GIUSEPPE CAROZZA

Con un’invidiabile solerzia ed un altrettanto non comune senso della memoria storica circa gli eventi più significativi legati al proprio territorio, l’Amministrazione comunale di Carlantino ha inteso organizzare una serie di eventi per ricordare i 60 anni dalla realizzazione di un’opera di ingegneria idraulica tra le più rilevanti nel panorama europeo del secolo scorso. Si tratta della diga di Occhito, inaugurata il 7 maggio del 1966 dopo che i lavori finalizzati alla sua costruzione ebbero inizio fin dal 1957. L’imponente opera, nonostante il tempo trascorso dalla sua realizzazione, continua a rappresentare una testimonianza tuttora viva dell’operosità e della capacità dell’ingegno umano capace non solo di arginare le acque del Fortore e dei suoi numerosi affluenti per rifornire successivamente i territori della Capitanata e la sua popolazione alle prese costantemente con atavici problemi di approvvigionamento idrico, ma anche di ridare forma in qualche maniera ad un territorio che, senza dubbio, dall’edificazione di un simile manufatto ha visto sensibilmente modificata – non sempre, per la verità, in senso positivo – la propria originaria configurazione ambientale e faunistica.
Partendo da questi presupposti, il Comune di Carlantino ha voluto celebrare l’importante anniversario con una serie di appuntamenti che hanno avuto quale naturale location, lo scorso 12 marzo, sia la diga sia il borgo stesso dei Monti Dauni. Nei pressi della struttura idraulica si è data infatti la possibilità, ai numerosi visitatori convenuti, di osservare da vicino gli impianti che regolano il funzionamento della mastodontica infrastruttura che raccoglie le acque dei fiumi Fortore e Tappino, oltre a quelle del torrente Cigno, raggiungendo una capacità totale pari a 333 metri cubi d’acqua, di cui 250 utilizzabili. Successivamente, nel tardo pomeriggio, all’interno della storica cappella cittadina dell’Annunziata si è tenuta una vivace tavola rotonda con la partecipazione di numerosi relatori che, dalle più diverse chiavi di lettura, hanno offerto significativi contributi sul piano storico e sociale in ordine al passato ed al futuro della diga in questione. A fare gli onori di casa sono stati il sindaco di Carlantino Graziano Coscia e la consigliera Daniela Cafano i quali, in maniera davvero coinvolgente per il pubblico, hanno parlato della realizzazione della diga di Occhito come di un evento carico, inizialmente, di aspettative sul piano agricolo e turistico; le quali però, con il trascorrere inesorabile del tempo, non sempre hanno corrisposto positivamente alle attese. Anzi quello sbarramento artificiale, sotto certi aspetti, ha contribuito più ad un impoverimento che all’arricchimento, in termini anche umani ed economici, della Valfortore nella sua interezza. Alle parole del primo cittadino carlantinese hanno fatto eco, con analoghe riflessioni, gli interventi – fra gli altri – di Giuseppe Di Nunzio (dirigente del Consorzio per la Bonifica della Capitanata di Foggia) e di Gianfranco Paolucci (sindaco di Macchia Valfortore e presidente dell’Anci Molise).
Non v’è dubbio tuttavia che ad arricchire di contenuti ancor più “nostalgici” e documentari l’evento commemorativo è stata la mostra fotografica, inaugurata qualche giorno prima del 12 e destinata a rimanere fruibile ancora a lungo per i visitatori (e ne consigliamo davvero un confronto visivo da vicino: ne vale la pena…), dal titolo oltremodo significativo: “Occhito: un lago, la sua storia. Carlantino e la diga: il lavoro degli uomini divenuto ingegno”.
Promossa dal Comune in collaborazione con l’Associazione Archeotrekking Occhito, il Consorzio per la Bonifica della Capitanata ed allestita da Pasquale Capozio, Maria Maggio, Antonella Frangiosa e Orazio Pastore, la mostra prende vita grazie soprattutto al prezioso lascito fotografico di oltre 700 immagini donate dal signor Donato Guerrera, operaio presente in loco sin dalle prime fasi del cantiere. Ebbene, grazie a questo straordinario patrimonio fotografico è possibile raccontare e mostrare, con la suggestione tipica delle immagini in bianco e nero degli anni Sessanta del secolo scorso, le opere, i gesti, le fatiche e le scelte affrontate quotidianamente durante la realizzazione di questa monumentale opera ingegneristica.
La mostra dà l’impressione di accompagnare il visitatore in un viaggio non immaginario, ma reale, tra scenari sospesi, edificato su ricordi, testimonianze ed emozioni di chi, in prima persona, ha vissuto la progettazione e la costruzione e sullo stupore di chi oggi, a distanza di 60 anni, ne scopre le fasi di realizzazione. Un’attenzione particolare, nella successione delle immagini proposte al pubblico, è stata riservata dai curatori alla componente per così dire “umana”: come a voler significare che, in quei lontani decenni, si è avuto a che fare con un paesaggio di “acqua”, ma anche – e soprattutto – di “terra” e di “uomini”. In questa ottica, la mostra si articola in cinque sezioni distinte: 1)- Com’era la valle (il paesaggio e i primi rilievi); 2)- Oltre la superficie (la costruzione della galleria); 3)- Governare l’acqua (il sistema della diga: vascone, sfioratoio e paratie); 4)- Macchine e uomini (il grande cantiere tra tecnica e lavoro umano); 5)- L’opera prende forma (le ultime fasi del cantiere).
Come si può facilmente constatare, si è di fronte ad una iniziativa davvero meritoria che, oltre a dare onore e visibilità ai nostri “dirimpettai” di Carlantino per la loro straordinaria intuizione, contribuisce e non poco a perpetuare la memoria di quanti, magari forse anche inconsapevolmente, hanno sacrificato le loro forze fisiche e mentali a beneficio di noi, loro posteri, troppo spesso davvero poco riconoscenti nei loro confronti.

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