Ci sono morti che non smettono di fare rumore, anche quando vengono archiviate in fretta. Quella di Andrea Costantini, macellaio trentottenne trovato senza vita il 15 settembre 2025 nella cella frigorifera del supermercato Eurospin di via Corsica, in cui lavorava, è una di queste. Un caso inizialmente classificato come suicidio, ma che oggi, alla luce delle evidenze tecniche emerse dall’analisi del fascicolo e delle incongruenze documentate, appare sempre meno compatibile con una ricostruzione lineare e sempre più segnato da ombre, vuoti e contraddizioni che la famiglia non è disposta ad accettare. A sintetizzare la posizione della famiglia è l’avvocato e professore Piero Lorusso, legale dei Costantini, che parla apertamente di un quadro incompatibile con la versione del suicidio: definire Andrea un suicida, sostiene, significa ignorare le statistiche mediche, i protocolli forensi e le evidenze oggettive. Due fendenti profondi al cuore, inferti attraverso i vestiti, in una cella frigorifera, rappresentano un unicum quasi inesistente nella letteratura scientifica. Le contraddizioni sulla posizione dell’arma, il banco di lavoro “miracolosamente” in ordine, il buco temporale di tre ore e mezza e le chiamate che non risultano nei tabulati ma che i testimoni dichiarano di aver effettuato sono, secondo la difesa, la firma di un delitto tentato di coprire con una messinscena frettolosa. Non si tratta di suggestioni, ma di dati: orari certificati, immagini, verbali, tabulati telefonici, rilievi medico-legali. Elementi che, sommati, compongono un quadro inquietante e tutt’altro che chiuso. Dalle evidenze tecniche risulta che l’ultima attività lavorativa di Andrea Costantini – etichettatura dei prodotti nel reparto carni – è stata registrata alle ore 16:56. Sei minuti dopo, alle 17:02, le telecamere di videosorveglianza lo riprendono per l’ultima volta. Da quel momento in poi, il nulla. Il corpo verrà ritrovato solo intorno alle 20:28. Un intervallo di oltre tre ore e mezza che rappresenta uno dei punti più critici dell’intera vicenda. È infatti profondamente singolare che, in un ipermercato nel pieno dell’attività pomeridiana, l’assenza dell’unico operatore del reparto macelleria sia passata inosservata per così tanto tempo. Un reparto a vista, frequentato da decine di clienti, rimasto completamente sguarnito senza che nessuno – né colleghi, né responsabili, né clienti – abbia segnalato l’anomalia. Un silenzio operativo che solleva interrogativi inevitabili: com’è possibile che nessuno abbia notato nulla per ore? E soprattutto, cosa è accaduto in quel lasso di tempo? A rendere ancora più fragile la ricostruzione ufficiale intervengono le anomalie tecniche legate ai telefoni cellulari. Intorno alle 18, la madre di Andrea tenta di contattarlo. Il telefono squilla a vuoto, circostanza confermata dai familiari. Eppure, dai tabulati telefonici acquisiti agli atti, non risulta alcuna chiamata in entrata sull’utenza di Andrea per l’intera giornata del decesso. Una discrepanza grave, che apre scenari inquietanti: possibili schermature del segnale all’interno della struttura, anomalie di rete, o condizioni tecniche che devono essere chiarite attraverso perizie specifiche. Per questo la famiglia chiede accertamenti forensi approfonditi sui cellulari di Andrea e dei suoi familiari, oltre a una perizia geosistemica in grado di verificare chi fosse presente nell’area del supermercato in quelle ore. Ma sono soprattutto i rilievi medico-legali a incrinare l’ipotesi del suicidio. Sul corpo di Andrea Costantini sono state riscontrate due ferite da taglio all’emitorace sinistro, in prossimità del cuore. Due colpi profondi, inferti attraverso i vestiti. La letteratura scientifica è chiara: il suicidio con arma bianca rappresenta una percentuale residuale dei casi, stimata tra l’1 e il 3 per cento. Ancora più raro è che una persona riesca a infliggersi due fendenti al cuore, dopo lo shock del primo colpo, senza scoprire la pelle e senza esitazioni compatibili con un gesto autolesivo. Elementi che, secondo i consulenti della famiglia, sono statisticamente e clinicamente più coerenti con un’azione eterodiretta. A questo si aggiunge la questione dell’arma. Le prime comunicazioni parlavano di un coltello accanto alla mano della vittima, ma i verbali di sopralluogo raccontano altro: il coltello, lungo circa 30 centimetri, è stato rinvenuto dietro alcune cassette. Una posizione difficilmente compatibile con un rilascio spontaneo successivo a un gesto autoinferto. Anche la scena nel suo complesso presenta aspetti anomali. I registri elettronici confermano che Andrea stava lavorando regolarmente fino alle 16:56, ma il reparto macelleria viene descritto come ordinato e pulito. È plausibile che una persona, nell’imminenza di un gesto estremo, si fermi a sanificare accuratamente il banco di lavoro? Oppure qualcuno ha rimesso in ordine la scena prima del ritrovamento? Ulteriori dubbi emergono dall’analisi della videosorveglianza. La tesi secondo cui Andrea sarebbe rimasto solo non tiene conto di un fatto tecnico decisivo: le telecamere non inquadravano l’interno del reparto macelleria, lasciando angoli ciechi significativi. Spazi nei quali eventuali terzi avrebbero potuto muoversi e agire senza essere ripresi. Un vuoto visivo che, sommato al vuoto temporale, rende impossibile escludere la presenza di altre persone. Infine, la cella frigorifera. La porta è stata trovata semiaperta. Secondo la difesa, la cella potrebbe non essere stata il luogo di una scelta autonoma, ma uno strumento utilizzato per alterare la temperatura corporea e rendere più incerta la determinazione dell’ora del decesso. Un’ipotesi che, se confermata, rafforzerebbe l’idea di una messinscena costruita in modo imperfetto. Per questo la famiglia di Andrea Costantini chiede che le perizie vengano disposte senza ulteriori ritardi e rivolge un appello pubblico a chiunque si trovasse nell’ipermercato nel pomeriggio del 15 settembre 2025, tra le 17 e le 20:30, e abbia notato movimenti insoliti nel reparto macelleria o nei pressi delle celle frigorifere. Anche un dettaglio apparentemente insignificante potrebbe rivelarsi decisivo. Perché non è accettabile che un giovane uomo possa morire in un luogo pubblico, nel silenzio e nell’indifferenza, per quasi quattro ore. La verità su Andrea non è una concessione: è un atto di giustizia dovuto alla sua memoria e alla sua famiglia.

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