La città si è risvegliata dentro la sua notte più lunga, con la sensazione, nitida e dolorosa, di essere tornata indietro di ventitré anni. Le immagini che per tutta la notte si sono rincorse tra Rio Vivo, il Sinarca, il nucleo industriale del Cosib, il lungomare e il PalaSabetta hanno riportato alla memoria il 2003, ma con una differenza sostanziale: questa volta l’emergenza è stata affrontata prima che l’acqua arrivasse davvero nelle case e negli stabilimenti. Non è bastato a cancellare la paura, ma ha consentito alla città di non farsi trovare impreparata. Quando, nel tardo pomeriggio di mercoledì, dalla Prefettura è arrivata la comunicazione del passaggio allo scenario 4 del piano di emergenza della diga del Liscione, il livello massimo previsto, è diventato chiaro che la situazione stava precipitando. L’apertura ulteriore dello scarico di fondo della diga, con il conseguente aumento della portata del Biferno, ha reso concreto il rischio di allagamenti lungo tutta la fascia più esposta di Termoli: il Cosib, Rio Vivo-Marinelle, la zona del Sinarca. Da quel momento, il Centro operativo comunale ha iniziato a lavorare senza sosta. Il sindaco Nico Balice, gli uomini della Protezione civile, la Polizia locale, i Vigili del fuoco e le forze dell’ordine hanno gestito un’emergenza che, con il passare delle ore, assumeva contorni sempre più pesanti. La prima decisione è stata quella di fermare completamente il nucleo industriale. Un provvedimento eccezionale, che ha riguardato tutte le attività produttive senza alcuna distinzione, fatta eccezione per le squadre di sicurezza delle industrie chimiche, rimaste operative per garantire il controllo degli impianti. Le aziende hanno ricevuto la comunicazione di chiusura precauzionale e, nel giro di poco tempo, l’intera area del Cosib si è svuotata. Un’immagine irreale per una zona che normalmente rappresenta il cuore produttivo della città e dell’intero Basso Molise. I cancelli si sono chiusi, i lavoratori sono tornati a casa, i parcheggi si sono svuotati, mentre tutt’attorno continuava a piovere e il livello dell’acqua cresceva. Poco dopo è arrivata anche l’ordinanza di evacuazione per Rio Vivo-Marinelle. Il provvedimento, firmato dal sindaco nella serata di mercoledì, ha interessato le aree individuate dal piano comunale di protezione civile e dalla carta di pericolosità idraulica del Pai: via Rio del Cavaliere d’Italia, via Rio Calmo, via Rio Mare, via Rio del Codone, via Rio della Pavoncella, via Rio del Marzaiolo, via Rio del Croccolone, via Rio Corto, via Rio Basso, via Rio del Germano Reale, via Rio Fondo, via dell’Airone, via Rio Bello, via Marinelle e il tratto di via Rio Vivo compreso tra l’incrocio con via Marinelle e quello con via Rio del Cavaliere d’Italia, oltre alle relative diramazioni. L’ordinanza ha disposto l’immediata evacuazione di tutte le persone presenti nelle abitazioni e negli edifici delle zone interessate, indicando nel PalaSabetta di via Ischia il principale centro di prima accoglienza. Una successiva integrazione, visto l’ulteriore peggioramento, ha incluso anche via del Tuffetto snc, via Rio Lungo, via della Beccaccia e via del Beccaccino La notizia si è diffusa rapidamente, prima attraverso il passaparola, poi tramite i social, i messaggi e le auto della polizia locale che hanno iniziato a percorrere le strade di Rio Vivo invitando i residenti a lasciare le abitazioni. In molti, in realtà, avevano già deciso di andarsene spontaneamente. Da ore il cielo sopra Termoli era diventato sempre più scuro, il vento aumentava, la pioggia cadeva senza interruzione e l’allarme sulla diga del Liscione cresceva. Chi aveva vissuto il 2003 ha riconosciuto subito quella sensazione: l’attesa inquieta di qualcosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Per questo, già dalla giornata precedente, numerose famiglie avevano lasciato le case più esposte per trovare ospitalità da parenti o amici. Altri, invece, hanno aspettato fino all’ordinanza. Alla fine, nella serata di
mercoledì, erano circa 55 le persone già accolte al PalaSabetta, ma il numero reale degli sfollati era molto più alto. Il palazzetto dello sport di via Ischia è stato trasformato in poche ore in un centro di assistenza: tavoli, coperte, pasti caldi, acqua, medicinali, volontari. Attorno a quelle famiglie si è mossa una rete fatta di associazioni di protezione civile, operatori sanitari, personale comunale e amministratori. Tutti gli sfollati hanno già una destinazione ricettiva temporanea che li ospiterà fino alla cessata emergenza, con spese interamente a carico del Comune. Alcuni saranno sistemati in alberghi e strutture ricettive precettate dall’amministrazione, altri in luoghi di aggregazione come palestre e spazi pubblici riscaldati. «Abbiamo la possibilità di portarli nei palazzetti dello sport o in altre strutture e di garantire tutta l’assistenza necessaria», ha spiegato Balice. Il sindaco ha seguito l’intera emergenza dal Centro operativo comunale, aperto già dal giorno precedente. «C’è un’ordinanza già pubblicata per l’evacuazione totale del nucleo industriale, quindi tutte le attività produttive nessuna esclusa, tranne per le squadre di emergenza delle industrie chimiche. Ora stiamo cominciando ad evacuare anche Rio Vivo-Marinelle», ha dichiarato nel corso della notte. «Non tutto il quartiere è interessato, ma soltanto la parte individuata dalla carta di pericolosità idraulica del Pai». È stato inevitabile, per tutti, pensare al 2003. Ma