre. «Ho lottato con tutte le mie forze per riavervi – scrive – ma vi hanno detto che vi avevo lasciati».
La situazione si complica ulteriormente quando i figli vengono portati in Italia senza il suo consenso. Da allora, racconta, i contatti si interrompono quasi del tutto. L’unico spiraglio arriva nel 2012, con una breve conversazione via Skype: «Corneliu, allora avevi 11 anni, mi dicesti che volevi venire da me e imparare l’inglese». Dopo quella chiamata, ogni via di comunicazione viene chiusa.
Negli anni successivi Oana ricostruisce una vita: si risposa, ha altri tre figli, continua a lavorare. Ma il pensiero dei due figli lontani resta costante. Quattro anni fa apprende della morte del loro padre. Neanche allora, racconta, riesce a ristabilire un contatto. «Tutto ciò che desideravo era dirvi quanto vi amo e che avete ancora una madre pronta ad aiutarvi nei momenti difficili».
Nella corrispondenza emerge anche un dettaglio che alimenta la speranza: secondo informazioni non confermate, uno dei figli – Corneliu, che oggi si farebbe chiamare Cornelio – potrebbe lavorare presso il McDonald’s a Campobasso. Un’indicazione fragile, l’unica a disposizione, che diventa però il punto di partenza di un tentativo di contatto rispettoso e prudente, consapevoli dei limiti imposti dalla privacy e delle difficoltà oggettive di una realtà lavorativa molto frequentata.
Nel corso delle settimane Oana scrive più volte alla redazione. Ringrazia, si dice grata anche solo per l’ascolto, si rende disponibile a fornire documentazione e chiarimenti, arrivando persino a chiedere se fosse possibile pubblicare un annuncio a pagamento. «Non cerco sensazionalismo – scrive – ma soltanto la possibilità di ricostruire un legame spezzato».
Colpisce il tono costante delle sue lettere: mai aggressivo, mai accusatorio. Anche quando parla della donna che, a suo dire, avrebbe contribuito ad allontanarla dai figli, Oana racconta di aver provato solo compassione: «In fondo era anche lei una madre, e una simile tragedia non dovrebbe accadere a nessuna donna».
Oggi, a distanza di anni, il suo appello resta sospeso tra attesa e speranza. «Questa lettera è la mia ultima speranza di ritrovarvi», scrive ai figli, ricordando loro che hanno fratelli e sorelle pronti ad accoglierli, e che la loro madre «non ha mai smesso di amarli e di cercarli».
Una vicenda delicata, che interroga tutti: sulla forza dei legami familiari, sulle ferite che il silenzio può lasciare, e sul valore, spesso sottovalutato, di dare spazio all’umanità anche quando le risposte non sono semplici.
La redazione, nel pieno rispetto della privacy e con la dovuta delicatezza che una vicenda così complessa richiede, si rivolge a chiunque possa fornire informazioni utili o aiutare Oana a mettersi in contatto con i suoi figli.
Chiunque ritenga di poter contribuire, anche con una segnalazione discreta, può contattare lo 0874 483400 oppure scrivere all’indirizzo email campobasso@primopianomolise.it.
Ogni segnalazione sarà trattata con la massima riservatezza.

(foto generata con AI)

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*