Dal Molise al palco più importante della musica italiana. C’è anche un pezzo di questa terra nel debutto sanremese di Nayt, al secolo William Mezzanotte, in gara a Festival di Sanremo 2026 con il brano Prima che. Un esordio carico di significati, non solo artistici, per un autore che ha fatto della scrittura una necessità vitale e della verità emotiva il cuore del proprio percorso.
Nayt è nato a Isernia il 9 novembre 1994 da genitori molisani, originari di Frosolone e Sant’Elena Sannita, e conserva un legame profondo con la sua terra d’origine, nonostante il trasferimento a Roma quando era ancora in fasce. Un’identità che riaffiora spesso nei suoi racconti – come quelli al quotidiano Leggo – e che rende ancora più simbolico il suo approdo all’Ariston: non un semplice rapper in gara, ma un artista che porta con sé una storia personale complessa, fatta di fragilità, ricerca e riscatto.
Sul palco sanremese Nayt non urla, non rincorre mode: la sua è una voce che scalda, che interroga. Nei suoi testi il rap diventa dialogo interiore, spazio di riflessione su domande esistenziali che parlano soprattutto ai più giovani. Non a caso, già in Gli occhi della tigre dichiarava la sua missione: «Sveglierò dal sonno la mia generazione». A pochi giorni dall’inizio del Festival, ai microfoni di Rai News ha spiegato cosa spera di portare a casa da questa esperienza: «Spero la stessa cosa che porto alla gente: la verità che si può credere in qualcosa di bello».
Nella serata delle cover, Nayt duetterà con Joan Thiele, reinterpretando La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André, una scelta che conferma la sua attenzione per la parola, la poesia e la profondità emotiva, ben oltre i confini del rap tradizionale.
Cresciuto nella Capitale, Nayt si avvicina alla musica a 14 anni. Scrivere non è mai stato un passatempo, ma l’unico modo per dare forma a paure, desideri e fragilità. Considerato oggi una delle penne più raffinate della sua generazione, ha costruito nel tempo un mondo artistico coerente e riconoscibile. La sua vita privata ha inciso profondamente sulla sua musica: dall’assenza del padre, mai presente fino a tempi recenti, al rapporto fortissimo con la madre Daniela, che lo ha cresciuto giovanissima e gli ha trasmesso la passione per la musica, facendogli ascoltare artisti come Alex Baroni.
Un’infanzia e un’adolescenza segnate anche da difficoltà economiche, da esperienze di precarietà e da una precoce ossessione per il denaro, nate dalla paura di non avere abbastanza. Ferite che Nayt non ha mai nascosto e che sono diventate materia viva dei suoi testi. «Sono diventato padre di me stesso», ha raccontato in un’intervista, spiegando come abbia cercato figure di riferimento negli uomini della sua famiglia e persino nei personaggi dei cartoni animati.
Il suo percorso artistico prende forma nel 2011 con il singolo No Story, seguito dall’album Nayt One. La svolta arriva con il mixtape Raptus e con la trilogia che ne segue, fino ad arrivare a lavori più maturi come Mood, Habitat e Un uomo. Numerose le collaborazioni di rilievo, da Gemitaiz a Salmo, passando per Dani Faiv, che hanno consolidato la sua credibilità nel panorama musicale nazionale.
Nayt non ha mai avuto timore di affrontare temi delicati: dalla sessualità, vissuta come spazio di verità e interrogativi profondi, agli attacchi di panico, superati anche grazie alla terapia. «Avevo paura di allontanarmi da casa, temevo potesse succedere qualcosa di brutto a mia madre o ai miei fratelli», ha raccontato. Oggi il suo sogno resta semplice e universale: trovare l’amore, concedersi davvero a qualcuno, diventare padre.
Il suo debutto a Sanremo rappresenta così molto più di una tappa di carriera. È il punto di arrivo – e forse di ripartenza – di un percorso umano e artistico intenso, che parte anche dal Molise e che ora si affaccia sul palcoscenico più seguito d’Italia, portando con sé autenticità, profondità e una voce fuori dal coro.



























