È uno scricchiolio a cambiare tutto. Un rumore breve, secco, fuori posto. Sono da poco passate le 10.30 di ieri mattina quando, all’interno del Risto Bar Caffè de Paris in via Abruzzi, qualcosa cede prima ancora di crollare. È un attimo, ma basta. Fernando De Angelis, 57 anni, titolare del locale, lo percepisce subito. Non è un suono qualsiasi, non è un assestamento normale: è un segnale. E reagisce d’istinto. Urla, chiama, fa uscire tutti. Dentro, in quel momento, non c’è ancora il pienone della tarda mattinata, ma il bar non è vuoto: ci sono collaboratori al lavoro, persone presenti tra sala e zona operativa, movimenti ordinari di una giornata che sta entrando nel vivo. In pochi secondi li spinge verso l’uscita, li allontana, li mette al sicuro. È una manciata di istanti, ma è una scelta che cambia il destino di quella mattina. Poi resta lui. E subito dopo il solaio crolla. Il cedimento è improvviso, violento, senza ulteriori avvisi. Una porzione della struttura si abbatte all’interno del locale trascinando con sé cemento, pietre, parti di cartongesso, pezzi di intonaco. Il rumore è sordo, pieno, seguito da un’esplosione di polvere che riempie l’aria. In pochi secondi l’interno del bar si trasforma in un ammasso di detriti. E sotto, Fernando. Viene colpito in pieno, resta incastrato, bloccato da un braccio, schiacciato in parte dal peso del solaio. Sono i minuti più difficili, quelli in cui ogni secondo pesa, quelli in cui tutto può prendere una direzione o un’altra. Resta vivo, comunque miracolato, perché fuori qualcuno capisce immediatamente che non si tratta di un episodio qualunque, ci sono Giuseppe Liggieri, autista Gtm, e Primiano Bavota. Il primo si precipita dentro a scavare a mani nude, poi il secondo. Le voci sono confuse, ma il senso è chiaro: c’è una persona sotto. Racconta Bavota: «Mi avevano detto che c’era Fernando sotto che non respirava», racconta uno dei primi soccorritori della Misericordia, presente sul posto quasi per caso. «Ero venuto qui per prendere un caffè, ho visto tanta gente fuori e ho pensato a tutt’altro. Poi mi hanno detto che era crollato il solaio e che lui era dentro». Non aspetta. Non può aspettare. «Avevano già chiamato i vigili del fuoco, ma fino a quando arrivavano… Fernando non ce la faceva. Allora l’istinto è stato quello di entrare subito e prestare soccorso». Entra nel locale devastato, tra detriti ancora instabili, con il rischio concreto che qualcosa possa cedere ancora. Si muove con attenzione, ma senza esitazioni. «Ho iniziato a togliere i primi calcinacci sopra. Quando ho visto che cominciava a respirare, gli ho parlato, gli ho detto di stare calmo». La scena è drammatica. Fernando è incastrato, schiacciato, con un pezzo importante di solaio che gli comprime il torace. «C’era un pezzo più grande che gli impediva proprio di respirare. Lui diceva soltanto: “Non ce la faccio più a respirare”». È una corsa contro il tempo. «La mia preoccupazione era che se i vigili del fuoco fossero arrivati più tardi, per Fernando poteva essere troppo tardi». Intanto via Abruzzi cambia volto. Le sirene iniziano a riempire la strada, una dopo l’altra. Arrivano i mezzi del 118, più ambulanze, i vigili del fuoco, carabinieri, polizia, polizia locale. L’area viene immediatamente isolata. Polizia locale e Polizia di Stato bloccano gli accessi, chiudono l’ingresso sulla via e deviano il traffico per molte ore, trasformando quel tratto di città in un corridoio operativo necessario per i soccorsi. Le persone si fermano dietro il nastro, osservano, chiedono, cercano di capire. Ma la domanda che pesa su tutti è una sola: c’è qualcun altro sotto? Perché dentro,
