EMANUELE BRACONE

«Il tavolo del 15 gennaio non esiste. Così si condanna un territorio all’incertezza». Con queste parole, lapidarie, il segretario regionale della Fim-Cisl, Marco Laviano, attacca il silenzio del Mimit, denunciando l’assenza di una strategia industriale e lancia l’allarme: «Aspettare giugno significa perdere altri due anni. Termoli è già sotto scacco». La specifica è per l’ancora ‘appesa’ richiesta di un tavolo sullo stabilimento di Termoli, avanzata dalla scorsa tarda primavera, mentre un incontro di comparto, generalizzato, è fissato per il 30 gennaio, ma è cosa diversa.
Marco Laviano, partiamo da una data che ha fatto molto discutere: il 15 gennaio. Doveva esserci un tavolo al Mimit su Stellantis e sullo stabilimento di Termoli. Ma questo tavolo, di fatto, non c’è.
«E infatti la domanda che ci poniamo tutti è: dov’è questo tavolo? La data del 15 gennaio non nasce da una comunicazione ufficiale del Ministero, non nasce da una convocazione formale, non nasce da un atto istituzionale. Noi l’abbiamo raccolta durante un incontro con la Regione Molise, quasi come una notizia che circolava negli ambienti ministeriali. Non avevamo contezza diretta, non avevamo documenti, non avevamo nulla di scritto. Tant’è vero che, fin da subito, ci era sembrata una notizia quantomeno anomala. Prima di convocare un tavolo specifico su Stellantis Molise, sarebbe stato logico riaprire il tavolo nazionale su Stellantis e sull’indotto, fermo da mesi. Così non è stato. Oggi possiamo dirlo con chiarezza: quella del 15 gennaio è stata, con ogni probabilità, una fuga di notizie che non ha trovato alcun riscontro ufficiale. Ed è un fatto gravissimo».
Perché lo definite “gravissimo”?
«Perché qui non stiamo parlando di una scadenza qualsiasi. Il Molise, e Termoli in particolare, sono fortemente interessati a conoscere quale sarà il futuro di Stellantis sul territorio. Parliamo di migliaia di famiglie, di un intero sistema economico e produttivo che ruota intorno allo stabilimento. Quando non abbiamo informazioni certe, quando non abbiamo date ufficiali, quando veniamo a conoscenza delle cose per voci o indiscrezioni, significa che qualcosa non funziona. Significa che il territorio non viene rispettato. E questo, per noi, è inaccettabile».
Come sindacati, qual è lo stato della vertenza oggi?
«Noi siamo fermi alla richiesta di incontro avanzata tra maggio e giugno al Ministero. Da allora non abbiamo ricevuto risposte concrete. Nel frattempo, non siamo rimasti immobili: abbiamo promosso iniziative, abbiamo organizzato una mobilitazione importante a Termoli, abbiamo sollecitato istituzioni locali e regionali. Ma non basta. Non ci fermiamo, questo è chiaro, e metteremo in campo ulteriori azioni sul territorio. Tuttavia, il punto centrale resta uno: Stellantis deve assumersi le proprie responsabilità e il Ministero deve fare il suo lavoro».
In che senso?
«Nel momento in cui Bruxelles annuncia modifiche e variazioni normative sul piano industriale e sulla transizione green, Stellantis non può continuare a stare alla finestra. Ha responsabilità enormi nei confronti dell’Italia, dei lavoratori e delle politiche industriali del settore automotive. Allo stesso tempo, la politica non può voltarsi dall’altra parte. Il Mimit, a partire dal ministro Urso, non può sottovalutare la questione Stellantis. Qui non siamo davanti a una crisi aziendale ordinaria, ma a una vertenza strategica nazionale».
Il 30 gennaio è convocato un tavolo generale sull’automotive. Quali sono le vostre aspettative?
«Ci aspettiamo che si parli finalmente e seriamente di Termoli. Sappiamo già che, come spesso accade, l’attenzione principale sarà rivolta alle carrozzerie, mentre le meccaniche finiscono in secondo piano. È una visione miope. Termoli non è una vertenza marginale. È una vertenza determinante, perché qui si decide se l’Italia continuerà ad avere un ruolo centrale nella produzione Stellantis oppure no. La sola carrozzeria non fa il “made in Italy”. Senza motori, senza propulsori, senza cambi, il prodotto italiano perde valore strategico. Senza Termoli, Stellantis in Italia diventa un progetto incompleto».
Nel report Fim-Cisl diffuso a inizio gennaio emerge una critica durissima al Mimit.
