Da giorni dorme in una tenda davanti all’ospedale Veneziale. Non è una protesta simbolica di qualche ora: il sindaco Piero Castrataro ha scelto di restare lì, notte dopo notte, per richiamare l’attenzione sui tagli previsti dal Programma operativo sanitario 2026-2028. Sul tavolo c’è il futuro del nosocomio isernino, con l’ipotesi – in attesa di una proroga – della chiusura del punto nascita e della sala di emodinamica, due servizi considerati strategici per un territorio già fragile dal punto di vista sanitario.
La vicenda è complessa, tecnica, difficile da raccontare senza semplificazioni. Ma dentro questa complessità ci sono anche paradossi che non possono essere ignorati.
Mentre il sindaco di Isernia rinuncia alla propria indennità e dorme in tenda a pochi metri dall’ingresso dell’ospedale, all’interno della stessa struttura si muove un sistema che continua a pagare prestazioni aggiuntive a medici già regolarmente in servizio. Un meccanismo legittimo, previsto dalle norme, che consente ai professionisti di lavorare oltre l’orario ordinario e di ricevere compensi aggiuntivi. Tutto regolare, sia chiaro. Ma il quadro che ne deriva, soprattutto in una sanità regionale in affanno cronico, solleva inevitabilmente qualche interrogativo.
Il risultato è che mentre la politica denuncia la mancanza di risorse e difende i reparti a rischio, ogni mese vengono comunque liquidate decine di migliaia di euro per prestazioni extra, spesso agli stessi medici. Una situazione che, agli occhi dei cittadini, appare quantomeno contraddittoria.
Da una parte un sindaco che sceglie una protesta estrema, lasciando la famiglia e trasformando il piazzale dell’ospedale nella sua casa temporanea. Dall’altra un sistema sanitario che continua a funzionare con una logica emergenziale permanente, in cui i turni straordinari diventano una prassi strutturale e non più un’eccezione.
La questione non è accusare i medici. Chi lavora oltre l’orario fa semplicemente ciò che il sistema consente – e spesso richiede – di fare. Il problema è un altro: l’organizzazione complessiva della sanità molisana.
È davvero inevitabile spendere centinaia di migliaia di euro l’anno in prestazioni aggiuntive? Oppure si potrebbe pensare a un modello diverso, più solidale e razionale, basato su una maggiore mobilità interna tra reparti?
Negli ospedali molisani lavorano decine di medici. È evidente che, in determinati momenti, alcuni reparti possano trovarsi in difficoltà più di altri. In questi casi non sarebbe possibile prevedere una redistribuzione temporanea delle risorse, concentrando i professionisti dove l’emergenza lo richiede?
Un principio semplice, quasi domestico. Come accade in ogni famiglia: ognuno ha il proprio ruolo, ma quando serve nessuno si tira indietro.
Il punto è che la sanità molisana sembra intrappolata in un sistema dove l’emergenza diventa routine, lo straordinario diventa ordinario e il costo complessivo continua a crescere senza risolvere i problemi strutturali.
La protesta di Castrataro, al di là delle opinioni politiche, ha almeno un merito: costringe tutti a guardare la realtà negli occhi. Difendere l’ospedale di Isernia significa aprire una riflessione seria su come vengono utilizzate le risorse, su come si organizzano i reparti e su come si garantiscono i servizi ai cittadini.
E forse, proprio in un momento così delicato, potrebbe nascere anche un gesto simbolico ma potente. Se un sindaco è disposto a dormire in tenda per difendere il suo ospedale, non sarebbe utopistico immaginare che qualche medico del Veneziale possa offrire, almeno per un periodo, qualche turno in più senza compensi aggiuntivi, per la stessa causa? Sarebbe un segnale forte, capace di parlare alla comunità molto più di qualsiasi dichiarazione. Le sfide sono aperte. E riguardano tutti. ppm

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