Balice ha respinto con decisione l’idea che in ventitré anni non sia stato fatto nulla. «Per quello che sto vedendo in questi due giorni credo invece che qualcosa sia stato fatto. Le circostanze oggi non sono diverse, ma peggiori. E credo che ventitré anni fa queste stesse condizioni avrebbero prodotto danni ancora maggiori». È una riflessione che sintetizza il senso delle misure adottate: non attendere che l’acqua entri nelle case per correre ai ripari, ma muoversi prima, anche a costo di prendere decisioni drastiche. Mentre Rio Vivo veniva evacuata e il Cosib chiudeva, l’altra grande emergenza si consumava lungo il torrente Sinarca. Erano da poco passate le 20.30 quando il torrente, già critico dal pomeriggio, ha rotto gli argini trasformando l’intera area in una distesa di acqua e fango. Un uomo, che si trovava a bordo della sua automobile, è stato travolto dalla piena. La forza della corrente lo ha strappato dal veicolo e lo ha costretto ad aggrapparsi a un albero per restare vivo. La scena che si è presentata ai soccorritori era drammatica. Nel buio, sotto la pioggia, con il livello dell’acqua che continuava a crescere, nove unità specializzate nel contrasto al rischio acquatico dei comandi dei vigili del fuoco di Campobasso e Isernia sono state inviate d’urgenza sul posto. Con loro c’erano due gommoni da rafting, fari, corde e tutte le attrezzature necessarie per operare in uno scenario alluvionale. Per ore i Vigili del fuoco hanno cercato l’uomo lungo l’alveo del torrente, illuminando la notte con torce e fari, mentre la corrente trascinava detriti, rami e fango. Individuarlo è stato difficile. Raggiungerlo ancora di più. Il Sinarca era diventato un corridoio d’acqua impraticabile. Le operazioni si sono trasformate in una corsa contro il tempo. Poco dopo l’una di notte è stato necessario l’intervento dell’elicottero dell’Aeronautica Militare abilitato al volo notturno. Il velivolo ha sorvolato la zona, guidato dalle indicazioni delle squadre a terra. In una manovra estremamente delicata, l’uomo è stato recuperato e issato a bordo. Pochi minuti dopo l’elicottero è atterrato nell’area del porto turistico Marina di San Pietro, dove ad attenderlo c’erano il 118, i volontari della Misericordia di Termoli, la Guardia costiera e il personale del Marinacci Yachting Club. Una scena che ha impressionato profondamente la città e che racconta più di ogni altra quanto il territorio sia stato vicino al disastro. Il Sinarca, da anni, è considerato uno dei punti più fragili di Termoli. Basta una pioggia intensa per trasformare quella strada in una trappola. Lo sa bene il sindaco, che proprio durante l’emergenza ha ricordato come esista già una progettazione e una richiesta di finanziamento per mettere definitivamente in sicurezza quell’area. «Gli automobilisti lì rischiano la vita tutti i giorni. Basta un po’ di pioggia e quella strada diventa pericolosissima». Per questo, nelle ore più critiche, il Comune ha rivolto un appello a tutti i cittadini, invitandoli a non uscire di casa se non strettamente necessario, a evitare le zone più esposte e a non percorrere le strade vicine al Biferno, al Sinarca e al Cosib. Un invito rivolto in modo particolare ai mezzi pesanti, ai quali è stato chiesto di non attraversare le aree interessate dall’aumento della portata del fiume. Anche la città, poco alla volta, si è fermata. Le ville comunali sono state chiuse, così come il cimitero. Ma soprattutto, nella giornata di giovedì, resteranno chiuse tutte le scuole pubbliche e private di ogni ordine e grado, gli asili nido, le sezioni primavera, il centro socioeducativo comunale per minori e i centri socioassistenziali per disabili “San Damiano” e “San Damiano 2”, fino alla fine dell’emergenza. La chiusura delle scuole, già disposta il giorno precedente, è stata prorogata dal sindaco proprio alla luce del peggioramento della situazione meteorologica e dell’ulteriore aggravarsi del quadro idraulico. Le precipitazioni, il vento forte e il rischio legato all’aumento della portata del Biferno hanno reso impossibile garantire la sicurezza degli spostamenti. Come se non bastasse, nelle prime ore di giovedì si è aggiunto anche il collasso del trasporto pubblico urbano. Il deposito della Gtm al Sinarca è stato allagato. Gli autobus non possono fare rifornimento e l’intera flotta è stata spostata e parcheggiata sul lungomare Nord, per evitare che i mezzi venissero danneggiati dall’acqua. Una decisione necessaria, ma che ha avuto conseguenze pesantissime sulla mobilità cittadina. La rete urbana è stata ridotta all’osso. Restano attive soltanto la linea 1/ per Porticone, la 3 per Difesa Grande, la 4 per Rio Vivo, la 14B tra Terminal e stazione ferroviaria e la 15 diretta all’ospedale San Timoteo. Tutto il resto è sospeso. In pratica una sola corsa per quartiere, mantenuta soltanto per evitare che le periferie restino completamente isolate. Gli autisti parlano di una situazione «impossibilitata». I turni sono saltati, molti mezzi sono fermi, il deposito è inutilizzabile e gli autobus sopravvissuti all’emergenza vengono gestiti in modo straordinario, quasi artigianale. La città continua a muoversi solo grazie a un presidio minimo, pensato per consentire almeno di raggiungere l’ospedale, la stazione o le aree periferiche. È un’immagine che fotografa perfettamente la portata dell’emergenza. Non ci sono soltanto le strade allagate, le case evacuate e il timore per la piena del Biferno.