«È così. In quel report, insieme al segretario Uliano e a Boschini, abbiamo rimarcato con forza la totale assenza di risposte da parte del Ministero. È una condanna sindacale chiara, senza ambiguità. Ed è ancora più grave se pensiamo ad Acc. Parliamo di una joint venture che ha costruito la propria narrazione sull’idea di credere nell’Italia, nella riconversione industriale, nella transizione verso l’elettrico. Doveva essere un investimento strategico per il Molise e per Termoli. Oggi, però, Acc non si è ancora pronunciata. Non sappiamo nulla. Ha, di fatto, fatto perdere le proprie tracce.»
Che tipo di informazioni vi arrivano?
«Solo voci, racconti indiretti, notizie che filtrano attraverso le istituzioni. Ma non c’è nulla di ufficiale. E a questo punto viene da pensare che siano informazioni che nascono “al bar”, perché senza atti, senza comunicazioni formali, non possiamo considerarle attendibili. Ed è grave, soprattutto, che quando i sindacati chiedono un incontro ministeriale, il Ministero non convochi il tavolo. La vertenza Stellantis Termoli è una vertenza nazionale, non locale».
Molti dicono: “Aspettiamo il piano industriale di Filosa”.
«Giugno è lontano. Lo diciamo da tempo. Lo abbiamo detto anche direttamente a Filosa, durante un incontro in Francia, dopo le mobilitazioni dei sindacati francesi. Aspettare sei mesi significa accumulare altri due anni di ritardo. Termoli è già in ritardo a causa di un processo di riconversione che non è mai realmente partito. Se continuiamo ad aspettare, senza anticipare le mosse strategiche, Termoli è sotto scacco. Il solo Edct non basta. Abbiamo bisogno di nuovi prodotti: endotermici, ibridi, bifuel, fuel. Abbiamo competenze, know-how, professionalità riconosciute. Non manca nulla, se non la volontà di decidere».
C’è chi parla apertamente di “alibi industriali”
«È esattamente così. È un gioco di alibi. E in questo gioco chi perde è sempre il lavoratore. Perde la forza lavoro, perde l’industria, perde l’intera filiera dell’auto, che è la più grande catena di montaggio d’Italia. Non parliamo solo di Stellantis come costruttore, ma di un indotto enorme che coinvolge migliaia di aziende, spesso anche in Germania. Oggi Italia e Germania sono i Paesi che soffrono di più questa transizione mal gestita».
C’è il rischio che Stellantis scelga di investire altrove?
«Il rischio è già sotto gli occhi di tutti. Investimenti oltre oceano, difficoltà in Polonia, scelte geopolitiche precise. Ma il punto vero è che né l’Italia né l’Europa stanno prendendo una posizione forte a tutela dell’occupazione e del lavoro. Se l’America cresce e l’Europa arretra, è perché l’Europa non ha una strategia industriale comune. E questo lo pagheremo caro»
Qual è oggi l’umore dei lavoratori di Termoli?
«C’è crescente consapevolezza, ma anche tanta paura. Alcuni istituti bancari non concedono mutui ai dipendenti Stellantis perché la cassa integrazione pesa negativamente. Questo significa non poter progettare una vita: niente casa, niente famiglia, niente futuro. Noi abbiamo chiesto una partecipazione massiccia alla mobilitazione. Capisco la delusione, capisco la sfiducia, ma non è accettabile che su 1.800 e oltre dipendenti scenda in piazza solo un quarto. Anche chi non crede nel sindacato deve credere nel proprio futuro».
Cosa resta della mobilitazione del 29 novembre?
«Resta una forte azione sociale e un segnale importante. La presenza delle famiglie, dei bambini, di una parte significativa della comunità è stato un valore enorme. Ma non basta. Avremmo voluto migliaia di persone. La comunità molisana non ha ancora compreso fino in fondo cosa significhi perdere un presidio industriale come Termoli. E non parlo solo dei metalmeccanici: parlo del commercio, dei servizi, del terziario, dell’intero territorio».
Un appello finale alle istituzioni.
«Alle istituzioni locali chiediamo trasparenza e dialogo continuo. A quelle nazionali dico senza giri di parole: serve una sveglia. L’industria italiana è in forte difficoltà e il tempo è scaduto. Il 2026 sarà uno spartiacque. O oggi si prendono decisioni serie, oppure l’Italia soffrirà per il prossimo decennio. Basta rinvii, basta tavoli inconcludenti. Le scelte vanno fatte ora».

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