Sempre più incandescente il clima attorno alla vertenza Stellantis. Venerdì 30 gennaio, alle ore 10, Roma diventerà il punto di convergenza di una vertenza che non riguarda soltanto uno stabilimento, ma il futuro industriale di un’intera regione. In via Molise 2, sotto la sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fim-Cisl e Uilm-Uil daranno vita a un presidio unitario in concomitanza con il tavolo Automotive convocato dal Governo, al quale parteciperanno Ministero, Stellantis e Anfia. Dentro il palazzo il confronto istituzionale, fuori la voce dei lavoratori e del territorio, chiamati a ricordare che il tempo delle attese è finito.
La decisione di essere a Roma nasce dalla consapevolezza che lo stabilimento Stellantis di Termoli attraversa oggi la fase più critica della sua storia. Un passaggio che segna uno spartiacque: o si imbocca con decisione la strada degli investimenti, dei nuovi prodotti e di una strategia industriale credibile, oppure il rischio è quello di trascinare il Molise in una spirale di impoverimento produttivo difficile da arrestare. Non è in gioco soltanto l’occupazione diretta, ma l’intero sistema automotive del territorio, dall’indotto manifatturiero alla logistica, dai servizi alle aziende collegate, con effetti che già si riflettono sull’economia locale e sulla tenuta sociale.
A pesare come un macigno è il silenzio che avvolge il progetto Acc e la Gigafactory, evocati a più riprese come possibile svolta ma mai tradotti in atti concreti. Nessun cronoprogramma, nessuna certezza occupazionale, nessuna scelta industriale formalizzata. Per Fim-Cisl e Uilm-Uil questo vuoto è inaccettabile, perché alimenta incertezza tra i lavoratori e lascia il territorio privo di una prospettiva chiara. Il Molise non può vivere di annunci ciclici e rinvii continui: servono decisioni, non attese. Il presidio del 30 gennaio si inserisce in un percorso di mobilitazione che non nasce oggi. È la prosecuzione naturale della grande manifestazione del 29 novembre 2025, quando Termoli scese in piazza per rivendicare dignità industriale e futuro. Allora l’impegno fu chiaro: mantenere alta l’attenzione e tornare a farsi sentire nei momenti decisivi. Oggi quel momento è arrivato. Il tavolo Automotive non può ridursi a una passerella istituzionale, ma deve rappresentare un punto di svolta reale, con il Governo chiamato ad assumersi fino in fondo la responsabilità di una politica industriale capace di garantire continuità produttiva, investimenti e tutela occupazionale. Per le due sigle è imprescindibile che Termoli venga collocata al centro delle scelte strategiche nazionali, senza ambiguità e senza ulteriori rinvii. Il Molise, già segnato da una cronica carenza di nuovi investimenti, rischia altrimenti una vera desertificazione industriale. Un rischio concreto, che impone risposte immediate e impegni verificabili. Per favorire la massima partecipazione, si organizzano autobus con partenza da Termoli per Roma. L’invito rivolto a lavoratrici e lavoratori è chiaro: contattare il proprio delegato e confermare la presenza. In una fase così delicata, esserci significa difendere non solo il posto di lavoro, ma un’idea di futuro per l’intero territorio. Il presidio del 30 gennaio non è una protesta fine a sé stessa, ma una richiesta netta di chiarezza e responsabilità. Le parti sociali continueranno a mobilitarsi finché non arriveranno certezze industriali e occupazionali. Termoli, il suo indotto e il Molise intero chiedono risposte concrete. Intanto, la vertenza Stellantis è ormai il paradigma della crisi industriale italiana e, allo stesso tempo, il banco di prova definitivo per la credibilità del Governo sulla politica industriale. Il dibattito esploso alla Camera dei deputati, innescato dall’annuncio dell’evento del 2 febbraio a Torino organizzato dal gruppo automobilistico, ha portato alla luce in modo netto ciò che da mesi lavoratori, sindacati e territori denunciano: non esiste