Oggi, martedì 24 febbraio, parte il processo d’appello per l’omicidio di Sonia Di Pinto, riportando al centro una vicenda che da quasi quattro anni pesa come una ferita aperta su Petacciato, sul Molise e sulla comunità italiana in Lussemburgo. La donna, 46 anni, fu uccisa nella notte di Pasqua del 2022 nel ristorante di Kirchberg dove lavorava. In primo grado i due imputati, Abdou e Lamine, sono stati condannati a trent’anni di carcere per omicidio volontario aggravato dalla rapina. Una sentenza che non ha chiuso nulla: la famiglia di Sonia ha chiesto l’ergastolo, mentre i due condannati hanno impugnato la pena ritenendola eccessiva. Oggi tutto si rimette in discussione. Il delitto, ricostruito nei dettagli dalla corte, è uno dei più brutali mai affrontati dalla giustizia lussemburghese negli ultimi anni. Sonia sta chiudendo il locale, conta l’incasso, è sola. Due uomini si sono nascosti all’interno, il volto coperto, pronti a portare via i soldi. Uno di loro è un suo collega: lei lo riconosce, e da quel momento la rapina diventa un’aggressione senza controllo. I giudici parlano di “crudeltà inaudita” e di “assoluta indifferenza” verso la vita della donna. La violenza, secondo la corte, non è un incidente, non è un gesto sfuggito di mano, ma un’azione determinata, sproporzionata, incompatibile con la tesi difensiva dell’escalation improvvisa. Dopo l’aggressione, il corpo viene trascinato nel seminterrato accanto alla cassaforte, mentre i due fuggono con circa 3.000 euro in contanti. Nel procedimento compare anche un terzo uomo, un altro dipendente del ristorante, arrestato inizialmente perché aveva aperto la porta ai due aggressori. In primo grado è stato assolto: per i giudici non era a conoscenza del piano criminale e la sua presenza non ha contribuito all’omicidio. Una posizione marginale, che però ha pesato nel dibattito pubblico e nelle prime fasi dell’indagine. L’appello di oggi arriva dopo mesi di attesa e di dolore che non si attenua. La madre di Sonia, sin dal giorno della sentenza, ha ripetuto una sola frase: «Meritano l’ergastolo». Lo ha detto davanti ai giudici, lo ha detto ai giornalisti, lo ha detto ogni volta che la memoria della figlia rischiava di essere inghiottita dalla distanza e dal tempo. Per lei, per la famiglia, per chi conosceva Sonia, questa udienza non è un passaggio tecnico: è la possibilità di ottenere una giustizia piena, definitiva, non negoziabile. Il processo d’appello dovrà valutare nuovamente la proporzione della pena, la ricostruzione dei fatti, la responsabilità dei due imputati e la qualificazione giuridica dell’omicidio. La corte dovrà decidere se confermare i trent’anni, se accogliere la richiesta della famiglia di aggravare la condanna, o se rivedere al ribasso la pena come chiedono gli imputati. Una partita complessa, che si gioca tra diritto, prove, testimonianze e la memoria di una donna che quella notte non ha avuto scampo. A Petacciato, intanto, l’attesa è carica di silenzio. La comunità segue ogni sviluppo, consapevole che il processo non restituirà Sonia, ma può restituire almeno una verità che non lasci zone d’ombra. Martedì, in aula, si decide un pezzo di questa verità. E la battaglia della famiglia per una giustizia completa entra nel suo momento più delicato.

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