Il mercato ittico, cuore pulsante della marineria termolese, si è trasformato ieri mattina in un luogo di protesta e di confronto serrato. Armatori, pescatori e rappresentanti delle associazioni di categoria si sono riuniti in assemblea per fare il punto su una crisi che non è più percepita come passeggera, ma come una condizione strutturale destinata a incidere profondamente sul futuro del settore. Il tema dominante è quello del caro gasolio, un elemento che oggi determina in maniera decisiva la sostenibilità economica dell’attività di pesca. I numeri sono impietosi: il carburante incide fino al 70-80% dei costi complessivi. In questo contesto, uscire in mare non significa più generare reddito, ma spesso accumulare perdite. Una situazione che gli operatori descrivono con una formula tanto semplice quanto drammatica: si lavora per rimetterci. A spiegare con chiarezza questo paradosso è stato Basso Cannarsa, presidente di Federpesca Molise, che ha ripercorso le tappe di una crisi iniziata con la guerra in Ucraina e mai realmente rientrata. I prezzi del gasolio, ha sottolineato, non sono mai tornati ai livelli precedenti e oggi hanno subito un ulteriore incremento, rendendo insostenibile la prosecuzione dell’attività. A questo si aggiunge un cambiamento della risorsa marina, evidente ormai da alcuni anni: nuove specie, minore disponibilità di quelle tradizionali e, soprattutto, difficoltà a collocare sul mercato prodotti che non hanno una domanda consolidata. Il risultato è un sistema che si regge su equilibri sempre più precari. Le imbarcazioni continuano a uscire per garantire una minima continuità lavorativa, ma con la consapevolezza che al rientro sarà necessario coprire di tasca propria parte delle spese sostenute. Un meccanismo che, nel medio periodo, non può reggere. A confermare la gravità del momento è stato anche Fulvio Verleggia, che ha parlato di un comparto già in ginocchio. Il caro carburante, ha spiegato, impedisce di coprire i costi di gestione e mette a rischio la possibilità di garantire gli stipendi agli equipaggi. Il quadro, secondo molti operatori, è addirittura peggiore rispetto a quello registrato nella fase più acuta della crisi energetica degli ultimi anni. Ma il problema non riguarda soltanto i costi. A pesare è anche la contrazione della domanda. Il pesce, prodotto fresco e deperibile, deve essere venduto rapidamente, ma le famiglie acquistano meno. L’aumento generalizzato del costo della vita ha modificato le abitudini di consumo, riducendo la frequenza degli acquisti. Questo comporta un abbassamento dei prezzi di vendita e, in molti casi, la necessità di svendere il pescato pur di evitare che rimanga invenduto. Si crea così una dinamica che gli operatori definiscono insostenibile: da un lato i costi aumentano in maniera esponenziale, dall’altro i ricavi diminuiscono. Una doppia pressione che mette in difficoltà non solo le imprese, ma l’intera filiera. Paola Marinucci, presidente degli armatori pesca del Molise, ha evidenziato come la crisi sia ormai generalizzata. Tutte le marinerie italiane, dall’Adriatico al Tirreno, sono in stato di agitazione. Il dato più significativo resta quello del prezzo del gasolio, passato in pochi mesi da circa 78 centesimi a oltre un euro al litro, con punte ancora più alte in altre realtà portuali. Una crescita che non trova compensazioni e che rende inevitabile una riflessione sulle modalità di lavoro. Tra le ipotesi emerse durante l’assemblea c’è quella di ridurre le giornate di pesca. Una soluzione che consentirebbe di contenere i costi, ma che comporta inevitabilmente una riduzione dei ricavi e mette ulteriormente sotto pressione i lavoratori. Fermarsi completamente, infatti, non è possibile: gli equipaggi devono continuare a percepire un reddito e le imprese devono garantire una minima continuità operativa. Il tema occupazionale è uno dei più delicati. La crisi della pesca non riguarda soltanto gli armatori, ma coinvolge direttamente i marittimi e, indirettamente, tutto l’indotto legato al settore: dal commercio al dettaglio alle attività di trasformazione, fino ai servizi portuali. Un eventuale ridimensionamento del comparto avrebbe effetti immediati sull’economia locale. Domenico Guidotti, presidente di Fedagripesca Molise, ha sottolineato come l’aumento dei costi abbia già prodotto conseguenze concrete. In alcuni casi, ha spiegato, le imbarcazioni arrivano a sostenere spese settimanali per il carburante superiori di centinaia di euro rispetto al passato. Una situazione che rende l’attività antieconomica e che rischia di portare molte imprese alla sospensione o alla chiusura. Nel corso dell’assemblea è emersa con forza la richiesta di interventi immediati da parte delle istituzioni. Il comparto chiede misure straordinarie, a partire da un contenimento del prezzo del gasolio e dall’attivazione di strumenti di sostegno più efficaci e tempestivi. Il credito d’imposta, pur rappresentando un aiuto, viene considerato insufficiente perché produce effetti solo nel medio periodo, mentre le imprese hanno bisogno di liquidità immediata. Tra le proposte avanzate c’è anche quella di utilizzare fondi europei destinati al settore per fronteggiare l’emergenza, oltre alla richiesta di aprire un tavolo di confronto permanente con il Governo. L’obiettivo è individuare soluzioni condivise che consentano di superare una fase che viene ormai definita critica. Nel frattempo, però, la situazione sul campo resta complessa. Molte barche sono ferme, in parte per le condizioni meteo, ma sempre più spesso per una scelta economica: uscire in mare, alle condizioni attuali, non conviene. E nei prossimi giorni non si escludono ulteriori forme di protesta, fino al possibile fermo di parte della flotta. Il mercato ittico di Termoli, tradizionalmente luogo di scambio e vitalità, è diventato così il simbolo di una crisi che investe non solo un settore produttivo, ma un’intera comunità. Qui si incrociano le storie di chi lavora in mare, di chi vende il pescato, di chi vive quotidianamente il porto. Ed è qui che oggi si misura la distanza tra le difficoltà reali e le risposte attese. L’assemblea si è conclusa senza decisioni definitive, ma con un messaggio chiaro: la marineria non può più attendere. Lo stato di agitazione resta aperto e le prossime settimane saranno decisive per capire se arriveranno segnali concreti dalle istituzioni. In gioco non c’è solo la tenuta economica delle imprese, ma la sopravvivenza stessa di un comparto che rappresenta identità, tradizione e lavoro per il territorio. Una crisi che parte dal mercato ittico, ma che parla a tutto il Paese.

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