A sei mesi dalla morte di Andrea Costantini, il caso torna al centro dell’attenzione con un nuovo passaggio che, più che alimentare clamore, segna una svolta nel metodo con cui la vicenda viene affrontata. A riaprire il quadro è innanzitutto la nota diffusa dall’avvocato Paola Cecchi, che assiste Angela Di Leva, compagna del compianto Andrea Costantini, e che rende noto come, nell’ambito delle indagini difensive, sia stata acquisita e analizzata la copia forense del cellulare in uso alla vittima. Un accertamento tecnico già depositato presso la Procura della Repubblica di Larino, insieme alla relativa relazione redatta dal consulente informatico forense Luca Mercatanti, e che rappresenta oggi uno dei punti più delicati dell’intera vicenda. Il tono scelto dalla difesa è improntato alla cautela. Nessuna anticipazione sul contenuto dell’analisi, nessuna divulgazione pubblica di elementi tecnici, nessuna forzatura comunicativa. La linea indicata dall’avvocato Cecchi è chiara: il materiale acquisito fa parte delle attività investigative e, proprio per questo, deve essere trattato nel rispetto del segreto istruttorio e del lavoro dell’autorità giudiziaria. È una posizione che imprime al caso una traiettoria diversa, più rigorosa e meno esposta al rumore esterno, ma che allo stesso tempo conferma come sul telefono di Andrea Costantini si concentri una parte decisiva degli accertamenti. La difesa spiega che le indagini difensive sono ormai in fase di conclusione e che ogni eventuale elemento ritenuto rilevante sarà portato preliminarmente all’attenzione della Procura. In questo quadro, l’attesa si sposta adesso anche su un altro snodo fondamentale: il deposito della perizia autoptica, previsto orientativamente per la metà di aprile. Sarà infatti dall’incrocio tra esami medico-legali e approfondimenti digitali che potrà emergere una ricostruzione più completa e solida dei fatti. È questo il cuore del messaggio lanciato dalla legale: il tempo delle impressioni deve lasciare spazio a quello degli accertamenti, e solo al termine del quadro tecnico complessivo sarà possibile formulare valutazioni compiute. Ma proprio mentre la difesa di Angela Di Leva sceglie la prudenza, sul caso torna a pesare un altro elemento, già finito al centro del dibattito pubblico nelle ultime ore. Si tratta della chiamata partita dal cellulare di Andrea Costantini alle 20:08:28 del 15 settembre 2025, un dato richiamato nel comunicato diffuso dall’avvocato e professore Piero Lorusso, legale della famiglia. Secondo questa ricostruzione, quel contatto telefonico, collocato diverse ore dopo l’ultimo segnale di attività lavorativa attribuito a Costantini e pochi minuti prima dell’avvio delle ricerche da parte dei colleghi, aprirebbe uno scenario del tutto incompatibile con una lettura semplice e lineare della morte del macellaio termolese. È su questo punto che la vicenda si fa di nuovo inquieta. Se Andrea Costantini fosse ancora vivo alle 20:08, allora occorrerebbe ridisegnare completamente la cronologia del decesso. Se invece non fosse lui a utilizzare il telefono, allora si aprirebbe una domanda ancora più grave sulla presenza di altre persone e sulla possibile manipolazione del dispositivo in una fase decisiva. In entrambi i casi, quella traccia temporale assume un peso enorme, perché introduce un margine di dubbio che non riguarda un dettaglio secondario, ma il cuore stesso della ricostruzione. L’avvocato Lorusso insiste proprio sulle incongruenze che ruotano attorno a questo dato. Viene richiamato il cosiddetto buco temporale tra le 16:56, orario dell’ultimo segno di vita “lavorativo” indicato nell’etichettatura di un prodotto, e le 20:08:28, quando dal cellulare sarebbe partita la chiamata. Più di tre ore sulle quali si addensano interrogativi pesanti: dove fosse Andrea, in quali condizioni si trovasse, chi potesse avere accesso al suo telefono. A questo si aggiunge un altro elemento sottolineato dalla difesa: il ritrovamento del corpo intorno alle 21, con la porta della cella frigorifera semiaperta e in un’area definita visibile, circostanza che alimenta dubbi sulla possibilità che nulla sia stato notato prima. Lorusso usa parole molto dure e parla di un elemento capace di far crollare la tesi del suicidio solitario avvenuto nel pomeriggio. Chiede che vengano accertati con precisione l’ora del decesso, il destinatario della chiamata delle 20:08 e la posizione esatta del dispositivo tramite le celle di aggancio. Nel suo ragionamento, quella chiamata non è un semplice dato collaterale, ma una traccia che potrebbe smentire radicalmente la ricostruzione seguita finora. Ed è proprio per questo che il telefono di Andrea Costantini è diventato oggi uno degli oggetti più sensibili dell’intera inchiesta. La differenza tra i due passaggi pubblici, però, è netta e merita di essere colta fino in fondo. Da una parte c’è la linea dell’avvocato Cecchi, che certifica l’esistenza di un approfondimento tecnico già depositato in Procura ma rinuncia, almeno per ora, a trasformarlo in materia di confronto pubblico. Dall’altra c’è la posizione dell’avvocato Lorusso, che individua in un preciso elemento temporale il punto da cui ripartire per contestare l’impianto interpretativo della vicenda. Due registri diversi, dunque, ma non necessariamente inconciliabili: il primo punta a consolidare il terreno probatorio, il secondo a sottolineare le crepe di una ricostruzione ritenuta insufficiente. È in questo equilibrio, fragile e decisivo, che si muove oggi il caso Costantini. Non è più soltanto una vicenda segnata dal dolore umano e dall’impatto emotivo che la morte di Andrea ha avuto sulla città. È anche un’indagine che passa attraverso la lettura scientifica delle tracce: quelle lasciate sul corpo, quelle custodite nel telefono, quelle che il tempo non cancella ma rende ancora più esigenti da interpretare. Perché una chiamata registrata a un’ora precisa può diventare il perno di un’intera ipotesi, ma soltanto se inserita in un quadro coerente di verifiche, riscontri e accertamenti tecnici. A Termoli, intanto, resta forte la sensazione che la verità sia ancora tutta da mettere a fuoco. La nota dell’avvocato Paola Cecchi segna l’ingresso in una fase più silenziosa ma forse più decisiva, fatta di relazioni forensi, depositi in Procura e attese che pesano più di molte dichiarazioni. Quella dell’avvocato Piero Lorusso, invece, riporta con forza all’esterno le anomalie che la famiglia ritiene da tempo non chiarite. Nel mezzo c’è un caso che continua a interrogare la città e un nome, quello di Andrea Costantini, attorno al quale si concentrano ancora domande senza risposta definitiva. Stavolta, però, più che nelle parole, la svolta potrebbe nascondersi nei dettagli tecnici.

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