Alle prime luci del giorno, nella zona industriale del Cosib, c’era ancora chi provava ad andare avanti. I muletti continuavano a spostare bancali, gli operai entravano nei capannoni, gli uffici aprivano come in una mattina qualsiasi. Poi, con il passare delle ore, qualcosa è cambiato. I telefoni hanno iniziato a squillare in tutte le aziende. Le comunicazioni si sono rincorse da un capannone all’altro. E il messaggio, alla fine, è arrivato ovunque, secco, inequivocabile: fermate tutto, mettete in sicurezza gli impianti, mandate il personale a casa. La zona industriale della Valle del Biferno si è fermata così, sotto una pioggia che da ore non concede tregua e con il timore sempre più concreto che il Biferno, gonfiato dall’acqua scaricata dalla diga del Liscione, possa tornare a minacciare una delle aree produttive più importanti del Molise. Nessuno, ufficialmente, vuole pronunciare il nome del 2003. Ma è quel fantasma che da stamattina aleggia tra i piazzali del Cosib, nelle telefonate fra imprenditori, nelle riunioni improvvisate davanti ai cancelli, nelle facce tese di chi quella alluvione l’ha vissuta e non l’ha mai dimenticata. Allora l’acqua invase la zona industriale, sommerse aziende, distrusse macchinari, fermò il lavoro per settimane. Oggi nessuno dice che stia per accadere la stessa cosa. Ma nessuno se la sente nemmeno di escluderlo. «Speriamo di no», dice il presidente Piero Donato Silvestri, quando gli si chiede se il territorio stia per rivivere quell’incubo. E in quel «speriamo di no» c’è tutta la preoccupazione di queste ore. Perché rispetto a ieri il quadro è cambiato completamente. Fino alla tarda serata di martedì il Consorzio aveva rassicurato le aziende. La situazione, spiegava Silvestri, era sotto controllo. E lo era davvero. Per tutta la notte i tecnici e gli ingegneri del Cosib hanno controllato senza sosta il livello del Biferno, il comportamento dei canali di scolo, la risposta delle pompe e dei sistemi di drenaggio interni alla zona industriale. «Martedì ho fatto un comunicato dove dicevo che era tutto sotto controllo perché effettivamente era sotto controllo», spiega Silvestri. «L’importante in queste circostanze è esserci. I tecnici e gli ingegneri del Cosib non dormono da 36 ore. Hanno passato la notte a monitorare il fiume e i nostri canali di scolo e questo ci ha consentito di dare alle aziende altre venti ore di lavoro». Vent’ore. Tanto è bastato a rinviare la decisione più difficile. Vent’ore durante le quali si è sperato che la situazione potesse stabilizzarsi. Invece, nella notte, il quadro è precipitato. «Rispetto a ieri c’è stato un netto peggioramento. Nella notte le cose sono precipitate, questa mattina sembrava dovesse finire il mondo», racconta ancora il presidente del Consorzio. «Adesso la situazione continua a peggiorare, ma in maniera meno violenta rispetto a quello che si temeva nelle prime ore della giornata». Il punto di svolta è arrivato quando la Prefettura di Campobasso ha disposto il passaggio allo scenario 4 del Piano di emergenza della diga di Ponte Liscione, il livello più alto previsto. La manovra di apertura della paratia di fondo dell’invaso, già iniziata nelle ore precedenti, ha aumentato ulteriormente la portata d’acqua verso valle. E quando l’acqua scende dal Liscione, il primo territorio a trovarsi davanti l’onda è proprio quello della valle del Biferno. Nel giro di poche ore, il Comune di Termoli ha firmato l’ordinanza di evacuazione dell’intera area industriale del Cosib. Lo stesso hanno fatto Campomarino e gli altri comuni interessati. L’ordine è immediato: evacuazione di tutte le aziende, chiusura delle attività produttive, divieto di accesso e di transito fino a cessata emergenza. Falsa la notizia diffusa a livello nazionale sull’evacuazione dei Vigili del fuoco, che hanno solo trasferito mezzi e attrezzature, mentre sono in arrivo anche risorse del 115 da fuori regione. Intanto, l’ordinanza parla chiaro. Devono lasciare la zona «tutte le aziende, le attività, i residenti, i lavoratori, gli operatori e le persone a qualunque titolo presenti» nell’area industriale. Contestualmente vengono disposte la chiusura temporanea del Cosib, la sospensione delle attività lavorative e il divieto di circolare sia a piedi sia con i mezzi. Da quel momento la zona industriale ha cambiato volto. Nei piazzali sono iniziati movimenti frenetici. C’è chi ha cercato di portare in alto i materiali più delicati, chi ha staccato i quadri elettrici, chi ha spostato muletti e mezzi aziendali verso le aree più sicure, chi ha messo al riparo archivi, computer, documentazione, merce. Dentro molti stabilimenti gli operai hanno smesso di produrre e hanno iniziato a correre. Non per scappare, ma per salvare il salvabile. In alcuni capannoni si lavorava ancora a metà mattinata; un’ora dopo si vedevano soltanto cancelli aperti, camion in uscita e gruppi di dipendenti radunati all’esterno, in attesa di capire cosa fare. Le raccomandazioni rivolte alle imprese sono rigidissime: mettere in sicurezza macchinari, materiali e sostanze pericolose, prevenire danni all’ambiente, seguire i percorsi di evacuazione e collaborare con le autorità. Il timore non riguarda soltanto l’acqua nei piazzali. Nella zona industriale ci sono depositi, linee produttive, officine, stabilimenti chimici, magazzini logistici. Un eventuale allagamento non significherebbe soltanto danni economici. Potrebbe significare fermare per giorni o settimane una parte fondamentale del sistema produttivo del territorio. Per questo la decisione di evacuare è stata presa senza più esitazioni. Durante la riunione del Centro coordinamento soccorsi, convocata alle 10.30 dal prefetto, si è deciso che non era più possibile attendere. Attorno allo stesso tavolo, seppure in videocollegamento, c’erano il presidente della Regione Molise, i sindaci di Termoli, Campomarino, Guglionesi e Portocannone, la Protezione civile, i vigili del fuoco e il Cosib. Tutti con lo stesso obiettivo: anticipare il rischio prima che sia troppo tardi. La domanda che tutti si fanno è una sola: quanto manca prima che l’acqua arrivi davvero? Il flusso si è avvicinato a mano a mano, oggi sapremo dove è arrivata. Basta una notte di pioggia in più, una nuova apertura della diga, un canale che non regge. E allora il 2003 smette di essere un ricordo e torna a diventare una minaccia.

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