EMANUELE BRACONE
Dialogare col dottor Antonio Di Pietro è sempre una occasione formidabile per riannodare sia le fila della storia recente che vivere l’attualità, guardando anche al futuro, con voce e chiave critica, dalla parte del cittadino. In queste settimane, che precedono il referendum confermativo (o meno) della riforma costituzionale sulla giustizia, l’ex Pm più celebre d’Italia, oseremmo dire dell’Occidente, per quello che ha rappresentato l’inchiesta Mani Pulite, sta portando avanti – ma non da testimonial, ma con asserzioni – la tesi del Sì.
Per Antonio Di Pietro: «La separazione delle carriere non è una ritorsione, ma una garanzia per i cittadini». Lo abbiamo incontrato ieri, nell’ambito del business center di neonata concezione messo su da Andrea Montesanto, che ringraziamo per l’ospitalità.
Dottor Di Pietro, la ritroviamo a distanza di otto mesi dalla nostra ultima visita. Allora ci accolse per raccontare la sua storia personale. Oggi invece parliamo di giustizia. Perché ritiene importante che i cittadini riflettano sul referendum del 22 e 23 marzo?
«Perché molti lo chiamano “riforma della giustizia”, ma non è così. La vera riforma della giustizia si farà quando avremo più magistrati, più collaboratori, più risorse economiche, più strutture. Questa è una riforma dell’ordinamento della magistratura, cioè della sua organizzazione interna, e interviene sulla Costituzione. È fondamentale che i cittadini capiscano che si vota su un assetto costituzionale che resterà nel tempo, oltre i governi e oltre i partiti. Per questo chiedo di informarsi, di non votare per partito preso e soprattutto di andare a votare».
Lei ha dichiarato che voterà sì. Perché?
«Perché credo che questa riforma renda più efficace l’azione della magistratura e tolga alibi a chi non vuole assumersi responsabilità. Non è una riforma contro qualcuno, non è una vendetta contro la magistratura. È una riforma che serve a dare più trasparenza e più credibilità alla magistratura stessa. Negli anni di Mani Pulite il 97% dei cittadini era dalla nostra parte. Oggi non è più così, e non solo per colpa della politica che ha cercato di screditare i magistrati, ma anche per comportamenti sopra le righe di alcuni magistrati, soprattutto all’interno del Csm».
Entriamo nel merito: quali sono i punti principali della riforma?
«Sono tre. Primo: la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Secondo: l’introduzione del sorteggio per la scelta dei componenti togati del CSM. Terzo: la creazione di un nuovo organo costituzionale, l’Alta Corte disciplinare, che giudicherà i magistrati. Questi tre elementi completano un percorso iniziato nel 1989 con la riforma del codice di procedura penale».
Perché collega questa riforma a quella del 1989?
«Perché fino al 1989 avevamo il codice Rocco, cioè la procedura penale fascista. In quel sistema il giudice istruttore faceva le indagini e poi giudicava. Era come se uno si desse il voto da solo. Con la riforma del 1989 è stato introdotto il sistema accusatorio: chi indaga fa parte di una squadra, chi giudica di un’altra, chi difende di un’altra ancora. È un sistema più giusto e più trasparente. La riforma del 2009 ha ribadito che le parti devono essere davanti a un giudice terzo. Quella di oggi completa il percorso separando definitivamente le carriere».
Lei ha vissuto quella transizione durante Mani Pulite. Cosa cambiò concretamente?
«Per la prima volta pubblico ministero e avvocato difensore stavano sullo stesso piano, davanti a un giudice terzo. Prima il pubblico ministero sedeva accanto al giudice, un gradino sopra la difesa. Non era corretto. Il sistema accusatorio ha reso il processo più equilibrato e più trasparente».
Perché ritiene necessaria la separazione delle carriere?
Perché oggi giudici e pubblici ministeri fanno lo stesso concorso, hanno la stessa progressione di carriera, vengono valutati dallo stesso CSM, appartengono alla stessa “famiglia”. È come se due fratelli si trovassero davanti a un terzo fratello che deve giudicare. Chi entra in un’aula di giustizia deve sentirsi tranquillo che chi giudica non appartenga alla stessa famiglia professionale di chi accusa.
Alcuni sostengono che la separazione delle carriere esista già. Cosa risponde?
«Se fosse vero, non si lamenterebbe nessuno. La verità è che oggi la separazione è solo funzionale, non strutturale. La riforma la rende reale e definitiva».
Uno dei punti più discussi è il sorteggio per il Csm. Perché lo ritiene utile?
