L’operazione “Fort Apache” dei Carabinieri del Noe di Campobasso e il sequestro dell’impianto di Torremaggiore eseguito dal Noe di Bari, letti insieme, non sono due episodi distinti ma due manifestazioni simultanee della stessa faglia ambientale che attraversa il basso Molise, la costa adriatica e la Daunia, un territorio dove il ciclo dei rifiuti è diventato un’infrastruttura fragile, esposta, attraversata da flussi interregionali e da pressioni economiche che generano accumuli fuori controllo, violazioni autorizzative, rischi per la sicurezza dei lavoratori e profitti illeciti costruiti sulla distorsione sistematica delle regole. A Campobasso, la Direzione Distrettuale Antimafia ha coordinato una complessa attività investigativa che ha portato alla notifica di diciassette avvisi di conclusione delle indagini preliminari per il delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, contestando agli indagati una serie di condotte reiterate tra il 2022 e il 2024, finalizzate al trattamento e alla gestione illecita di rifiuti da parte di una società operante nell’area del basso Molise. Le indagini del reparto specializzato dell’Arma hanno accertato che la rete avrebbe movimentato quasi 1.700 tonnellate di rifiuti costituiti prevalentemente da imballaggi in legno, vetro, materiali misti, rifiuti da demolizione, carta e cartone, provenienti principalmente da un’impresa affidataria del servizio di raccolta Rsu sulla costa molisana e da altri impianti di trattamento ubicati in Molise, Puglia, Campania e Abruzzo, con un ingiusto
profitto stimato in circa 250.000 euro. Una filiera parallela, dunque, capace di intercettare flussi regolari e deviarli verso pratiche illecite, sfruttando la permeabilità di un territorio che da anni è crocevia di conferimenti, subappalti, trasporti e piattaforme di recupero.
Pochi giorni prima, il 24 febbraio, il Noe di Bari aveva sottoposto a sequestro preventivo l’intero impianto di trattamento di rifiuti speciali non pericolosi situato nella zona artigianale di Torremaggiore, autorizzato alla gestione di rifiuti provenienti da dieci comuni della provincia dauna e alla produzione di materia prima seconda, oggi denominata “end of waste” ai sensi dell’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006, ovvero materiale recuperato dal trattamento dei rifiuti e reimmesso nel ciclo produttivo attraverso vari consorzi. L’attività, coordinata dalla Procura di Foggia, ha portato all’applicazione della misura cautelare reale, adottata d’iniziativa dalla polizia giudiziaria e convalidata dal GIP del Tribunale di Foggia. Nel corso dell’ispezione, svolta congiuntamente a personale dell’Arpa Puglia, dello Spesal e dei Vigili del Fuoco del Comando Provinciale di Foggia, con la collaborazione dei Carabinieri della Compagnia di San Severo, i militari hanno accertato più violazioni di natura penale, tra cui la gestione illecita dei rifiuti e numerose violazioni delle prescrizioni contenute nell’atto autorizzativo, configurando il fumus commissi delicti del reato di cui all’art. 256 commi 1 e 4 del D.Lgs. 152/2006 nei confronti dell’amministratore. Dal sopralluogo sono emersi ingenti quantitativi di rifiuti — circa 7.000 tonnellate — stoccati in totale difformità al layout aziendale, sia all’interno dell’impianto sia nelle pertinenze esterne, in aree non destinate a tale scopo, con cumuli che impedivano la viabilità interna e costituivano un potenziale pericolo per l’incolumità dei lavoratori. È stata inoltre constatata la mancanza di un corretto sistema antincendio rapportato ai quantitativi presenti, nonché l’assenza di idonee misure per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Anche in questo caso, come previsto dalla legge, il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e ogni eventuale responsabilità dovrà essere accertata in sede processuale.
Questi due interventi, pur autonomi, compongono un’unica mappa: un asse Molise–Daunia dove il ciclo dei rifiuti è diventato un punto di pressione costante, un settore in cui la combinazione di appalti pubblici, impianti privati, consorzi di filiera, trasportatori e piattaforme interregionali genera una rete complessa, vulnerabile, in cui ogni anomalia locale produce effetti immediati su scala più ampia. La presenza di rifiuti provenienti da quattro regioni nell’indagine molisana e la gestione di materiali per dieci comuni dauni nell’impianto foggiano mostrano come il sistema sia ormai interconnesso, con flussi che attraversano confini amministrativi e si concentrano in pochi nodi logistici. Quando uno di questi nodi cede — per accumuli, per violazioni autorizzative, per pressioni economiche — l’intero sistema si deforma. E quando due cedono contemporaneamente, come in questo caso, la fotografia che emerge è quella di un territorio che ha bisogno di un presidio costante, di controlli tecnici, di coordinamento tra procure, di una vigilanza ambientale che non può essere episodica.
Le operazioni del Noe di Campobasso e del Noe di Bari, lette insieme, non raccontano due storie separate ma due capitoli dello stesso dossier territoriale: un sistema che negli ultimi anni ha accumulato tensioni, ritardi, criticità strutturali e che oggi mostra cedimenti multipli, dalla gestione organizzata dei flussi alla tenuta degli impianti autorizzati. Due indagini preliminari, due presunzioni di innocenza da rispettare, ma un’unica evidenza: il ciclo dei rifiuti tra Molise e Daunia è un’infrastruttura critica che richiede interventi profondi, continui, coordinati. Perché quando il sistema cede, non cede mai in un solo punto: cede ovunque allo stesso tempo.






















