Venerdì prossimo, 30 gennaio, il ministro Adolfo Urso riunirà gli attori protagonisti del settore automotive. In questi giorni di attesa, nuovo affondo, molto duro, da parte del segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, che cita Termoli come il caso emblematico della crisi industriale e dell’assenza di prospettive. L’allarme lanciato ieri da Ferdinando Uliano sulle pagine nazionali del Corriere della Sera non è una formula sindacale di circostanza, ma una presa d’atto netta dello stato dell’industria dell’auto in Italia. «Siamo di fronte a un allarme rosso per il settore automotive», ha dichiarato il segretario generale della Fim-Cisl, mettendo in fila dati, ritardi e responsabilità che chiamano direttamente in causa istituzioni e grandi gruppi industriali. Un allarme che a Termoli non suona come una previsione, ma come la descrizione fedele di una crisi che da mesi viene vissuta sulla pelle dei lavoratori. Uliano mette in fila numeri e omissioni che fotografano una crisi industriale ormai strutturale: 380 mila veicoli prodotti nel 2025 contro il milione evocato dal governo due anni prima, impianti che lavorano al 35% della capacità, modelli annunciati e mai arrivati a Cassino, piani industriali rinviati mentre gli stabilimenti scivolano verso la marginalità. In questo quadro, Termoli è il simbolo più evidente del fallimento della transizione: la Gigafactory promessa nel 2021 è scomparsa dal radar, nessuno sa più nulla del progetto, e la produzione dei cambi – unica attività oggi in carico allo stabilimento – può occupare al massimo 300 persone su un organico di 1.800. Il resto è sospensione, cassa, attesa. Uliano chiede che il piano Stellantis venga aggiornato subito, non “entro la prima metà dell’anno”, perché territori come Termoli non hanno più tempo. E chiama in causa il governo, che il 30 gennaio incontrerà i sindacati: non basta parlare di deroghe al Green Deal, serve affrontare la “questione delle questioni”, cioè come riportare la produzione a livelli sostenibili e come salvare i plant più esposti.
È da questa consapevolezza che parte l’analisi di Marco Laviano, che sul territorio molisano traduce quelle parole in una fotografia immobile e preoccupante. «Da una settimana all’altra non ci sono spiragli per quanto riguarda la vertenza dello stabilimento di Termoli», spiega, sottolineando come la mancanza di notizie sia ormai diventata essa stessa una notizia negativa. L’unico elemento indicato come potenzialmente positivo è il tavolo nazionale convocato per il 30 gennaio al Ministero, con Stellantis, Anfia, l’intero sistema dei costruttori e dell’indotto e le parti sociali. «È chiaro che non ci aspettiamo grossissime novità – chiarisce Laviano – ma resta un’occasione per ribadire che oggi una parte consistente della responsabilità è nelle mani delle istituzioni e del Governo».
Il punto politico, secondo Laviano, è evidente e non più rinviabile. «Il Governo deve salvaguardare la più grande industria manifatturiera del Paese, quella legata all’auto. Non basta il riarmo, perché non è sufficiente a garantire occupazione, produzione e ricchezza economica». Ma accanto alle istituzioni c’è un altro soggetto che non può sottrarsi alle proprie responsabilità. «Anche Stellantis deve fare la sua parte: è una multinazionale che deve decidere se crede davvero e se vuole investire sul nostro territorio». Il ragionamento è netto: «L’Italia deve mettere a disposizione gli strumenti, ma Stellantis deve garantire impegno. Se l’azienda garantisce, il Governo può essere sollecitato; se invece Stellantis continua a fare solo richieste senza dare certezze, il Governo resta in una posizione scomoda».
In questo quadro già fragile, Laviano indica con chiarezza quello che definisce un vero e proprio vuoto politico e industriale: il silenzio di Acc sulla Gigafactory. «C’è un convitato di pietra che continua a non parlare. Acc ha portato a spasso per un anno intero non solo le parti sociali, ma anche le istituzioni, la Regione e lo stesso Ministero». Una situazione che diventa sempre meno comprensibile: «Non capiamo come il Ministero non convochi Acc a un tavolo istituzionale per dire sì o no a questo investimento. Ad oggi non è possibile non sapere nulla sulla Gigafactory italiana».
Sul fronte delle iniziative sindacali, la vertenza resta ferma all’ultima mobilitazione del 29 novembre. «È chiaro che sarebbe stato opportuno accompagnare il tavolo del 30 gennaio con qualcos’altro – ammette Laviano – ma parliamo di un incontro che non riguarda solo Stellantis: c’è tutto il mondo dei costruttori, della logistica, dell’indotto». Resta però la necessità di trovare nuove forme di pressione: «Dobbiamo capire come portare avanti un’azione, regionale o di altra natura, per fare in modo che la voce dei lavoratori venga ascoltata anche durante incontri ministeriali di questa portata».
Se il quadro generale è critico, quello dell’indotto è già drammatico. A renderlo evidente è la testimonianza diretta di Antonio Marinelli, Rsu FIM-CISL nello stabilimento K+N, multinazionale che gestisce la logistica per Stellantis e serve le linee del motore GME T4. «Le commesse stanno andando sempre più a scendere», racconta, spiegando come la crisi della casa madre si traduca immediatamente in difficoltà operative e occupazionali. «Siamo in cassa integrazione da prima di Natale e non sappiamo per quanto tempo ancora».
Le conseguenze sono pesanti e immediate. «C’è un forte abbassamento dello stipendio – spiega Marinelli – e le persone a casa hanno mutui, spese, figli da mantenere. La situazione diventa ogni giorno più difficile». Per i lavoratori dell’indotto, la percezione di essere ancora più esposti è forte. «Siamo legati a Stellantis sul territorio di Termoli: se loro hanno lavoro, lavoriamo anche noi. Se i loro prodotti sono sempre meno richiesti, noi restiamo fermi».
L’appello finale è diretto e senza mediazioni. «Chiediamo, insieme alla Regione e ai sindacati, di trovare una soluzione tutti insieme per un nuovo lavoro, un nuovo contratto, una prospettiva con Stellantis. Ma bisogna farlo prima che sia troppo tardi». È in questa frase che si chiude il cerchio aperto da Uliano a livello nazionale e declinato da Laviano sul territorio: una vertenza che non è più solo industriale, ma sociale e politica. Continuare a non decidere significa scegliere di lasciare soli i lavoratori. E a Termoli quella scelta è ormai sotto gli occhi di tutti.