un vero “piano Italia” di Stellantis e, parallelamente, non esiste una strategia statale capace di vincolare, indirizzare o anche solo contrastare una progressiva ritirata produttiva dal Paese. L’iniziativa torinese, ospitata all’Unione Industriale, è stata letta trasversalmente dalle opposizioni come un fatto politico di enorme portata, perché per la prima volta la multinazionale non si limita a delocalizzare singole produzioni, ma invita esplicitamente l’intera filiera della componentistica italiana a seguirla all’estero, in particolare in Algeria, presentando quella scelta come un modello industriale conveniente e razionale. In altri termini, non più una decisione subita, ma una strategia proposta, quasi rivendicata, che rischia di svuotare definitivamente i territori italiani di competenze, occupazione e capacità produttiva. Chiara Appendino, per il Movimento 5 Stelle, ha messo in fila i dati che raccontano meglio di qualsiasi slogan la distanza tra annunci e realtà. Stellantis investe 13 miliardi negli Stati Uniti, oltre un miliardo in Marocco, circa 6 miliardi in Sud America, apre nuovi orizzonti produttivi in Algeria, mentre in Italia la produzione crolla e le promesse si dissolvono. Il milione di auto annue, più volte evocato dal ministro Urso come obiettivo raggiungibile, si è trasformato in circa 380 mila veicoli prodotti nel 2025, un dato che certifica non una crisi congiunturale, ma un ridimensionamento strutturale del perimetro industriale nazionale. A questo si aggiunge il capitolo simbolicamente più pesante per molti territori, a partire dal Molise: la Gigafactory di Termoli, annunciata come il perno della transizione industriale e occupazionale, prevista operativa nel 2026, oggi è di fatto evaporata. La riunione del 15 gennaio al Mimit è stata annullata, le certezze si sono trasformate in indiscrezioni, e l’ipotesi che l’investimento possa spostarsi in Spagna non è più un tabù, ma una possibilità concreta. Nel frattempo, lo stabilimento resta sospeso in una condizione di incertezza che pesa sui lavoratori diretti e su tutto l’indotto. Il quadro non migliora spostando lo sguardo sugli altri poli storici dell’automotive italiano. A Cassino, la nuova Stelvio e la nuova Giulia, promesse come elementi di rilancio, slittano al 2028; a Pomigliano, la Pandina, che avrebbe dovuto garantire continuità produttiva, viene rinviata al 2027; a Mirafiori, la 500 ibrida è stata presentata come soluzione salvifica, ma non è sufficiente a fermare cassa integrazione e uscite incentivate; a Melfi, la Compass rappresenta una delle poche ancore produttive rimaste, ma non basta a compensare il quadro complessivo. In tutti questi stabilimenti, il denominatore comune è l’uso massiccio degli ammortizzatori sociali, con lo Stato che si fa carico dei costi della crisi mentre il gruppo continua a distribuire dividendi miliardari agli azionisti. È su questo punto che Appendino ha insistito con maggiore forza: il “conto” di questa strategia lo pagano i lavoratori e la collettività, mentre i profitti non subiscono flessioni. Marco Grimaldi, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha allargato ulteriormente il perimetro dell’analisi, inserendo la vicenda Stellantis dentro una critica radicale al modello industriale che il Governo continua a difendere. Il piano che prevede 90 mila nuove vetture e 2 mila occupati viene presentato come una beffa, perché quei numeri potrebbero rappresentare ossigeno puro per Mirafiori, che ha chiuso l’anno con un meno 65 per cento di produzione, fermandosi a circa 25 mila auto, ma vengono invece destinati all’Algeria. Non è vero, sostiene Grimaldi, che Stellantis abbia rinunciato all’elettrico a causa del Green Deal: la produzione elettrica continua, semplicemente viene spostata all’estero, in Polonia, in Serbia, in Marocco e ora nel Nord Africa. All’Italia restano briciole e una narrazione difensiva che prova a scaricare sulle politiche ambientali europee