Due filoni paralleli sono quelli che seguono i day after del crollo al Café de Paris: in primis le condizioni del 57enne Fernando De Angelis, il gestore che era rimasto sotto le macerie del solaio, due mattine fa; quindi, l’inchiesta portata avanti da Carabinieri e Vigili del fuoco, coordinati dalla Procura di Larino, col locale di via Abruzzo sotto sequestro cautelare.
Fernando, che ha ricevuto l’abbraccio collettivo della cittadinanza, ha trascorso la prima notte all’ospedale San Timoteo, in condizioni stabili. Il cedimento del solaio gli ha causato la frattura di due vertebre, di una gamba e di alcune costole. Proprio per ridurre la frattura a tibia e perone (in un primo momento si era ipotizzata la caviglia) è stato sottoposto ieri mattina a un intervento chirurgico da parte dei medici di Ortopedia, successivamente, dopo il consulto coi medici del Neuromed, ieri pomeriggio è stato trasferito all’Irccs di Pozzilli.
Intanto, abbiamo raccolto anche la testimonianza di un altro soccorritore, Giuseppe Liggieri. Un rumore sordo, «come un’esplosione», poi il buio, la polvere e la consapevolezza che in pochi secondi tutto era cambiato. Il crollo del solaio al Café de Paris di Termoli prende forma nelle parole di Giuseppe Liggieri, tra i primi a intervenire e tra coloro che hanno vissuto da vicino quei momenti sospesi tra paura e istinto. «Stavo passando proprio lì, all’ingresso – racconta – quando ho sentito un boato tremendo. Sembrava una fuga di gas, una bombola che esplodeva. In un attimo mi sono ritrovato avvolto dalla polvere, dai detriti di cemento. Non si vedeva quasi nulla». Bastano pochi secondi perché la scena si chiarisca: il solaio non c’è più, al suo posto una nube densa e persone in difficoltà. «Mi sono girato e ho capito subito che era crollato tutto. Dietro la porta ho visto una ragazza con un cagnolino che batteva contro il vetro, terrorizzata, chiedeva aiuto». Liggieri non esita. «Le ho fatto segno di andare verso la finestra, era aperta. È uscita da lì. Poi io e un altro signore abbiamo forzato la porta e siamo entrati». All’interno, il caos: «C’erano tre o quattro persone, tra cui la mamma e la suocera del proprietario. Le abbiamo fatte uscire». Ma non è finita. «Abbiamo sentito che c’era ancora qualcuno sotto le macerie. Un ragazzo. Si vedeva la testa, respirava affannosamente». In quei momenti arrivano altri aiuti, tra cui Primiano Bavota. «Abbiamo iniziato a togliere i pezzi sopra di lui. Poi è arrivato il 118». Intanto Liggieri libera lo spazio: «Ho spostato tavolini, sedie, tutto quello che impediva il passaggio della barella». Il ferito viene caricato: «Si lamentava del petto e della gamba, ma sembrava cosciente». Resta impressa un’immagine più di tutte: «Quella ragazza dietro il vetro con il cane, impaurita, che non sapeva dove uscire. Non me la dimentico». E poi la reazione collettiva: «Tutti hanno fatto qualcosa. Chi spostava sedie, chi aiutava le persone. È stato un aiuto vero, spontaneo». Il boato, però, resta nella memoria. «Me lo ricordo ancora, è stato bruttissimo. La polvere, la gente che scappava…». E una consapevolezza, a posteriori: «È stata una fortuna. A quell’ora c’è sempre tanta gente, ma proprio nella zona crollata non c’era nessuno seduto. È andata bene, poteva finire molto peggio».
