«Perché l’Associazione Nazionale Magistrati, pur essendo un’associazione privata, negli anni è diventata un potere vero e proprio. Le correnti decidono chi deve andare al CSM, chi deve fare carriera, chi deve essere promosso o punito. Il sorteggio elimina il potere delle correnti. Il Csm non è un organo rappresentativo: è un organo di alta amministrazione costituzionale. Sorteggio o elezione sono due modi alternativi per scegliere i componenti. Finora l’elezione ha prodotto degenerazioni, come dimostrato dal caso Palamara».
I comitati del No sostengono che con la separazione delle carriere la politica controllerà i PM. È così?
«Assolutamente no. La Costituzione dice oggi che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente, che dispone della polizia giudiziaria, che risponde solo alla legge. Dopo la riforma, queste frasi restano identiche. Non cambia una parola. Dire che la politica controllerà i Pm è un falso storico. Se poi un Pm è talmente debole da farsi mettere sotto da qualcuno, può farlo già oggi».
Molti politici hanno cambiato idea nel tempo. Perché?
«Perché in Italia si ragiona così: se tu dici bianco, io devo dire nero. Se tu dici sì, io devo dire no. Ma questa riforma non è né di destra né di sinistra. È stata voluta da Vassalli, un partigiano. Era nella bicamerale di D’Alema. Oggi esiste perfino un comitato “Sì Sinistra”. La politica dovrebbe smettere di fare ostruzionismo a prescindere».
Lei ha citato Mani Pulite. Oggi la politica ha perso credibilità?
«Purtroppo, sì. Mani Pulite fu come un chirurgo che trova un tumore e prova a rimuoverlo. Ma se il paziente non si cura, il tumore torna. La politica non ha saputo recuperare credibilità. E anche la magistratura ha perso fiducia, perché alcuni magistrati hanno cercato non chi aveva commesso un reato, ma se qualcuno avesse commesso un reato, spesso solo perché era famoso. Questo ha prodotto gogne mediatiche che hanno distrutto carriere e famiglie».
C’è chi tira in ballo Falcone e Borsellino per sostenere il sì o il no. È corretto?
«No. Falcone e Borsellino non ci sono più. Non possiamo sapere cosa direbbero oggi. Usare i loro nomi per sostenere una posizione è immorale, scorretto».
Si sentirebbe di presiedere una commissione d’inchiesta sui depistaggi?
«No, non avrei titolo. Potrei però testimoniare, perché ho molto da raccontare. Più che depistaggi, parlerei di dossieraggi: prima si crea un dossier, poi lo si usa per depistare. Il dossieraggio, quando serve a screditare qualcuno per ragioni di potere, è un crimine».
Lei introdusse la tecnologia nei processi, come nel caso Cusani. Oggi l’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali pongono nuove sfide. Come si difende la democrazia?
«È un’eterna lotta tra guardie e ladri. Ai miei tempi facevo i pedinamenti a piedi. Oggi tutto passa per i telefoni. Non possiamo togliere ai magistrati gli strumenti informatici per scoprire i reati. Sono contrario a chi vuole ridurre le intercettazioni. Il problema non è usarle: è come vengono usate dopo. Io devo cercare prove di un furto, non sapere cosa fa una persona nella vita privata. Il rischio è che certe informazioni finiscano nei salotti politici o in televisione».
La spettacolarizzazione della cronaca nera è un problema?
«Sì. Ai miei tempi si parlava delle inchieste il giorno dopo che erano state fatte. Oggi se ne parla il giorno prima, immaginando scenari che non esistono. Questo crea disinformazione. E c’è un rischio enorme: i giudici popolari delle Corti d’Assise vengono sorteggiati tra cittadini comuni. La sera guardano programmi che raccontano un caso. La mattina devono giudicare quel caso. È un problema serio».
Cosa serve davvero alla giustizia per funzionare?
«Risorse. Oggi ogni magistrato ha 1000–1200 fascicoli. Dovrebbero essere 100. Per arrivarci bisogna moltiplicare il numero dei magistrati, dei collaboratori, delle strutture, delle risorse finanziarie. Non servono nuove leggi. Serve una legge finanziaria che investa davvero nella giustizia».
L’obbligatorietà dell’azione penale incide su questo sovraccarico?
«Non più di tanto. È una leggenda che sia il problema principale. Il vero problema è la mancanza di personale e mezzi».
Sarebbe favorevole alla denuncia obbligatoria per i cittadini?
«No. Il pubblico ufficiale ha già l’obbligo di denunciare. Il cittadino no. Altrimenti diventa uno Stato di polizia».
Vuole chiudere con un appello al voto?
«Io voterò sì e ho spiegato perché. Rispetto chi voterà no. Ma vi chiedo una cosa: andate a votare. Non giudicate domani un sistema al quale oggi non avete partecipato. Valutate il merito della riforma, non chi la propone. Se pensate che riduca l’indipendenza della magistratura, votate no. Se pensate che aumenti trasparenza e credibilità, votate sì. Ma partecipate».














