Prosegue il dibattito sulle criticità e sulle possibili soluzioni per rilanciare il centro storico di Campobasso. Dopo le proposte del consigliere comunale con delega Nicola Messere incentrate nello specifico sulla realizzazione di uno “studentato diffuso” e gli interventi di Azione Universitaria e del consigliere di Fratelli d’Italia Mario Annuario, i quali hanno ribadito la necessità di interventi immediati riguardanti mobilità, sicurezza e vivibilità dell’area, si aggiunge ora la riflessione di Paolo Santangelo, presidente dell’Associazione pubblici esercizi Molise.
In una nota Santangelo denuncia lo stato di abbandono delle numerose attività che ‘resistono’ nel centro storico e sollecita le istituzioni a intervenire con maggiori investimenti e misure di sostegno al tessuto commerciale. Un comparto che, oggi più che mai, appare in forte sofferenza, con un centro storico sempre più svuotato, segnato da negozi che faticano a rimanere aperti e saracinesche abbassate.
«Il declino del centro storico non è futuro: è presente – spiega -. Questo non è un attacco, né una polemica sterile. È una riflessione che nasce da ciò che vediamo ogni giorno: serrande abbassate, meno persone in giro, attività in difficoltà. Negli ultimi tempi si è tornati a parlare di centro storico, di progetti, di visioni e di collaborazione tra istituzioni e altri soggetti. Tutto positivo, ma c’è un punto che non si può più ignorare: tra ciò che si dice e ciò che accade davvero, la distanza è ancora troppo grande. Questo articolo parte da qui, dalla realtà, non dalle intenzioni.
A Campobasso sta succedendo una cosa molto semplice e sotto gli occhi di tutti: il centro storico si svuota, le attività chiudono e le persone se ne vanno. Non è una sensazione, non è un’impressione, è la realtà quotidiana di chi vive e lavora in città. E mentre tutto questo accade, si continua a parlare, a confrontarsi, a organizzare tavoli e incontri. Tutto giusto, per carità. Ma il problema è che, mentre si discute, il centro continua a perdere vita.
Il punto è che questo svuotamento non è arrivato per caso e non è nemmeno il risultato inevitabile dei tempi che cambiano. È la conseguenza di anni senza una vera programmazione, di scelte rimandate, di problemi noti che non sono mai stati affrontati fino in fondo. Mancano parcheggi adeguati, raggiungere il centro è spesso complicato, i flussi di persone sono deboli e discontinui, e chi lavora sul territorio raramente viene coinvolto davvero nelle decisioni. Non è sfortuna, sono errori accumulati nel tempo.
La realtà, alla fine, è molto più semplice di quanto si voglia far credere: se le persone non arrivano, le attività non lavorano; se le attività non lavorano, chiudono; e quando chiudono, il centro si spegne. È una catena logica, comprensibile a chiunque, che non ha bisogno di studi complicati per essere capita».
Un esempio evidente – sottolinea Santangelo – è quello della movida. «Negli anni si è permesso di concentrare locali simili, spesso piccoli e senza spazi adeguati, senza una vera organizzazione. I problemi che ne sono derivati erano prevedibili: rumore, confusione, difficoltà nella gestione degli spazi. Ma invece di intervenire con regole chiare e soluzioni equilibrate, si è scelto di ridurre tutto, di spegnere.
E così, insieme ai problemi, è stata spenta anche una parte importante della vita economica e sociale del centro.
Un altro errore riguarda il mancato coinvolgimento reale di chi lavora ogni giorno sul territorio. Le associazioni di categoria, gli operatori, i commercianti conoscono bene le dinamiche della città, vivono i problemi in prima persona e spesso hanno anche le soluzioni.
Eppure vengono ascoltati poco, o troppo tardi, quando le decisioni sono già prese. Questo crea distanza tra chi decide e chi subisce le conseguenze, e rende ogni intervento meno efficace.
Poi c’è il tema delle opportunità. Negli ultimi anni sono stati messi a disposizione fondi importanti, come quelli del Pnrr, che potevano rappresentare una svolta concreta per migliorare infrastrutture, servizi e attrattività. Alcune occasioni, però, non sono state colte. E qui il punto è semplice: non è un problema di mancanza di risorse, ma di capacità di utilizzarle nel modo giusto.
La cosa più paradossale è che le soluzioni non sono complicate e non sono nemmeno nuove. Da anni si parla delle stesse cose: parcheggi adeguati, accessibilità semplice, eventi continui e ben organizzati, regole chiare per le attività, un’offerta commerciale equilibrata e una visione concreta del centro storico come sistema integrato. Nulla di straordinario, nulla di irrealizzabile. Eppure tutto questo, nella pratica, è rimasto in gran parte sulla carta.
Nel frattempo si continua a immaginare una città ideale, ordinata, sostenibile, attrattiva. Un modello perfetto sulla carta, ma distante dalla realtà di oggi, che invece è fatta di spazi vuoti, attività in difficoltà e sempre meno persone che frequentano il centro. E una città senza persone è una città che non vive, non produce e non cresce.
Se si continua su questa strada, il rischio è evidente: un centro storico sempre più vuoto, con meno negozi, meno residenti e meno identità. E a quel punto sarà molto più difficile, se non impossibile, invertire la rotta.
Perché la vita di una città non si ricostruisce dall’oggi al domani, e ogni attività che chiude è un pezzo che difficilmente torna.
Campobasso oggi non ha bisogno di altre parole, né di altre analisi. Ha bisogno di scelte concrete, di decisioni chiare e di tempi certi. Ha bisogno di passare dalle intenzioni ai fatti, coinvolgendo davvero chi il territorio lo vive ogni giorno.
Perché ogni giorno perso non è neutro: è un passo in più verso lo svuotamento definitivo. E una città che perde il suo centro perde anche una parte fondamentale della sua identità.
Il centro storico – conclude Santangelo – non si salva con le parole, e nemmeno con le buone intenzioni. Si salva con decisioni. Quelle che, oggi più che mai, non si possono più rimandare».

