fino a pochi istanti prima del crollo, c’erano persone. E invece no. O meglio: non più. Perché quello scricchiolio, quella reazione immediata, ha fatto uscire tutti. Lo conferma anche il soccorritore: «Mi avevano detto che poteva esserci un’altra ragazza. Allora sono entrato anche da dietro, dalla parte della recinzione, dove c’era il filo spinato. Ci siamo fatti male, ho rischiato un po’, ma volevo essere sicuro che non ci fosse nessun altro». Una verifica fatta in condizioni difficili, nel caos, con la paura che qualcuno potesse essere rimasto intrappolato. «Dentro non c’era nessuno. Le persone che erano con Fernando erano già uscite. In quel momento non si capiva, perché c’era tanta gente davanti, ma l’importante è che abbiamo salvato Fernando». È il passaggio che cambia completamente il senso della vicenda. Perché poteva essere una tragedia con più vittime. E invece no. Fernando viene liberato. Respira, è cosciente, anche se dolorante. «Siamo riusciti a tirarlo fuori e metterlo sulla barella, poi il 118 lo ha portato in ospedale». Le prime valutazioni mediche parlano di uno schiacciamento al torace, ma senza segni immediati di compromissione vitale. Nelle ore successive arriva il quadro clinico completo: fratture costali, lesioni alla caviglia, due vertebre coinvolte. Una prognosi di circa 40 giorni. Un quadro serio, che richiede attenzione e monitoraggio, tanto che viene attivato anche un consulto con il Neuromed di Pozzilli per valutare un eventuale trasferimento e approfondimenti specialistici sulle lesioni vertebrali. Intorno, intanto, la scena resta carica di tensione. La madre di Fernando è lì, a pochi metri, visibilmente provata. Era nel locale, ma nella zona cucina al momento del crollo, rimasta fuori dall’area interessata. Un altro elemento che contribuisce a delineare quanto sottile sia stato il confine tra ciò che è accaduto e ciò che sarebbe potuto accadere. Tra la gente si diffonde una frase che ritorna più volte: «Una mano divina». È il modo più immediato per descrivere quella sequenza di coincidenze, quella finestra di pochi secondi che ha evitato il peggio. I vigili del fuoco lavorano a lungo, per ore. Non solo per rimuovere i detriti, ma per mettere in sicurezza la struttura, verificare la stabilità, escludere ulteriori rischi. È una fase tecnica, meno visibile, ma fondamentale. Solo al termine delle operazioni di soccorso e messa in sicurezza arriva il passaggio che segna il cambio di fase: il sequestro. L’immobile viene posto sotto sequestro urgente dall’ufficio di polizia giudiziaria del Comando dei vigili del fuoco. Nessuno può entrare, nulla può essere toccato. È una decisione necessaria per consentire gli accertamenti tecnici. Perché ora bisogna capire cosa è successo davvero. Un problema strutturale? Un deterioramento nel tempo Tutte ipotesi che dovranno essere verificate. Il sequestro serve a questo: a preservare ogni elemento utile, a non perdere nessun dettaglio, a costruire una ricostruzione precisa e completa. Ma sopra tutto resta una certezza. Se Fernando De Angelis non avesse sentito quello scricchiolio. Se non avesse avuto la lucidità di far uscire chi era all’interno. Se quei pochi secondi fossero andati diversamente. Oggi il racconto sarebbe stato completamente diverso. E invece oggi si racconta di un uomo ferito, con fratture, con traumi, ma vivo. Di un soccorritore che ha scavato a mani nude, spinto dall’istinto. Di una strada chiusa per ore, di un traffico deviato, di una città che si è fermata. E soprattutto si racconta di un solaio che è crollato, sì, ma che, per una manciata di secondi e per una decisione istintiva, non ha trasformato quella mattina in qualcosa di molto più grave. Col sequestro cautelare e l’indagine della Procura affidato a Vigili del fuoco e Carabinieri, si cercherà di risalire alle cause e alle eventuali responsabilità.