responsabilità che sono industriali e politiche. I dati strutturali del Paese rendono questa strategia ancora più miope: l’Italia ha 41 milioni di vetture, le più vecchie d’Europa, e una densità di 700 auto ogni mille abitanti. Senza una produzione nazionale innovativa, il mercato interno verrà inevitabilmente invaso da modelli stranieri, con perdita definitiva di know-how e autonomia industriale. Federico Fornaro, per il Partito Democratico, ha richiamato l’Aula a non sottovalutare il valore simbolico e concreto dell’evento del 2 febbraio. Non si tratta di una normale iniziativa aziendale, ma di un segnale che la politica non può permettersi di ignorare: in un luogo considerato “sacro” per l’economia piemontese, Stellantis invita l’intero indotto ex Fiat a valutare la delocalizzazione. È il passaggio che trasforma una crisi già grave in un rischio sistemico di desertificazione industriale. Fornaro riconosce che la crisi dell’automotive non nasce oggi, ma sottolinea come l’assenza di una politica industriale nazionale renda il Paese inerme di fronte alle scelte di una multinazionale che non sente più alcun vincolo territoriale. Fabrizio Benzoni, per Azione, ha aggiunto un ulteriore livello di riflessione, parlando apertamente di etica industriale. Un’azienda con radici profonde in Italia, che ha beneficiato per decenni di sostegni diretti e indiretti, che ha costruito la propria forza sulla rete di fornitori e competenze locali, oggi invita quelle stesse imprese a investire altrove, con il supporto di altri Governi, mentre disattende gli impegni presi sugli stabilimenti italiani. È una questione che va oltre i numeri e interroga il ruolo dello Stato e del Parlamento: fino a che punto è accettabile questa dinamica senza una reazione politica? Tutto questo si innesta su una scadenza imminente, il tavolo automotive del 30 gennaio, che rischia di trasformarsi nell’ennesimo rito vuoto se non preceduto da una presa di responsabilità chiara del Governo. Le opposizioni chiedono che il ministro Urso venga in Aula prima di quella data per spiegare quale sia la strategia, come intenda salvaguardare i posti di lavoro, come voglia difendere la filiera nazionale e, soprattutto, come intenda far rispettare a Stellantis i patti sottoscritti. L’idea, rilanciata più volte, che il tavolo debba essere spostato a Palazzo Chigi non è solo una provocazione politica, ma il segnale di una sfiducia crescente verso la capacità del MIMIT di gestire una crisi di questa portata. Nel frattempo, sui territori, la vertenza non è un dibattito astratto ma una realtà quotidiana fatta di settimane di fermo, redditi ridotti, incertezza sul futuro. A Termoli, la Gigafactory mancata pesa come un macigno su un’area che aveva intravisto nella transizione energetica una possibilità di rilancio. A Mirafiori, Cassino, Pomigliano e Melfi, il tema non è più la crescita ma la sopravvivenza industriale. La sensazione diffusa è che si stia consumando una lenta ritirata, fatta di rinvii, annunci ridimensionati e promesse sempre più vaghe, mentre la multinazionale consolida altrove le produzioni a maggiore valore aggiunto. La vertenza Stellantis, così come emerge dal confronto parlamentare, non riguarda solo un gruppo industriale ma il modello di sviluppo del Paese. Riguarda il rapporto tra Stato e grandi imprese, la capacità di governare la transizione tecnologica, la tutela del lavoro e delle competenze, il ruolo dell’Italia nelle catene del valore globali. Se non verrà affrontata con una strategia chiara e vincolante, il rischio concreto è che l’evento di Torino non resti un episodio isolato, ma diventi il manifesto di una nuova fase: quella in cui l’industria automobilistica italiana non viene semplicemente ridimensionata, ma accompagnata consapevolmente verso l’esterno, lasciando dietro di sé stabilimenti vuoti, territori impoveriti e una filiera che smette di esistere.

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