La tenda davanti al “Veneziale” è diventata il termometro di una provincia che chiede, con ostinazione civile, di non essere lasciata senza i servizi essenziali. E l’articolo di Igor Traboni su Avvenire pubblicato lo scorso 2 febbraio fotografa con nitidezza questa protesta che, notte dopo notte, continua a chiamare tutti – istituzioni, politica, comunità – a una risposta vera.
Da più di un mese, ormai, Piero Castrataro dorme davanti all’ospedale di Isernia, in una piccola tenda montata il 26 dicembre scorso: una data che ormai a Isernia suona come l’inizio di un conto alla rovescia. L’immagine è semplice e insieme durissima: un primo cittadino che sposta il proprio corpo dove sente che si sta spostando il confine dei diritti, aspettando risposte decisive e non più promesse sul futuro del presidio.
A raccontare la forza di questa scena, Avvenire sceglie un dettaglio che vale più di molte dichiarazioni: i bambini delle scuole dell’infanzia che portano disegni colorati al “loro eroe”, quasi a restituire alla protesta la dimensione più concreta e meno ideologica possibile. Perché qui la posta in gioco non è uno slogan: è la possibilità di «far nascere un bambino in sicurezza» – ha dichiarato lo stesso sindaco Castrataro, con il Punto nascita tra i servizi a rischio, e di non vedere chiudere anche l’Emodinamica, evocata come rischio concreto ormai da anni, e precisamente – a fasi alterne – da quando fu approvato l’ormai noto Dm70, il Decreto Balduzzi.
Attorno alla tenda, scrive Traboni, si è radunata una comunità che raramente si vede così compatta: altri sindaci e amministratori molisani, ma soprattutto ottomila persone in fiaccolata, un numero eccezionale se rapportato ai circa 20mila abitanti della città e a un comprensorio che vale circa il doppio. Castrataro legge quella partecipazione come una «nuova consapevolezza», la prova di aver riportato attenzione sul tema della sanità pubblica in Molise, aggiungendo però una frase che è anche un avvertimento: «Non è finita qui».
Dentro la protesta c’è anche una proposta: incentivare l’arrivo dei medici con indennità e benefit. Il sindaco all’Avvenire ha raccontato dell’incontro intercorso con i vertici dell’Azienda sanitaria regionale per la carenza di medici (in particolare al Pronto soccorso), definendo il confronto «non determinante, anche se costruttivo», e ribadendo la disponibilità del Comune a contribuire alle spese per rendere appetibile il trasferimento. Sullo sfondo resta l’alternativa che pesa come una condanna geografica: nella migliore delle ipotesi raggiungere Campobasso – con il tema delle strade molisane chiamato in causa – o addirittura uscire fuori regione.
In quella fiaccolata c’era anche il vescovo di Isernia-Venafro e Trivento, Camillo Cibotti, che – come raccontato anche su queste colonne dopo la manifestazione – ha respinto l’etichetta dell’aggregazione contestatrice, descrivendola piuttosto come un modo per dare man forte a chi deve far arrivare la voce del territorio al governo centrale. E ha consegnato alla cronaca una frase che, da queste parti, è difficile archiviare come un eccesso retorico: «Se togliamo il servizio sanitario, cosa rimane? Solo il cimitero».
E resta l’immagine finale, che non è una fotografia buona per i social ma una domanda inchiodata al marciapiede: una tenda piantata davanti a un ospedale. Finché quella tenda resta lì, Isernia e il Molise non possono far finta di nulla: perché la sanità non è un numero, ma il tempo che serve per nascere e quello che serve per salvarsi. Adesso, però, il mese trascorso in tenda chiede che arrivino atti, date, impegni e responsabilità. E Castrataro su questo è stato perentorio, più volte: finché non arriveranno risposte, quella tenda continuerà a restare il monito di chi lotta per il minimo indispensabile affinché quella pentra resti una comunità viva.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*