Il destino industriale dello stabilimento Stellantis di Termoli si gioca oggi dentro una contraddizione evidente: mentre il gruppo automobilistico attraversa una delle fasi finanziarie più difficili della sua storia recente, con il titolo in Borsa che crolla, il bilancio in rosso e il dividendo sospeso, proprio Termoli emerge come uno dei pochi asset produttivi su cui Stellantis continua a fare affidamento. È un paradosso solo apparente, che racconta molto più di quanto dicano i comunicati ufficiali. Il tracollo del titolo Stellantis, innescato dalla pubblicazione di conti appesantiti da svalutazioni miliardarie e da un netto ridimensionamento della strategia sull’elettrico, segna la fine di una narrazione: quella di un gruppo lanciato senza esitazioni verso l’auto full electric. I numeri hanno imposto un brusco risveglio. La domanda non cresce come previsto, i margini si assottigliano, gli investimenti fatti negli anni scorsi vengono in parte azzerati a bilancio. La conseguenza è immediata: niente dividendo, priorità assoluta alla cassa e revisione profonda delle scelte industriali. Dentro questo scenario, Termoli non arretra, dopo un anno e mezzo di impasse Gigafactory, anzi. Mentre Stellantis rivede piattaforme, cancella modelli elettrici e riduce l’esposizione su tecnologie non ancora redditizie, rafforza il ruolo dello stabilimento molisano puntando sui motori FireFly, destinati a sostituire progressivamente i PureTech francesi. Non è una scelta di bandiera, ma di sostanza: i FireFly garantiscono affidabilità, costi industriali controllabili e una transizione coerente verso le normative Euro 7, senza scommesse azzardate. In altre parole, rappresentano ciò che oggi Stellantis cerca disperatamente: produzioni solide, sostenibili e immediatamente monetizzabili. La conferma della continuità produttiva dei motori a Termoli oltre il 2030 assume quindi un significato politico e industriale molto più ampio. In un gruppo che taglia, riduce e rinvia, Termoli resta, perché serve. Serve a mantenere una gamma ibrida e termica evoluta, serve a garantire volumi, serve a non lasciare scoperti segmenti di mercato che l’elettrico puro, oggi, non riesce ancora a coprire. A questo si aggiunge la seconda gamba della strategia: la produzione dei cambi e-DCT, elemento chiave delle motorizzazioni ibride. Anche qui, nessuna fuga in avanti, ma una scelta coerente con il nuovo realismo industriale di Stellantis. L’ibrido non è più una tecnologia di passaggio, ma una soluzione strutturale, e Termoli diventa uno degli snodi principali di questa architettura produttiva. Motori e cambi nello stesso sito significano integrazione, competenze, riduzione dei costi logistici: esattamente ciò che serve a un gruppo che deve rimettere ordine nei conti. Il confronto con la vicenda della gigafactory mancata è inevitabile. Quel progetto, simbolo di una transizione raccontata come inevitabile e imminente, oggi appare sospeso, ridimensionato, forse superato. E non è un caso che, mentre l’elettrico rallenta e pesa sui bilanci, Stellantis torni a investire – con prudenza, ma con decisione – su ciò che conosce meglio. Termoli paga il prezzo di quella illusione, ma allo stesso tempo beneficia del cambio di rotta: non una riconversione traumatica, bensì un consolidamento industriale che tiene insieme occupazione e prospettiva. Sono elementi riconducibili all’annuncio fatto dal top management venerdì 30 gennaio al Mimit, al tavolo nazionale dell’auto. Il punto, però, è che la crisi finanziaria di Stellantis rende tutto più fragile. Anche le scelte giuste, in un gruppo sotto pressione dei mercati, possono diventare reversibili. La sospensione del dividendo, il crollo in Borsa e la necessità di difendere la liquidità indicano una fase in cui ogni investimento sarà valutato con estrema cautela. Per Termoli questo significa una cosa sola: le produzioni confermate sono una base, non una garanzia eterna. Senza una strategia industriale nazionale forte e senza una pressione politica costante, il rischio è che anche i siti oggi “centrali” diventino domani sacrificabili. Eppure, proprio nella tempesta finanziaria di Stellantis, Termoli dimostra di non essere un residuo del passato, ma una risorsa del presente. In un gruppo che deve correggere errori strategici e tornare a fare utili, lo stabilimento molisano rappresenta una certezza produttiva in un mare di incertezze. È questo il vero dato politico e industriale: mentre Stellantis vacilla sui mercati, Termoli regge, perché incarna quel compromesso tra innovazione e realtà che oggi l’automotive europeo non può più permettersi di ignorare.

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